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La Repubblica Rassegna Stampa
01.04.2021 Claus von Stauffenberg, l'uomo che provò a uccidere Hitler
Tonia Mastrobuoni intervista la nipote Sophie von Bechtolsheim

Testata: La Repubblica
Data: 01 aprile 2021
Pagina: 31
Autore: Tonia Mastrobuoni
Titolo: «'L’anti Hitler era mio nonno'»
Riprendiamo dalla REPUBBLICA di oggi, 01/04/2021, a pag.31, con il titolo 'L’anti Hitler era mio nonno' il commento di Tonia Mastrobuoni.

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Tonia Mastrobuoni

Sophie von Bechtolsheim - SWR1
Sophie von Bechtolsheim

Guai a chiamare “attentato” la congiura del 20 aprile 1944 in cui Adolf Hitler scampò per un soffio alla morte: fu molto più di questo. Claus von Stauffenberg, colonnello della Wehrmacht, fu l’uomo che mise la bomba nella Tana del Lupo, nel quartier generale del Führer. Per una serie di circostanze sfortunate, la congiura fallì. E l’esecutore dell’Operazione Valchiria fu fucilato dai nazisti; la vedova finì in un campo di prigionia, i figli in un orfanotrofio. Ad oggi molti si chiedono quanto Stauffenberg fosse stato nazista, antisemita, fanatico di Hitler prima di maturare il piano del tirannicidio. E Sophie von Bechtolsheim, nipote di Claus von Stauffenberg, prova a rispondere a queste domande ma non ha dubbi: quando i neonazisti usano l’immagine del nonno per la loro propaganda, le dà il voltastomaco: «Mi fa orrore».

Nel libro su suo nonno lei afferma che non fosse semplicemente un attentatore, che fosse stato molto di più. Perché è così importante per lei sottolinearlo? «Perché la Germania, come l’Italia, ha una lunga storia di attentati fatti per terrorizzare la società, per imporre un’ideologia. E il colpo di stato del 20 luglio 1944 non fu il gesto di un individuo, ma di una rete molto più grande di quanto i nazisti non abbiano mai voluto far credere. Mio nonno voleva l’opposto di quello che vogliono i terroristi: porre fine a un regime che diffondeva paura e terrore. Ed è per questo che per me il termine tirannicidio è quello più appropriato, perché riflette una sorta di autodifesa sociale».

Claus Schenk von Stauffenberg - Wikipedia
Claus von Stauffenberg

Suo nonno era nazista? «Non tutti quelli che avevano intrapreso la carriera di ufficiale, e mio nonno l’aveva fatto alla fine della Repubblica di Weimar, erano nazisti. Qualcuno sostiene ancora che inizialmente fosse un fervente nazista. Ma nessun biografo serio sottoscriverebbe questa tesi. Certo, suppongo che la democrazia della Repubblica di Weimar non fosse stata una forma di governo convincente neanche per lui. Ci sono certamente cose che avrebbe sottoscritto dei piani di Hitler, per esempio il suo rifiuto del Trattato di Versailles. È chiaro che all’inizio non fosse un oppositore».

Perché insieme agli altri alti ufficiali della Wehrmacht organizzò l’Operazione Valchiria? «Sapevano di essere gli unici ad avere l’opportunità di farlo. Solo uomini così potenti erano in grado di opporsi alla macchina della morte nazista. L’opposizione politica era pericolosa, si finiva sulla forca. Ma mio nonno era consapevole dell’enorme potenziale di fallimento. E c’erano enormi, disperanti dubbi: anche se riusciamo a uccidere Hitler e a porre fine alla guerra, si chiedevano, riusciremo a scongiurare una guerra civile?».

Di suo nonno sono noti alcuni commenti molto antisemiti che scrisse sul fronte polacco. Ma nel suo libro lei scrive che ci sono altri episodi che dimostrano anche che suo nonno fosse inorridito dagli eccessi di odio contro gli ebrei. «Sì, c’è un episodio che risale ai primi anni Trenta. Era ad un evento in cui l’oratore si era lasciato andare a una tirata contro gli ebrei. Mio nonno lasciò dimostrativamente la stanza. Il figlio di uno dei colleghi di mio nonno mi disse anche che era inorridito dai pogrom. Però, certo, c’è la famosa citazione della campagna militare in Polonia, il suo commento denigratorio sugli ebrei. E penso che sia inquietante. Ma in occasione del libro mi sono fatta mandare dall’Archivio George tutte le lettere della campagna polacca. Non c’è alcun entusiasmo per la guerra. Era inorridito da ciò che stava accadendo lì, scioccato dalle condizioni generali. Trovo inqualificabile accusarlo di essere vicino all’ideologia nazionalsocialista. In nessun punto viene mai sottolineato, accolto o promosso il credo nazista».

Lei sembra descrivere una persona non ideologica, un ufficiale con un forte senso del dovere che amava la Germania. Però si è scritto di lui, e forse questo deriva dalla delusione della Repubblica di Weimar cui accenna anche lei, che dopo Weimar non fosse un grande sostenitore della democrazia parlamentare. Anche se a sostegno della tesi che non fosse ideologico sembra contribuire il dettaglio del coinvolgimento del socialista Julius Leber nella preparazione della congiura. «Sì, se era qualcosa, era non-ideologico. Si dice che abbia detto: “L’idea non deve mai essere più grande dell’uomo”. E Julius Leber era una figura paterna per lui: una fonte di ispirazione. Inoltre, mio nonno era giovane e avrebbe potuto cambiare idea: la democrazia parlamentare della Repubblica di Weimar aveva naturalmente riempito molti di scetticismo, perché era stata così confusa e aveva consentito l’ascesa di Hitler. Non bisogna dimenticare nemmeno questo: ancora nel 1945, più della metà dei tedeschi rifiutava l’attentato del 20 luglio 1944».

Sua nonna è stata una figura fondamentale per lei. E, com’è noto, sapeva che suo nonno stesse pianificando un attacco. Poi fu mandata in un campo di prigionia, incinta. «Mia nonna non sapeva che sarebbe stato mio nonno a farlo. L’ha scoperto solo dopo il 20 luglio e dalla radio. Ma lei sapeva che era coinvolto nella congiura e che avrebbe messo in pericolo tutta la famiglia. Eppure, era assolutamente d’accordo con lui e non ha mai messo in discussione le sue decisioni. Ma non poteva parlarne con nessuno. Inoltre, a gennaio del ’44, era morto già suo padre, e lei lo amava molto. Mia nonna era forse anche un po’ sollevata dal fatto che suo padre fosse morto di morte naturale e non avesse più visto quegli sconvolgimenti. Ma sapeva anche molto poco: era chiaro che più avesse saputo, più sarebbe stata in pericolo. Discussero del fatto che dovesse fare tutto il possibile per preservarsi per i bambini, per sopravvivere. Il programma era questo. Ed è noto che mio nonno abbia cercato fino alla fine di trovare qualcun altro che eseguisse materialmente l’attacco».

C’è un forte ritorno dell’antisemitismo e dell’ideologia nazista, in Germania. «È orribile, naturalmente. E la cosa scioccante non è che tra i neonazisti ci siano quelli che definiscono mio nonno un “traditore”, ovviamente. Ma ci sono anche quelli — ed è ciò che mi fa orrore — che cercano di usurpare la resistenza. Per sentirsi anche loro come gli eroi di una presunta resistenza. Ci sono anche manifesti che dicono “Sophie Scholl voterebbe per l’Afd”. È mostruoso. Usano mio nonno per ridurre il suo patriottismo a un maldestro nazionalismo. Lo trovo insopportabile».

C’è un parco a Boves, in Piemonte, dedicato a suo nonno. E lei ha sempre detto che ai suoi nonni sarebbe piaciuto. Perché? «Qualcuno una volta ha detto: per favore, non prendete i congiurati del 20 luglio per elevarli su un piedistallo dove diventano irraggiungibili. Se li trasfiguri troppo, non devi più identificarti con loro. Non devi più chiederti “Cosa avrei fatto io?” E c’è qualcosa di incredibilmente vivo in un parco. Mia nonna era un’appassionata di giardinaggio. Ho ancora una rosa del suo giardino. E anche mio nonno era cresciuto in campagna. Gli sarebbe piaciuto molto avere un parco che porta il suo nome. Inoltre, mia nonna era una fan dell’Italia. Sono andati in luna di miele a Firenze».

Cosa pensa della famosa frase del capo dell’Afd, Alexander Gauland, che l’era nazista sia stata solo “una cacca d’uccello nella millenaria storia tedesca”? «Non è stata una cacca d’uccello. È stata una rottura della civiltà».

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