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La Repubblica Rassegna Stampa
16.02.2021 Viaggio in Iraq, nei covi dove lo Stato islamico prepara la vendetta
Analisi di Pietro Del Re

Testata: La Repubblica
Data: 16 febbraio 2021
Pagina: 14
Autore: Pietro Del Re
Titolo: «Nei fortini dell’Isis sui monti dell’Iraq: 'Preparano il ritorno'»

Riprendiamo dalla REPUBBLICA di oggi, 16/02/2021, a pag. 14, con il titolo "Nei fortini dell’Isis sui monti dell’Iraq: 'Preparano il ritorno' ", la cronaca di Pietro Del Re.

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Pietro Del Re

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L’ordine è tassativo. Mai lasciare la strada principale, per nessun motivo, perché oltre la striscia d’asfalto che nel deserto corre dritta come una fucilata, la regione è nuovamente infestata dai tagliagole dello Stato islamico. A impartirci la consegna è il comandante Hamad Yassim della base militare di Rashad, 30 chilometri a Sud di Kirkuk, capoluogo di una provincia ricca di petrolio e a lungo contesa tra Baghdad e il governo regionale del Kurdistan. Sulle alture che la sovrastano, le milizie dell’Isis ripararono due anni fa, dopo aver perso Baghuz, la loro ultima roccaforte sulla riva siriana dell’Eufrate. Da allora, approfittando della grave crisi politica ed economica che funesta l’Iraq, su questi monti calvi gli islamisti si sono riorganizzati e stanno ora rialzando la testa con l’aggressività e la ferocia di sempre. «Sono loro ad aver rivendicato il 21 gennaio il duplice attentato che al mercato della capitale ha provocato trentadue vittime. E non passa giorno che muovendosi dal loro covo non compiano razzie, sequestri, attentati kamikaze, attacchi contro le forze di sicurezza o le istituzioni dello Stato. Almeno cinque provincie si sono trasformate in un campo di battaglia permanente tra i jihadisti e il nostro esercito», dice ancora il militare iracheno.

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Proseguendo verso Sud, ecco che dalla strada provinciale cominciano a stagliarsi le cime del nuovo santuario terrorista, in questi mesi invernali ricoperte da un velo d’erba. È la catena montuosa di Hamrin, lunga 25 chilometri e larga non più di otto, che negli anni Ottanta offriva rifugio ai curdi in guerra contro Saddam Hussein e che dal 2014 è diventata terra di nessuno, da quando cioè l’esercito di Baghdad fuggì dalla regione incalzato dall’avanzata dalle falangi islamiste che avrebbero di lì a poco controllato un terzo dell’Iraq e della Siria. «Appena insediati, i miliziani dell’Isis hanno cominciato a taglieggiare i contadini del luogo e a ripulire i soldi che s’erano portati dietro investendo in autosaloni, edilizia e traffico della droga», aggiunge Yassim. Nascosti nelle strette valli che tagliano questi monti brulli, e ormai orfani del loro leader, l’autoproclamato califfo Abu Bakr Al Baghdadi, ucciso in Siria dagli americani il 26 ottobre 2019, oltre che a moltiplicare gli attacchi in Iraq, i reduci dello stato maggiore dell’Isis si alleano con nuove milizie per allargare il loro dominio in Africa e continuano a fare emuli in Europa, dove i cosiddetti lupi solitari uccidono giurando fedeltà all’organizzazione terrorista. Basti vedere quant’è recentemente accaduto in Francia e in Austria. Dallo scorso dicembre, si registra un forte aumento delle offensive islamiste nella valle tra il Tigri e l’Eufrate, con decine di attacchi che dimostrano quanto le loro truppe siano ridiventate efficienti. «Dopo gli attentati di Baghdad, che sono stati i più sanguinari degli ultimi tre anni, hanno ucciso quindici soldati in tre governatorati nel corso di grosse operazioni militari. Vogliono dimostrare al mondo che lo Stato islamico è ancora vivo e che se non è a ncora un grado di controllare un’intera regione, presto lo sarà », spiega il comandante. Attenendoci scrupolosamente al suo consiglio non usciamo mai dalla carreggiata principale, se non per dirigerci verso una fattoria molto vicina. Appartiene a Mustafa Mulla, che su un fazzoletto di terra sassosa coltiva grano e ceci, e che con il latte delle sue trecento capre fabbrica yogurt e formaggio. Ci racconta come lo scorso novembre sia stato svegliato in piena notte da un manipolo di miliziani, i cui metodi ricordano il racket mafioso di casa nostra. «Mi hanno chiesto soldi in cambio della protezione del mio gregge. Altrimenti mi avrebbero ucciso una capra al giorno. Hanno fatto lo stesso in tutte le fattorie della regione. Sono stato costretto a pagare, perché nessuno mi rimborserebbe le capre uccise. Sono certo che presto dovrò sborsare altri soldi». Un altro indizio del risveglio dell’Isis è il ripristino delle brigate femminili, che venivano usate sia come kamikaze sia come staffette perché, per via dei dettami religiosi e culturali, la polizia e i soldati iracheni sono sempre restii a perquisire le donne che indossano il niqab, il lungo camice nero che ricopre tutto il corpo.

Oggi, queste brigate svolgono un importante ruolo logistico, poiché l’impenetrabile presidio di montagna nel Nord dell’Iraq è comunque assediato a Nord dai peshmerga del governo regionale del Kurdistan e altrove dalle forze federali irachene. E le donne garantiscono i collegamenti con le basi jihadiste sparse nel Paese, permettendo così la trasmissione di ordini e informazioni. Ma nelle ultime tre settimane, la ripresa delle attività militari è costata cara all’Isis: la terza brigata delle Forze d’intervento rapido dispiegata nella regione ha ucciso e fermato numerosi jihadisti e in un raid dall’aviazione irachena è morto il vice-califfo, Abu Yasser al Issawi. Inoltre, la settimana scorsa sono state arrestate cinque donne che trasportavano soldi, messaggi e cibo dal baluardo dell’organizzazione verso le famiglie dei miliziani. Sono tutte mogli o figlie o sorelle di un esponente dell’Isis. Tutte sono state facilmente arruolate dall’organizzazione perché i loro uomini sono ormai stati schedati, e quindi facilmente riconoscibili al di fuori del loro nascondiglio. Ora, dopo quasi due decenni, la coalizione internazionale è sul punto di abbandonare l’Iraq, nazione vicina al collasso economico, frammentata sul piano etnico e religioso, e dilaniata da crisi politiche e sociali. Ovviamente tutto ciò contribuisce alla rinascita dell’Isis, che è anche favorita dalle tensioni tra il governo centrale e la provincia curda. Buona parte delle risorse irachene si trova in aree prive di sicurezza, proprio perché a garantirla dovrebbero essere i peshmerga e le forze federali, tra i quali non corre buon sangue. I contrasti tra il governo del Kurdistan e quello centrale si sono recentemente acuiti da quando Baghdad ha smesso di pagare gli stipendi dei 700mila funzionari pubblici curdi in attesa che le autorità di Erbil versino nelle casse dello Stato i proventi del petrolio estratto nella loro regione. «In queste condizioni è difficile sconfiggere un gruppo armato che non ha più un esercito sul terreno con cui difendere una città ma che si nasconde in un avamposto inespugnabile, dal quale conduce la sua battaglia usando tattiche di guerriglia», conclude il comandante Yassim. «E pensare che per annientare lo Stato islamico in Iraq basterebbe un buon accordo politico tra Erbil e Baghdad».

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