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La Repubblica Rassegna Stampa
10.01.2021 Usa: gli errori di Trump e le reazioni opposte di dittature e media
Editoriale di Maurizio Molinari, commento di Giordano Bruno Guerri

Testata: La Repubblica
Data: 10 gennaio 2021
Pagina: 1
Autore: Maurizio Molinari - Giordano Bruno Guerri
Titolo: «L’America trincea della democrazia - Trump sbaglia ma cacciarlo da Twitter è un abominio»
Riprendiamo dalla REPUBBLICA, di oggi 10/01/2021, a pag. 1, con il titolo "L’America trincea della democrazia", l'editoriale di Maurizio Molinari; dal GIORNALE, a pag. 16, con il titolo "Trump sbaglia ma cacciarlo da Twitter è un abominio", l'analisi di Giordano Bruno Guerri.


L'assalto al Campidoglio da parte di sostenitori di Donald Trump

Ecco gli articoli:

REPUBBLICA - Maurizio Molinari: "L’America trincea della democrazia"

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Maurizio Molinari

L' insurrezione populista a Capitol Hill istigata dal presidente in carica e le simultanee feroci critiche lanciate dalle autocrazie contro Washington ci dicono che la democrazia americana è sotto attacco: oggetto di un'aggressione convergente da parte dei suoi nemici, interni ed esterni, accomunati dalla convinzione che sia destinata a crollare. Ma si tratta dello stesso errore di valutazione che fu fatale ai totalitarismi nel Novecento. A descrivere l'offensiva contro la democrazia americana è quanto avvenuto dentro e fuori la capitale federale negli ultimi cinque giorni. A Washington il presidente Donald Trump ha fatto entrare nel giardino della Casa Bianca centinaia di estremisti suoi seguaci, istigandoli a "farsi sentire" dal Congresso per impedire la ratifica della legittima elezione di Joe Biden e, subito dopo, questo è fisicamente avvenuto con la violazione dei locali di Camera e Senato e scontri fisici con la polizia che hanno causato cinque morti. Dal momento in cui l'assalto al Campidoglio è iniziato, guidato da gruppi di militanti violenti, populisti e suprematisti, Mosca e Pechino hanno incominciato un'offensiva di dichiarazioni pubbliche tese a dare il massimo risalto al "fallimento dei valori americani". Per Konstantin Kosachev, capo della commissione Esteri della Camera Alta nel Parlamento russo «l'America crolla su entrambi i piedi, non detta più le regole ed ha perso ogni diritto di imporle agli altri».

Mentre Hua Chunying, portavoce del ministero degli Esteri di Pechino, definisce gli agenti di Capitol Hill «più brutali di quelli di Hong Kong» che danno la caccia agli studenti. A Russia e Cina si sono accodati il presidente iraniano, Hassan Rouhani, parlando di «fondamenta deboli della democrazia occidentale» e Diosdado Cabello, leader dei socialisti venezuelani pro-Maduro, arrivando a concludere che «gli Usa sono un disastro». Per Yochai Benkler, docente alla Scuola di Legge di Harvard che ha dedicato gli ultimi anni allo studio della campagna di disinformazione russa attraverso i social network in America, c’è un evidente «elemento di convergenza» fra la narrativa di Trump e quella del Cremlino. Ecco di cosa si tratta: «Durante tutta la campagna elettorale l’intento di Trump è stato di diffondere dubbi sulla sua legalità» mentre il focus dell’offensiva cyber russa è «creare un mondo dove nulla è vero e dunque tutto è possibile». Uno studio appena pubblicato della Rand Corporation sulle "interferenze straniere nella campagna presidenziale del 2020" aggiunge una mappa dettagliata dei troll russi nonché suggerisce come la chiave di lettura dei gruppi pro-Trump si è quasi sempre sovrapposta a quella dei sovranisti di QAnon per sostenere che «c’è sempre qualcuno o qualcosa che può far vincere Trump ma all’ultimo minuto gli viene impedito di diventare pubblico». Ovvero, le "interferenze maligne" russe documentate dalle autorità americane nella campagna presidenziale 2016 si sono ripetute nel 2020 ma con un livello di sofisticazione maggiore fino al punto da trovare nella narrativa di Trump uno strumento di delegittimazione del sistema democratico americano. Pur nell’impossibilità di affermare con certezza una complicità diretta di Trump con la campagna cyber russa, è assai difficile negare la convergenza di intenti nel far crollare dall’interno la fiducia dei cittadini nella democrazia rappresentativa. Ma è proprio questo il terreno sul quale populisti americani e autocrazie straniere sono state smentite da quanto avvenuto a Washington. Per quattro motivi. Primo: l’intento di bloccare l’elezione di Biden è fallito a poche ore dal colpo di mano quando il vicepresidente Mike Pence e la Speaker della Camera Nancy Pelosi hanno co-presieduto la seduta del Congresso che ha votato come era previsto dal calendario istituzionale mostrando una evidente coesione politica contro l’insurrezione, contro Trump ed a favore del rispetto delle regole democratiche. Secondo: i maggiori leader repubblicani hanno parlato all’unisono definendo gli insorti «terroristi e non patrioti» con il senatore Lindsey Graham, e il presidente Trump «causa dell’assalto a Capitol Hill» con Liz Cheney, numero 3 alla Camera, figlia dell’ex presidente Dick e stella nascente del partito. Oltre allo stesso Pence, che ha rifiutato la richiesta di Trump di bloccare l’elezione di Biden, ed al segretario di Stato Mike Pompeo che, assieme al capo del Tesoro, Steven Mnuchin, ha fatto sapere di essere a favore del ricorso all’emendamento 25 sulla rimozione forzata del presidente in carica. Terzo: la conversazione fra Nancy Pelosi, terza più importante carica dello Stato, con il capo dello Stato Maggiore Congiunto Mark Milley, sulla necessità di impedire a Trump l’uso delle armi nucleari implica un ruolo attivo delle forze armate per evitare nuovi colpi di mano di Trump che, va ricordato, è sotto il costante controllo del servizio segreto presidenziale. Quarto: la scelta dei maggiori quotidiani di definire «false le dichiarazioni di Trump» e di alcuni dei maggiori network digitali di bloccare i suoi account online sottolinea il ruolo dei mezzi di informazione a garanzia della protezione dei valori democratici sul web. Insomma, i maggiori leader hanno fatto quadrato, i vertici militari si sono allineati e il "quarto potere" ha agito su ogni piattaforma per isolare Trump dai suoi facinorosi sostenitori. E di conseguenza la democrazia americana ha superato lo shock della prova di resilienza più dura e imprevista: un’insurrezione interna guidata dal capo dell’esecutivo. Ciò significa non solo che gli insorti populisti hanno mancato l’obiettivo politico dell’assalto al Capitol ma che anche le autocrazie hanno ancora una volta avuto troppa fretta nel dichiarare vittoria. Perché dimostrano di ignorare come alla base della forza della democrazia — in America come altrove — c’è il consenso dei cittadini sul valore inalienabile delle libertà fondamentali. L’errore di sottovalutazione della resilienza delle democrazie è una costante nei nemici che le aggrediscono per farle crollare: il Giappone imperiale lo fece a Pearl Harbor, la Germania nazista durante la battaglia d’Inghilterra, Mao dopo la guerra in Corea, l’Urss dopo la caduta di Saigon ed Al Qaeda mettendo a segno l’attacco dell’11 settembre. Proprio quando le democrazie appaiono più deboli e vulnerabili sono capaci di esprimere le doti più impreviste, sorprendendo chi le assale. Ciò non toglie che per Joe Biden la strada si annunci tutta in salita: dovrà riuscire a riunire l’America nonostante la prevedibile offensiva dei trumpiani per lacerarla e dovrà rafforzare i legami con gli alleati occidentali in uno scacchiere internazionale dove Mosca e Pechino sono all’offensiva. Per un veterano della Guerra Fredda come Biden significa tornare sulle trincee della sfida strategica globale con una rete di alleanze più debole, incerta, lacerata. Ma le sue prime mosse guardano già lontano: ai concittadini chiede «mettetevi le mascherine» per sfidare i populisti sul negazionismo rispetto al virus ed alle democrazie alleate propone di lavorare da subito assieme su ripresa, clima e cybersicurezza come anche contro pandemia, diseguaglianze e razzismo. Può essere la genesi di un grande patto contro il populismo e le autarchie, capace di rigenerare la comunità delle democrazie. Ma per avere successo Biden ha bisogno di partner ed alleati altrettanto determinati e coraggiosi, non solo a Washington ma anche all’estero. Per questo respingere l’assalto alla democrazia americana spetta anche a noi.

IL GIORNALE - Giordano Bruno Guerri: "Trump sbaglia ma cacciarlo da Twitter è un abominio"

Donald Trump: The day America realized how the President is - CNNPolitics

Oltre che vasto, il problema è nuovo, come nuove sono le tecnologie che consentono di comunicare direttamente con milioni di persone in tutto il mondo. Inedito è anche che a controllarle siano due società private quotate in Borsa, che si sono assunte la responsabilità di censurare prima, espellere poi, un capo di Stato. Oggi si parla di Trump, ma il problema riguarda la libertà di tutti, e da questo punto di vista deve essere considerato. Il controllo, naturalmente, è sempre esistito anche con altri mezzi. Per esempio, nessuno contesta a un direttore di giornale di pubblicare quello che vuole: può dire a qualsiasi collaboratore «il tuo articolo non mi piace», e buttarlo nel cestino. Anche una televisione può fare un'intervista e poi decidere di non mandarla in onda. Sono regole nemmeno discusse. (Ma mai si era visto un telegiornale troncare a metà la diffusione del discorso del proprio capo di Stato). In teoria, non ci sarebbe da discutere neanche la decisione di Twitter e Facebook. Iscrivendosi, l'utente accetta con un clic le regole di chi gli mette a disposizione lo spazio, quindi è tenuto a osservarle, pena l'espulsione senza diritto di protesta, chiunque sia. Però la faccenda in questo caso è più complicata, con la premessa da parte mia che ritengo sbagliato e grave quanto sta facendo Trump, che non vedo l'ora della sua uscita dalla Casa Bianca. Trump evidentemente ha un suo disegno politico personale non difficile da individuare: spacciandosi come vittima e chiamando a raccolta i suoi, punta a rafforzare un consenso personale che probabilmente gli permetterà, presto, di fondare un suo partito. Progetto più che lecito, in un sistema democratico, se realizzato in modo rispettoso delle leggi. Possono, i proprietari di due società private quotate in Borsa, decidere se lo fa in modo rispettoso delle leggi? Non valgono le osservazioni di quanti, proprio su Twitter e Facebook, polemizzano dicendo che gli ayatollah possono scrivere che Israele deve essere distrutta, o che non si censura Erdogan perché nessuno capisce il turco. Serve piuttosto osservare che a milioni, su quelle pagine, scrivono sciocchezze non verificate, frasi ingiuriose verso chiunque, diffondono teorie assurde. Le pagine internet dovrebbero essere vigilate all'origine, semplicemente verificando che un iscritto abbia un nome e un cognome rintracciabile, per assumersi la responsabilità di quanto scrive. Occorre anche, nei casi più gravi, che ci sia uno strumento di giudizio pubblico sulla liceità dei testi. Certo, noi abbiamo la polizia postale, impegnata soprattutto e giustamente a combattere la pedopornografia in rete, ma se quel che accade negli Stati Uniti accadesse da noi? Abbiamo sistemi di controllo e una magistratura in grado di intervenire con la rapidità e l'obiettività necessarie? Direi di no, e occorre dotarsi di questi due strumenti legislativi. Ritengo eticamente sbagliato avere espulso Trump dai social, perché più che una punizione per lui lo è per le sue decine di milioni di seguaci, che comunque hanno diritto a seguirlo. Se davvero è un pericolo, meglio sarebbe stato espellerlo dalla Casa Bianca: proprio in nome della libertà, che continua a essere il valore più importante.

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