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La Repubblica Rassegna Stampa
18.11.2020 Una città libera per gli armeni
Analisi di Bernard-Henri Lévy

Testata: La Repubblica
Data: 18 novembre 2020
Pagina: 1
Autore: Bernard-Henri Lévy
Titolo: «Una città libera per gli armeni»
Riprendiamo dalla REPUBBLICA di oggi, 18/11/2020, a pag. 1-32, con il titolo "Una città libera per gli armeni", l'analisi di Bernard-Henri Lévy.

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Bernard-Henri Lévy

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A che pro commemorare la fine della guerra del 14-18? Perché ricordare i " poilus", i nostri soldati della Grande Guerra, sepolti dal fango e dal sangue, se un secolo dopo siamo sonnambuli esattamente come allora? Perché nel momento in cui Maurice Genevoix faceva il suo ingresso nel Pantheon, non era la fiamma del milite ignoto a riaccendersi, ma quella di un disastro fin troppo noto, ai confini dell’Europa? L’Alto Karabakh armeno era la Geenna: un luogo di dolore eterno. La polvere da sparo del mondo intero sembrava essersi accumulata in quella minuscola terra cristiana, dalla storia lunga quanto un giorno d’angoscia e di persecuzione. Shushi, la sua umile Gerico, cadeva non sotto il fiato delle trombe, ma per la forza dei mercenari siriani assoldati dall’Azerbaigian. Non si può certo ignorare un fatto del genere! Così come non si può ignorare che il presidente azero abbia sbraitato, in onda dalla sua radio nazionale "Mille Colline": gli armeni dell’Alto Karabakh sono degli esseri infra-umani «e li stiamo scacciando come cani»! È tutto un popolo, in realtà, che gli ammaestratori dalle mani di cuoio si sono arrogati il diritto di domare, di annientare sotto una pioggia di droni e di mettere una museruola fatta di carri armati, "checkpoints" e macerie a chi non ha potuto o voluto fuggire. La geopolitica diventava una specie di addestramento, e così tornava a suonare, per tutti gli armeni del mondo, la terribile e vecchia musica del genocidio.

All’origine di questo disastro troviamo due imperialismi. In primo luogo, come no, la Turchia. Con un Erdogan ebbro di sé e ossessionato da un’unica idea: diventare califfo dell’Islam sunnita ed estendere il suo "Lebensraum", lo spazio vitale che crede suo, nel Mediterraneo, sui Balcani, nel Caucaso e ancora più in là. Cosa aspettiamo ad aprire gli occhi? Che i suoi Lupi grigi — addestrati proprio per massacrare gli altri animali della fattoria orwelliana in cui si è trasformata la nostra comune dimora, assediata dal Covid — risalgano il Mississippi, esprimano punti di vista sulla Pennsylvania e continuino, come a Vienna (c’è la Vienna austriaca e quella francese!) ad applicare l’aperto ricatto terrorista formulato dal neo-sultano in persona? E poi la Russia, il secondo imperialismo. Perché Mosca, benedicendo il "cessate il fuoco" finale, ha ottenuto esattamente quel che voleva: rendere più forte un autocrate in Azerbaigian; indebolire il giovane Primo ministro liberale in Armenia; e, mentre il mondo rivolgeva lo sguardo altrove, ridisegnare, a partire da un vecchio conflitto congelato, la mappa della regione. Ci si accorge, en passant, che erano due — come da buona strategia putiniana — le forme di conflitto congelate. Quelle che si riaccendono con una grande fiammata improvvisa, che coglie di sorpresa, come un petardo lanciato tra le zampe di un’Europa frastornata: è lo scenario ucraino. Quelle che vengono portate al punto di ebollizione lentamente, senza sbalzi di temperatura, a fuoco dolce, evitando inopportune vampate di calore, in modo da tirar su la pappa fatta, un giorno: è lo scenario georgiano. L’Alto Karabakh è un conflitto congelato del terzo tipo, invece: lo si mette nel congelatore, appunto, sotto un manto di neve e pietre; si attende poi il momento giusto per soffiare sulle braci e togliere le castagne dal fuoco. Sono due imperi che, tuttavia, marciano insieme.
 
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Erdogan e Putin — i perni della teoria attorno cui ruota il mio libro L’Impero e i Cinque Re — sono due gemelli piromani che lanciano le loro torce uno contro Shushi, l’altro contro le chiese di Mariupol’ e, tutti e due insieme, addosso a quella ampia cattedrale del diritto e della giustizia che è l’Unione Europea. Assistiamo, in sostanza, ai risultati pratici del lavoro svolto nel mondo da due compari che si sono spartiti i ruoli: Erdogan è le zanne e il sangue; Putin, invece, il deus ex machina che, dando zampate da orso, promette protezione; tra i due, un’Armenia ormai esangue, che vive sulla propria pelle l’uscita di scena di qualsiasi forma di civiltà. Una delle due, quindi: o abbandoniamo i nostri amici del Caucaso al loro destino di cani, di ferrovecchio color antracite e di cannoni. E, permettendo a Erdogan e Putin di darsi reciproche pacche sulle spalle, si permette anche che Shushi diventi una Sarajevo cristiana, la cui caduta rappresenterebbe, come nel 1994, la perdita di una mònade dello spirito europeo. Ridiventeremmo, in questo caso, dei sonnambuli, come nel 1914, e il nostro profondo torpore incredulo renderebbe vulnerabile non solo Shushi ma anche Nicosia, Riga, Varsavia o Atene. Non è forse tipico dell’addestratore di cani, che come cani tratta i nemici, di non avere requie fino a quando ogni cane non viene messo a cuccia nel suo canile? Così. Oppure ci si sveglia. Ci si ricorda di come lo strisciare rettiliano di freddi mostri imperiali abbia potuto mettere in movimento, un tempo, le bielle di una macchina infernale. E si va a cercare un paese coraggioso, almeno uno, per riconoscere la Repubblica dell’Artsakh, così ferita, mutilata, sanguinante.

Un secolo fa, la Società delle Nazioni inventò per Danzica lo statuto di "Città Libera". E le Nazioni Unite, dopo la Seconda guerra mondiale, hanno rispolverato quello statuto per Trieste. Perché non fare lo stesso per l’Alto Karabakh? Perché la Francia non dichiara "Città Libere" Step’anakert e Shushi? Perché non immaginare che la loro libertà venga garantita da una forza internazionale? Sarebbe un bel gesto. Sarebbe, se l’esempio della Francia venisse seguito da altri Stati, l’atto di un’Unione Europea che ratifica il prevalere dei propri valori sui propri interessi. Nascerebbe così un ulteriore diritto da inserire nella Charta delle nazioni civilizzate: il diritto di legittima difesa per un popolo facente parte di una minoranza e trattato alla stregua di una bestia. È un appello, questo.
(Traduzione di Monica Rita Bedana)

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