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La Repubblica Rassegna Stampa
16.10.2020 Yousef Al Otaiba, Ambasciatore degli Emirati a Washington: 'Ecco come è nata la pace con Israele' - parte 2
Lo intervista il direttore di Repubblica Maurizio Molinari

Testata: La Repubblica
Data: 16 ottobre 2020
Pagina: 20
Autore: Maurizio Molinari
Titolo: «Al Otaiba: 'Intese segrete a colpi di strette di mano così abbiamo raggiunto gli Accordi di Abramo'»
Riprendiamo dalla REPUBBLICA di oggi, 16/10/2020, a pag. 20, con il titolo "Al Otaiba: 'Intese segrete a colpi di strette di mano così abbiamo raggiunto gli Accordi di Abramo' " l'intervista del direttore Maurizio Molinari a Yousef Al Otaiba, Ambasciatore degli Emirati a Washington (seconda parte, pubblichiamo la prima in altra pagina di oggi di IC).

UAE Ambassador Yousef al Otaiba's Sordid Double Life
Yousef Al Otaiba

Non ci sono state resistenze interne negli Emirati contro l'accordo? «Negli Emirati c'era, certo, chi diceva che bisognava aspettare la risoluzione della questione palestinese prima di qualsiasi accordo con Israele ma l'Iniziativa di pace araba risale al 2002 e in 18 anni non ha portato ad alcun progresso. Dunque abbiamo scelto un'altra strada».
Quanto ha pesato il timore nei confronti dell'Iran? «Come ha detto il mio ministro degli Esteri, la politica e le azioni dell'Iran ci hanno reso sospettosi nei suoi confronti ed il comportamento dell'Iran ha facilitato gli Accordi di Abramo. L'Iran ha creato le condizioni per gli accordi con Israele ma noi non li abbiamo firmati con l'Iran in cima ai nostri pensieri».
E' dunque la fine della stagione del nazionalismo arabo che, da Nasser agli Assad fino a Saddam Hussein, ha perseguito la distruzione dello Stato ebraico? «Non è più popolare come era una volta, così come non lo sono più il socialismo, il comunismo, l'arabismo e l'islamismo. Gli arabi oggi vogliono opportunità: lavoro, la speranza di un futuro migliore, sono stanchi di corruzione ed ideologia. I giovani ci chiedono: cosa ci hanno dato arabismo e socialismo? Ora serve la modernità. Il futuro. È per questo che dedichiamo così tanto tempo e risorse alla tecnologie, mandiamo nostri astronauti nello spazio e abbiamo un ministero dell'Intelligenza artificiale. Andiamo avanti, non indietro».
Da dove nasce iI sostegno del giovani emiratini per la pace con Israele? «La maggior parte dei giovani negli Emirati non hanno mai combattuto contro Israele ne sono mai stati in guerra contro Israele. Non hanno un confine con Israele come Giordania ed Egitto. Io sono cresciuto in Egitto, ogni giorno che andavo a scuola, per ottoanni, dovevo passare davanti all'ambasciata israeliana, gli egiziani sono stati cresciuti nell'odio per Israele. Non noi».
Nel 2019 avete accolto Papa Francesco, meno di due anni dopo la pace con Israele: la coesistenza fra fedi è possibile in Medio Oriente? «Accogliere il Papa e firmare gli Accordi di Abramo è l'altra faccia dello sguardo al futuro: coesistenza fra identità e nuove tecnologie sono i due volti della voglia di guardare avanti. In poco tempo abbiamo dimostrato che gli Emirati possono fare entrambe le cose».
Che idea di Islam c'è dietro questa apertura al mondo non musulmano? «Venti anni fa gli Emirati Arabi Uniti erano tolleranti quanto lo sono oggi, con abitanti di 200 nazionalità diverse e più luoghi di culto di differenti religioni. Se oggi siamo più determinati a farlo sapere è perché sentiamo che dobbiamo difendere la mia fede, l'Islam».
Da chi dovete difenderla? «Dobbiamo difendere l'Islam da chi va in giro a uccidere, compiere attentati e dirottare aerei in suo nome. Nel mondo ci sono 1,7 miliardi di musulmani, in gran parte pacifici, moderati. Ma i pochi che sono estremisti monopolizzano l'immagine dell'Islam. Nelle moschee europee ci sono troppe persone estremiste, malate, che non rappresentano la maggioranza dei musulmani. Io sono cresciuto in una famiglia musulmana, pregavamo e digiunavamo durante il Ramadan, ma nessuno ci obbligava a farlo».
Questa idea dl modernità da dove viene? «Non so chi l'ha coniata ma noi negli Emirati ci crediamo e l'abbiamo appresa da Sheik Zayad. È lui che ha fondato gli Emirati nel 1971, ha sempre predicato la coesistenza, la tolleranza. Credeva che tutti devono vivere assieme in pace ed armonia a prescindere da nazionalità e fede, colore della pelle. Abbiamo creato una società dove a prevalere è sempre la legge».
Sono idea diffuse anche In altri Paesi arabi? «Sì, in Medio Oriente le persone protestano perché vogliono migliorare la vita nei rispettivi Paesi. In Libano, Iraq o Algeria: le persone chiedono gli stessi cambiameli. I giovani arabi chiedono ovunque di avere le stesse opportunità. E sulla questione di genere è vero alla stessa maniera: le giovani donne vogliono le stesse opportunità degli uomini».
Prevede che altri Paesi arabi aderiranno agli Accordi di Abramo? «Prevedere è pericoloso, ho imparato a non farlo. Ogni nazione è chiamata a decidere sulla base delle proprie esigenze. Noi avevamo il sostegno dell'opinione pubblica».
Come si svilupperanno i rapporti fra Emirati e Israele? «La maggiore attenzione è sulle opportunità economiche: il settore aereo e marittimo, gli accodi commerciali, il turismo. Ma ciò che conterà di più sarà il "people to people". Ci conosceremo meglio e questa sarà la svolta. Sconfiggeremo gli stereotipi».
In Cisgiordania c'è chi ritiene che se Mohammed Dahlan fosse presidente al posto di Abbas la pace con Israele sarebbe a portata di mano. Dahlan vive negli Emirati. Lei che cosa ne pensa? «Sta a Dahlan decidere che cosa fare. Sta ai palestinesi decidere il loro futuro. Non a noi. L'unica cosa che dico è che il Medio Oriente cambia e chi se ne accorge deve adattarsi ai cambiamenti, senza rimanere imprigionato nel passato».
II Qatar aiuta Israele a gestire i rapporti con Hamas a Gaza. Lo considerate un rivale? «Non credo che il Qatar aiuterà la pace perché la regione del Medio Oriente è divisa in due campi: da un lato chi promuove odio e Islam politico, come i Fratelli musulmani, sostenuto da Turchia e Iran e dall'altra c'è la modernità ovvero Egitto, Giordania, Oman, Kuwait, Bahrein, Emirati, Bahrein e Arabia Saudita. Iran e Turchia rifiutano ogni elemento di laicità. Sono un ostacolo per la regione, ma per molte decadi anche la Europa ha convissuto con nazismo e comunismo sovietico».
Se Joe Biden diventerà presidente americano che ne sarà degli Accordi di Abramo? «Li rispetterà. Subito dopo gli Accordi ho parlato con 21 senatori, democratici e repubblicani, tutti molto favorevoli. Sono stati ricevuti bene da entrambi perché l'importanza del riconoscimento di Israele in America è un valore bipartisan. Sull'Iran invece il team di Biden non ha ancora preso posizione ma non considerano l'Iran una non-minaccia».
Come può l'Europa aiutare gli Accordi di Abramo? «È importante che Europa e Usa siano allineati perché li rende più forti. Dagli Accordi di Abramo possiamo arrivare all'accordo sui due Stati: è un fronte sul quale l'Europa può aiutare molto».
'Mbz" è uno dei leader più temuti e rispettati dal mondo arabo. Pochi lo conoscono come lei. CI dica qualcosa su di lui che ignoriamo. «Sono di parte perché lavoro con Sheik Mohammed da 20 anni. È diretto, non è un politico, ha una visione per il suo Paese e sa con esattezza dove vuole indirizzalo. Tratta tutti con eguale rispetto: il povero ed il ricco».

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