giovedi` 21 gennaio 2021
CHI SIAMO SUGGERIMENTI IMMAGINI RASSEGNA STAMPA RUBRICHE STORIA
I numeri telefonici delle redazioni
dei principali telegiornali italiani.
--int(0)
Stampa articolo
Ingrandisci articolo
Clicca su e-mail per inviare a chi vuoi la pagina che hai appena letto
Caro/a abbonato/a,
CLICCA QUI per vedere
la HOME PAGE
Segui la rubrica dei lettori?
Clicca qui per condividere
l'articolo sui Social Networks

Bookmark and Share
vai alla pagina facebook
vai alla pagina twitter
CLICCA QUI per vedere il VIDEO

Le parole di Benjamin Netanyahu sull'accordo di pace con il Marocco (sottotitoli italiani a cura di Giorgio Pavoncello)


Clicca qui






La Repubblica Rassegna Stampa
10.08.2020 Se questo è il meglio che il Libano può offrire...
Cronaca di Vincenzo Nigro, intervista di Stefania Di Lellis

Testata: La Repubblica
Data: 10 agosto 2020
Pagina: 14
Autore: Vincenzo Nigro - Stefania Di Lellis
Titolo: «Beirut, i volti della rivolta: 'Cambieremo il Paese'. E il governo va in pezzi - La sfida di Dima: 'Israele nemico ma Hezbollah ha fatto peggio'»
Riprendiamo dalla REPUBBLICA di oggi, 10/08/2020, a pag.14, con il titolo "Beirut, i volti della rivolta: 'Cambieremo il Paese'. E il governo va in pezzi", il commento di Vincenzo Nigro; a pag. 15, con il titolo "La sfida di Dima: 'Israele nemico ma Hezbollah ha fatto peggio' ", l'intervista di Stefania Di Lellis.

Nigro cita, nella sua cronaca, il "crudele" Bin Laden insieme a Stati Uniti e Israele. Che bisogno aveva il giornalista di farlo? Sarebbe invece opportuno intervistare sui fatti di Beirut D'Alema, oggi produttore di vini, ma fino a pochi anni fa amico dei terroristi di Hezbollah (celebre la sua passeggiata a Beirut nel 2006). Nessuno, invece, ha pensato finora a intervistarlo.

Stefania Di Lellis intervista la libanese Dima Sadek, che attribuisce ogni colpa a Stati Uniti e Israele. Se questo è il meglio che il Libano può offrire...

Ecco gli articoli:

Vincenzo Nigro: "Beirut, i volti della rivolta: 'Cambieremo il Paese'. E il governo va in pezzi"

Giulio Meotti on Twitter:
D'Alema con i suoi amici Hezbollah a Beirut

La crisi in Libano accelera. E non sono le nuove proteste, i nuovi assalti al Parlamento e ai ministeri di ieri a dirlo. «I topi abbandonano la nave, perché la nave sta per affondare», dice Walid, un ingegnere che segue le proteste in televisione, «ma sto decidendo di scendere in piazza anche io». I "topi" che hanno sentito odore di fallimento sono i due ministri, i deputati, l’ambasciatrice, i funzionari che, lasciando i loro incarichi, hanno capito che la rivoluzione libanese continuerà e porterà un cambiamento. È questo il segnale di un cambiamento: non sarà la rivoluzione, e forse sarà una ennesima prova di trasformismo dei partiti settari, ma è l’avvio di un movimento. Mentre in centro continuavano gli assalti e le sassaiole, le voci di Beirut dicono che il governo ha le ore contate. Prima di giovedì il primo ministro Hassan Diab, un tecnico scelto dal presidente Aoun dopo la crisi di governo di novembre, farebbe dimettere tutto il governo. E nel frattempo ieri se ne sono andati la ministra dell’Informazione, Manal Abdel-Samad, e quello dell’Ambiente, Damianos Kattar. Oggi la valanga: si dimettono il titolare della Difesa, Zeina Akar, quello delle Finanze, Ghazi Wazni, e degli Interni, Mohamad Fahmi. Qualcuno dice che l’esercito potrebbe avere un ruolo in politica, per gestire l’emergenza, ma il loro capo, il generale Joseph Aoun, cristiano, punterebbe a diventare presidente della Repubblica nei prossimi mesi. E il primo ministro deve essere sunnita. Altri deputati indipendenti hanno lasciato. E fra loro la prima a dimettersi è Paula Yacoubian, da mesi contro l’esecutivo. È la prima e unica eletta della società civile, come si chiamavano i movimenti popolari prima di ribattezzarsi semplicemente "rivoluzione". Di origine armena, 44 anni, giornalista televisiva molto glamour e iper-social, prima era salita anche lei in qualche modo in una delle carrozze del treno del potere libanese. Era lei, per esempio, che il primo ministro Saad Hariri "sequestrato" in Arabia Saudita aveva chiamato a Riad per un’intervista in cui spiegava che con il feroce principe ereditario Mohammed Bin Salman aveva trovato un accordo e che presto sarebbe tornato a Beirut. Due anni fa Yacoubian è stata eletta con il sostegno del movimento "Dafa", calore. Sostanzialmente ha potuto approfittare del fatto che nel sistema delle quote a Beirut un deputato spetta agli armeni e tutta l’opposizione ha votato lei. «Mi sono dimessa perché io continuo ad andare fra la gente, vedo ogni secondo la sofferenza, il dolore, e provo vergogna per questa classe politica. In Parlamento ho provato ad individuare, ad attaccare i responsabili della corruzione, ma ormai ho capito che è tutto il sistema da scardinare». Scardinare il sistema, rifondare il patto politico in Libano. «Perché se continuiamo a votare così, con questo sistema settario, un cui tutto è spartito al millimetro fra sciti, sunniti, cristiani, drusi, ogni comunità eleggerà sempre i più prepotenti, i capi delle famiglie più ricche e mafiose ». Chi parla così è Imad Amer, architetto di 28 anni che è uno dei motori si "Lihakki", "Per il mio diritto", un movimento di base nato per difendere i diritti del popolo libanese. «La nostra rivoluzione non arriva adesso, ed è nata davvero per le spinte di base del popolo. C’è un gruppo "EKassarat", contro la devastazione delle montagne per le cave aperte in maniera selvaggia. C’è "E’etilef Dod Alnifayat", il "comitato contro i rifiuti", un vero movimento di massa, nato quando abbiamo avuto il picco di una abominevole crisi dell’immondizia, uno scandalo dove tutti sappiamo finivano i soldi ma nessuno prendeva l’immondizia. C’è un movimento "Bala Ghala" (contro il caroprezzi) e "Mouch Dafan" (Non pagheremo): in Libano ormai ci sono i miliardari e poi il popolo alla fame, non esiste più classe media, siamo stati schiacciati verso il basso». Imad spiega che tutti questi movimenti popolari si sono messi in rete, da anni hanno iniziato a parlarsi, e convengono su una cosa: «Non sono solo i ladri e corrotti che abbiamo oggi: È il sistema: se continua così, voteremo di nuovi, i capi-bastone cristiani, sciiti, sunniti, drusi, ordineranno di votare in ogni collegio le loro teste di legno e non cambierà nulla ». Gli chiediamo a quale gruppo appartiene: «I miei genotipi sono drusi, io mi considero innanzitutto libanese ». Incontriamo un altro motore, poderoso, della rivoluzione. Wassef Al Karak, 48 anni, sciita di Dahie, il quartierone caposaldo di Hezbollah colpito da Israele durante la guerra del 2006. Quello in cui Hezbollah mostrò a D’Alema i palazzi sventrati. Lui non rinnega la sua appartenenza confessionale: «Sono sciita, ma da anni sono contrario a questo sistema di suddivisione del potere. Dal 2012, dopo le primavere arabe, abbiamo iniziato a mobilitarci per un cambiamento politico nel nostro Paese. Da allora noi ci prepariamo, ci incontriamo, studiamo, perché sappiamo che questo sistema non può reggere». Il movimento che Wassef ha fondato si chiama "Al Marssad Al Schabi Lomokafahel", Osservatorio popolare per la lotta alla corruzione. «Siamo in attività da anni, incontriamo i cittadini entriamo nei ministeri, negli uffici per avere notizie, per indicare quali sono i fenomeni di corruzione, per mobilitare. Siamo presenti in tutto il Paese, ogni comitato locale ha il compito di individuare, denunciare, combattere i casi di corruzione». Chiediamo: Wassef, ma che cosa pensano i vostri capi religiosi e poltici, i capi di Hezbollah o Amal o gli altri del vostro impegno? Wassef, che è un omone, scoppia in una risata: «Siamo un fastidio, ci disprezzano. A me dicono ‘ti stai alleando con gli amici di Israele e degli Stati Uniti’. La verità è che in ogni confessione religiosa, per mantenere il potere, i leader ricattano il loro stesso popolo, lo terrorizzano: se non votate per noi arriva Hezbollah, dicono i cristiani. ‘Se non votate noi arrivano gli israeliani’, dicono quelli di Hezbollah e Amal. Hanno un potere enorme, con i giudici, la polizia, i soldi dei tesori che hanno accumulato. Ma i soldi in Libano sono finiti, il giocattolo Libano si è rotto. Se con cambiamo questo sistema folle, di mafie che si combattono ma rubano insieme, non ci sarà nessuna speranza per il Libano».

Stefania Di Lellis: "La sfida di Dima: 'Israele nemico ma Hezbollah ha fatto peggio' "

dima-sadek - Qelsi Quotidiano
Dima Sadek

«Nasrallah risponda: cosa ha fatto Israele di peggio contro il Libano rispetto ad Hezbollah?». Dima Sadek è abituata a infrangere tabù politici a Beirut, ma la sfida che ha lanciato dal suo account Twitter da 619mila follower dopo l’esplosione nel porto supera ogni sua precedente sfida. Giornalista tv di punta, Sadek conduceva sulla tv Lbc una delle trasmissioni politiche più seguite. Dopo la rivolta del 17 ottobre 2019 ha attaccato sui social Hezbollah e l’alleato Movimento patriottico libero del presidente Aoun. «Twittavo contro tutti – spiega - ma il mio capo mi ha chiesto di smettere di scrivere contro il leader di Hezbollah e Aoun. Mi sono dimessa».
Dire in Libano che Hezbollah ha fatto più danni di Israele non è un po’ troppo? «Considero ideologicamente Israele un nemico. Per il male che ci ha inflitto con le sue guerre, ma soprattutto per quello che ha fatto e fa ai palestinesi. Ma Israele non ha mai fatto esplodere una bomba nucleare contro il Libano. E quello che è accaduto nel porto di Beirut è assimilabile all’esplosione di una atomica».
Accusa Hezbollah dell’esplosione? «So che circolano teorie secondo cui lo scoppio sarebbe riconducibile a Israele. Sono convinta che così non è, anche se naturalmente non ho elementi. Quello di cui però ho la certezza è che Hezbollah controlla tutto in questo Paese. E sa perfettamente quello che c’è nel porto. Nasrallah ha negato di avere a che fare con quel deposito: è una menzogna totale».
I manichini di Nasrallah impiccati in piazza, il suo tweet, gli slogan, gli striscioni alle finestre. Il consenso di Hezbollah si va erodendo? «Con l’alleanza con Aoun, il coinvolgimento in Siria e un’azione di governo inefficace verso la corruzione Hezbollah ha perso consensi tra i suoi sciiti, una minoranza piccola ma significativa si è stancata. A ottobre questo si è accentuato. Io sono sciita, ma parlo contro Hezbollah».
Crede che la rabbia che vediamo nelle strade porterà il Libano verso il cambiamento? «La rivoluzione del 17 ottobre è stata fermata dalla violenza di Stato e dal Covid-19. Credo che ora la gente sia più determinata ad andare avanti. Ma qui le cose non sono facili: ci sono tanti attori non solo libanesi in gioco».
A chi si riferisce? «All’Iran, naturalmente, ma non solo. A ottobre le istituzioni stavano vacillando, ma Hezbollah è riuscito a tenerle in piedi. Però adesso è accaduto qualcosa di una gravità mai vista e potrebbe finire in un altro modo».
Israele trarrebbe vantaggio dal ridimensionamento di Hezbollah. È una prospettiva che la spaventa? «Certo che sì, Israele ha distrutto il nostro Paese quando l’ha invaso, quando l’ha attaccato».
Ora ha offerto aiuto, Tel Aviv si è illuminata con i colori libanesi… «Non ho un problema politico con Israele, ma etico. Per quello che l’esistenza stessa di questo Stato ha causato ai palestinesi. È un nemico».
Si parla di un governo tecnico per amministrare gli aiuti internazionali. Una buona soluzione per il Libano? «Speriamo tutti in un vero governo tecnico. Ma non è una prospettiva molto realistica. Hezbollah controlla il Paese e non consentirebbe un governo che non può dominare».
C’è un leader capace di prendere la testa della piazza? «No. Questo è uno dei problemi più grandi della rivoluzione del 17 ottobre. Era al 100% libanese, voleva il cambiamento, ma non aveva né un leader né un chiaro programma politico».
Vede il rischio di una virata repressiva? «Sì, il pericolo della repressione è davanti a noi».
Nasrallah ha menzionato la possibilità che l’esercito guidi la commissione di inchiesta sull’esplosione, molti considerano le Forze Armate affidabili. Potrebbero accompagnare la transizione? «Stiamo lottando per il cambiamento, per la democrazia, per la modernità nell’amministrazione. L’esercito al potere non è quello che cerchiamo».

Per inviare a Repubblica la propria opinione, telefonare: 06/49821, oppure cliccare sulla e-mail sottostante

rubrica.lettere@repubblica.it

Se ritieni questa pagina importante, mandala a tutti i tuoi amici cliccando qui
www.jerusalemonline.com
SCRIVI A IC RISPONDE DEBORAH FAIT