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La Repubblica Rassegna Stampa
05.12.2019 'Olocaustico': come ridere delle menzogne del negazionismo
Francesco Manacorda intervista Alberto Caviglia

Testata: La Repubblica
Data: 05 dicembre 2019
Pagina: 33
Autore: Francesco Manacorda
Titolo: «'Ma che risate le bugie sulla Shoah'»
Riportiamo da REPUBBLICA di oggi, 05/12/2019, a pag. 33, l'intervista di Francesco Manacorda a Alberto Caviglia dal titolo "Ma che risate le bugie sulla Shoah".

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La copertina (Giuntina ed.)

La mattina dell'appuntamento con Alberto Caviglia, una normale mattina italiana, sui giornali ci sono le foto di "Miss Hitler" con la sua svasticona tatuata sulla schiena, le dichiarazioni di un'altra autoproclamata neonazista secondo la quale ad Auschwitz «c'erano piscina, teatro, cinema», la storia di un consigliere comunale di Schio, che non vuole le pietre d'inciampo perché «rischiano di alimentare di nuovo odio e divisioni». Caviglia, per molti anni assistente alla regia di Ferzan Özpetek e poi regista di Pecore in erba, un "mockumentary" sull'antisemitismo, esce adesso con Olocaustico, il suo primo romanzo. La storia è quella di David Piperno, giovane ebreo romano archetipico fin dal nome. È in Israele, dove sogna di girare il suo grande film di fantascienza, ma intanto si arrangia facendo videointerviste ai sopravvissuti della Shoah per lo Yad Vashem, il museo della memoria che è pietra fondante dell'identità nazionale. Quando anche l'ultimo sopravvissuto muore il suo incarico è finito. Ma David ha un asso nella manica: inventarsi un sopravvissuto e intervistarlo. Incredibile successo dell'inganno e poi invece scoperta, scandalo e conseguente negazione planetaria della Shoah. Il finale di redenzione (o quasi) prevede che la verità storica torni ad affermarsi anche grazie ad alleati improbabili come un preistorico lucertolone e tramite l'ubriacatura globale per le "fake news".

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Alberto Caviglia, già regista di "Pecore in erba"

O gli dei del marketing hanno deciso di darle una mano, oppure lei è stato davvero poco fantasioso. Oggi il suo romanzo dell'assurdo rischia di diventare narrazione della realtà... «Ho cominciato a scriverlo due anni fa proprio sull'onda di alcuni episodi come quelli che oggi sono sempre più frequenti; in particolare la legge approvata in Polonia che proibiva di parlare di responsabilità polacca nella Shoah perché sosteneva che tutte le responsabilità peri campi di sterminio erano tedesche. Una cosa incredibile. Ma ormai con il mio editore, Shulim Vogelmann di Giuntina, abbiamo una chat apposita in cui ci scambiamo solo articoli su queste notizie».
II suo approccio alla Shoah è — diciamo — non ortodosso. Ma si può fare ironia su questo tema quando per l'appunto la realtà supera l'immaginazione ed Ezio Greggio rischia di passare da Striscia la Notizia al Giardino dei Giusti? «Il mio libro non fa umorismo fine a sé stesso sulla Shoah, ma semmai guarda in modo umoristico a come è trattata la Shoah». E come è trattata? «Partiamo da una premessa. Io appartengo all'ultima generazione che ha ascoltato i racconti dei testimoni reali, le vittime della Shoah. Lo considero un grande privilegio che ai miei figli, se ne avrò, non sarà dato. Così cerco di accorciare la distanza che separa i più giovani da quanto è accaduto. Oggi infatti i ragazzi vanno ad Auschwitz e si fanno i selfie. Ecco, non vorrei che Auschwitz fosse vissuto come un Jurassic Park, una storia di dinosauri passata e non legata all'Europa di oggi; ma vorrei che anche i più giovani sentissero quanto è accaduto come cosa viva e presente, come un rischio oggettivo di fronte alle tante manifestazioni che vediamo oggi e che mi spaventano».
Non pensa che l'identità ebraica — con la necessaria genericità che questo termine porta con sé — rischi di cristallizzarsi sulla Shoah e di identificarsi esclusivamente con questo enorme trauma? «Prima del libro ho fatto un film sull'antisemitismo che non parlava di Shoah. È stato difficile farlo, ma non volevo che le due cose si sovrappone.ero. E allo stesso modo penso che ebraismo e Shoah non si debbano sovrapporre. Ma vedo anche che oggi c'è sempre più insofferenza per come è raccontata la Shoah. Non ci si può rassegnare a non raccontarla perché le persone sono insofferenti a questa narrazione. Ma bisogna assolutamente uscire dalla retorica con cui oggi viene raccontata la Shoah, trovare nuovi modi per narrarla. Dobbiamo far capire che è una storia che non è lontana da noi ma abbiamo anche la responsabilità di custodirla e tramandarla. È quello che accade al mio protagonista e provo a fare anche nel mio libro».
"Olocaustico" è un titolo forte, anche perché, al di là del gioco di parole, ricorre talvolta nei siti negazionisti, con un chiaro intento dispregiativo. «È un titolo provocatorio. Ma questo è un libro per negare i negazionismi e prova a farlo entrando nello stesso terreno di gioco dei negazionisti — quello delle realtà negate e delle storie incredibili fatte passare per verità — per far vedere la natura criminale dei loro atti. Per questo esaspero nel libro quello che vorrebbero fare, ossia cancellare la Shoah».
Nel libro proprio le "fake news" sconfiggono i negazionisti sul loro terreno e ristabiliscono l'esistenza — sebbene riveduta e corretta — della Shoah. È una soluzione? «Ovviamente non ho soluzioni e non penso che quel che accade nel libro debba accadere nella realtà. Ma sono tutt'altro che ottimista: penso che siamo in un momento di caos che è destinato a peggiorare perché stanno aumentando gli strumenti con cui si possono proporre dubbi e negazioni di fatti storicamente avvenuti. Stiamo perdendo la guerra tra "fake news"e realtà storica. E se crollasse la memoria della Shoah si porterebbe dietro anche tutte le altre certezze su cui basiamo la nostra civiltà».
II senso di colpa è ingrediente essenziale dell'identità ebraica. Si sente anche un po' in colpa per aver scritto "Olocaustico"? Teme reazioni, magari dalla stessa comunità ebraica? «Ho qualche preoccupazione, ma quando penso alla storia che ho scritto e a come possa essere interpretata — perché alla fine i rischi nascono da quello — non c'è nulla che mi porti al rimorso. Credo in questa operazione e a quella che per me è un'assunzione di responsabilità, nonostante io navighi nel senso di colpa in qualsiasi altro campo».

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