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La Repubblica Rassegna Stampa
12.09.2019 Israele verso le elezioni: l'opinione di A.B. Yehoshua
Prontamente intervistato da Francesca Caferri. Quando verrà dato spazio a altre opinioni?

Testata: La Repubblica
Data: 12 settembre 2019
Pagina: 10
Autore: Francesca Caferri
Titolo: «'Alle urne come in un referendum. Con o contro Netanyahu'»

Riprendiamo da REPUBBLICA di oggi, 12/09/2019, a pag.10 con il titolo 'Alle urne come in un referendum. Con o contro Netanyahu' l'intervista di Francesca Caferri a A.B. Yehoshua.

Il ritratto fosco che Yehoshua fa di Netanyahu è frutto dell'opinione personale dello scrittore, noi la riprendiamo comunque come abbiamo sempre fatto. Continuiamo a segnalare la faziosità del quotidiano debenedettiano, che dà solo spazio a scrittori o opinionisti israeliani anti-Netanyahu. Il modo peggiore di fare informazione.

Ecco l'articolo: 

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Abraham B. Yehoshua

 

Ecco l'intervista:

Immagine correlata
Francesca Caferri

Di fronte a uova strappazzate e caffè, Abraham Yehoshua riflette sul destino del suo Paese con tono amaro, nonostante le bustine di zucchero che una cameriera solerte sistema sui tavoli intorno. “Tunnel”, il suo ultimo romanzo, appena pubblicato in Italia da Einaudi, parla di un matrimonio consumato dal tempo e dalla malattia, ma del legame che nonostante tutto unisce i due sposi. Metafora perfetta dell’unione fra uno dei più grandi scrittori israeliani e il suo Paese: amatissimo, eppure fonte di perenne preoccupazione e amarezza. Soprattutto alla vigilia di un voto, come quello per il rinnovo del Parlamento (Knesset) della prossima settimana, in cui in gioco c’è l’identità stessa dello Stato ebraico: laici contro ultraortodossi, la sinistra dei padri fondatori ridotta al lumicino da una destra sempre più aggressiva, il rifiuto della popolazione araba di prendere parte.

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La Knesset, il Parlamento israeliano

Se accetta di indossare i panni dello sposo, come va il matrimonio? Riconosce ancora il suo grande amore? «Come potrei? Sono estremamente critico verso l’identità di Israele oggi. La maniera in cui ci siamo trasformati, il ruolo che la religione ha preso nella vita pubblica, i nostri politici: non mi riconosco in nessuna di queste cose».

E allora perché non divorzia? Potrebbe andare a vivere ovunque… «Io non potrei mai essere parte della diaspora ebraica. Sono un ebreo nato a Gerusalemme, vissuto a Gerusalemme: se Israele non ci fosse più non ci sarebbe più la mia identità. Resto e parlo, scrivo, critico».

Martedì il Paese va al voto per la seconda volta in un anno. Ci racconta il clima che c’è? «Al centro di queste elezioni c’è una scelta pro o contro Netanyahu: ha vinto le elezioni ad aprile ma non è riuscito a formare il governo. Tutto il voto è su di lui e sulle sue questioni giudiziarie: potrebbe finire in carcere. Lo sa e per questo si comporta come un animale ferito. In campagna elettorale non si è parlato di pace con i palestinesi, di due Stati, di come sarà Israele nel futuro. Stiamo decidendo se cacciare o no Netanyahu».

Che cosa pensa accadrà? «Posso solo sperare che perda».

E che cosa si aspetta dal futuro se questo accadesse? «Noi israeliani abbiamo già mandato in prigione primi ministri e presidenti: potrebbe accadere ancora. Ma se mi chiede cosa mi auguro, quello che vorrei è che fossimo in grado di rimediare all’errore che Mosè fece sul Monte Sinai, quello di legare religione e identità. Questo è ciò che rende gli ebrei unici ma anche il loro maggiore problema. In America, in Italia, ci sono ebrei, ma questo non impedisce loro di essere cittadini dei loro Stati. In Israele non accade: religione e appartenenza allo Stato sono la stessa cosa».

Si riferisce alla legge approvata qualche mese fa che definisce Israele “Stato degli ebrei…”? «La destra ha voluto questa legge per difendersi da ciò che sta accadendo: l’unica soluzione per israeliani e palestinesi è uno Stato bi-nazionale. Non due Stati uno accanto all’altro, come volevano gli accordi di Oslo. Per questo ha varato la legge».

Lei sostiene l’idea dello Stato unico: ciò le ha provocato molte critiche… «Ho litigato con tanti amici di sinistra. Anche con uno dei più cari fra loro, Amos Oz, fino alla fine. Lui diceva che dovrebbero esserci due Stati, uno ebraico e uno palestinese. Ma ormai è impossibile, è tempo di riconoscerlo. L’ho detto a Amos, lo ripeto oggi. Dovremmo dare ai palestinesi della Cisgiordania gli stessi diritti degli ebrei. E loro dovrebbero usarli per partecipare alla vita pubblica: andando a votare, per prima cosa. Non sarà un piano di pace grandioso, né una soluzione perfetta: ma è l’unica possibile».

Perché? «Anche se nascessero due Stati il confine sarebbe troppo frastagliato. Nessun governo si ritirerebbe da tutti gli insediamenti: quindi da una parte servirebbero connessioni, strade, servizi per garantire i coloni. E dall’altra, come si potrebbe governare una minoranza palestinese piena di rabbia e senza diritti all’interno di uno Stato ebraico? Per non parlare di Gerusalemme: non si può dividere la città e non ci sarebbe Stato palestinese senza Gerusalemme».

Servirebbero tunnel, che poi è il titolo del suo libro… «Non a caso: in Israele ci sono religiosi e non religiosi. Osservanti contro non osservanti. Ultraortodossi e arabi. Ogni gruppo costruisce un muro per difendere la sua identità: io vorrei invece che si costruissero tunnel».

C’è un’altra protagonista nel suo libro: la malattia che affligge il protagonista, la demenza. Anche questa non è stata una scelta casuale… «Volevo lanciare un messaggio simbolico a israeliani e palestinesi: dire che è tempo di iniziare a dimenticare, di guardare al futuro. Basta rivangare nelle ferite del passato: parlare sempre di Shoah e di Nakba. Il mondo va avanti veloce: dobbiamo adattarci e andare avanti. Invece spesso siamo così incastrati nel passato da non guardare a ciò che potremmo avere».

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