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La Repubblica Rassegna Stampa
09.09.2019 Su Repubblica l'islam sbianchettato in nome del politicamente corretto
Il titolo non corrisponde alla cronaca di Carlotta Rocci

Testata: La Repubblica
Data: 09 settembre 2019
Pagina: 4
Autore: Carlotta Rocci
Titolo: «Torino nel mirino degli imam radicali. Ma nelle moschee non c’è adesione»

Riprendiamo dalla REPUBBLICA - Torino di oggi, 09/09/2019, a pag. 4, con il titolo "Torino nel mirino degli imam radicali. Ma nelle moschee non c’è adesione", la cronaca di Carlotta Rocci.

Il titolo della cronaca è gravemente fuorviante perché scagiona l'islam italiano e torinese nel complesso e addita come responsabili unicamente un gruppo, si presume sparuto, di "imam radicali". Che non ci sia adesione nelle moschee, come indica la seconda parte del titolo, è una supposizione di chi ha composto il titolo che non emerge dal pezzo. Un titolo quindi all'insegna del politicamente corretto.

Ecco l'articolo:


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C’erano Torino e il Piemonte nel mirino degli imam che frequentavano Jameleddine B. Brahim Kharroubi, arrestato dai Ros dei carabinieri e dal Gico della Guardia di finanza dell’Aquila con l’accusa di aver usato un sistema di aziende intestate a prestanome per finanziare il terrorismo islamico in Siria. E’ l’ 8 marzo 2016 quando l’imam di Bari, Said Ayoub Salahdin, coinvolto in un’inchiesta per terrorismo della procura di Bari incontra Kharroubi a Martinsicuro, in provincia di Teramo e gli chiede di potersi mettere in contatto con la moschea Taiba di Torino, una delle più frequentate in città. A lui sono destinati alcuni dei bonifici che sui libri contabili dell’azienda di controsoffitti di Kharroubi risultano come " Assegni familiari" e sono in realtà somme destinate a diversi Imam in Italia tutti finiti nel mirino degli investigatori per le loro idee radicali. L’imprenditore aveva addirittura messo a libro paga la moglie dell’Imam nel 2016 per poter mascherare i trasferimenti di denaro. Salahdin vuole organizzare una raccolta fondi. « Se dio vuole dobbiamo andare a Torino - dice l’Imam - ci devono essere delle moschee ma come faccio a parlare con loro? » . Vuole che Kharroubi sia il suo intermediario ma l’imprenditore tunisino che vive a Torino da più di 20 anni lo scoraggia: « Non c’è una moschea a Torino che stia bene, cioè anche se hanno dei soldi, hanno altre necessità ». E gli consiglia altre moschee nel sud Italia.

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Musulmani riuniti nel Parco Dora, a Torino

« Non mi stupisce - dice Brahim Baya, portavoce dell’associazione islamica delle Alpi - Da molti anni la Moschea Taiba non raccoglie fondi per persone che non conosce molto bene ed è una precauzione che è stata adottata da molti centri islamici della città. Da tempo abbiamo una politica di trasparenza e di apertura che scoraggia chi ha intenzione di infiltrarsi nelle nostre moschee». Ne sono la prova le numerose manifestazioni con cui le moschee torinesi hanno aperto le porte ai cittadini sedendosi a più tavoli di dialogo interreligioso e interculturale. Zio Jamal, come conoscono a Torino Kharroubi, il venditore di tappeti, di recente diventato nonno, non ha la fama di essere un estremista. Quasi più nessuno si ricorda di lui al Centro Mecca di via Botticelli dove non mette piede da almeno 15 anni, dall’espulsione dell’Imam Boutcha Bouriki, arrestato per terrorismo. «Aiuta sempre chi ha bisogno, con il suo lavoro fornisce tappeti e lavori di ristrutturazione alle moschee che stanno per aprire senza mai chiedere un pagamento » , dicono i suoi conoscenti nella comunità tunisini, tutti sorpresi dell’immagine radicale di Kharroubi, arrestato insieme alla moglie italiana e al figlio, che emerge dall’indagine della direzione distrettuale antimafia dell’Aquila. Quando un paio di mesi fa gli investigatori erano arrivati per perquisire il suo negozio aveva raccontato agli amici di non avere idea di quale fosse la ragione di quell’interesse verso di lui. «Ho comprato dei tappeti in Turchia e mi sono rivolto a un interprete, forse era la persona sbagliata » , aveva confidato. Anche il suo legale Gabriele Rapali parla di un « impianto accusatorio carente perché un conto è il reato fiscale su cui daremo le necessarie spiegazioni, un conto l’accusa di essere un finanziatore del terrorismo che, invece, non trova riscontro. Il mio cliente non era un imam», spiega. Ma era un buon contatto per molti di quelli finiti nei guai per le loro idee troppo radicali, punti di vista che zio Jamal sembra condividere nelle intercettazioni telefoniche raccolte dagli inquirenti quando definisce il gruppo di combattenti radicali Al- Nusra, dei martiri. E’ sempre lui, nell’aprile 2016 ad accompagnare a Torino per partecipare «una riunione con altri imam radicali » ad Alba, nel Cuneese, Yacine Gasri, imam di Aversa, condannato a 4 anni e 9 mesi di carcere per associazione con finalità di terrorismo.

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