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La Repubblica Rassegna Stampa
16.05.2019 Come distruggere Renaud Camus e farlo passare per estremista di destra: su Repubblica le istruzioni
In un pezzo di Anais Ginori, immaginiamo come può esere andata

Testata: La Repubblica
Data: 16 maggio 2019
Pagina: 14
Autore: Anais Ginori
Titolo: «Nel castello dell’ideologo nero che sogna la 'rimigrazione'»

Riprendiamo dalla REPUBBLICA di oggi 16/05/2019, a pag.14-15 con il titolo "Nel castello dell’ideologo nero che sogna la 'rimigrazione' " il commento di Anais Ginori.

Il nuovo direttore di Repubblica Carlo Verdelli deve aver telefonato a Anais Ginori a Parigi più o meno in questi termini: “Cara Anais, bisogna distruggere l'immagine di Renaud Camus, quindi dovresti renderlo responsabile di una teoria - che Repubblica chiama "rimigrazione" - che ognuno sa non è altro che la “grande sostituzione” alla base dell’ideologia dei Fratelli Musulmani. Camus non ha inventato nulla ma, dato il suo passato di collaboratore di giornali di sinistra come Libération e Nouvelle Obs, non ci sono elementi per classificarlo come intellettuale di destra. Prendilo un po’ in giro semmai”. Ubbidiente, Ginori ne sottolinea gli occhi azzurri, il fatto che viva in un castello in Occitania con il suo compagno, anche se non si capisce che cosa centri visto che l’argomento in discussione non è la sua vita di coppia. Però va delegittimato: questa è la tecnica di Repubblica, che non può scrivere che Camus sta dalla parte di Marine Le Pen. 

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Carlo Verdelli, direttore di Repubblica

Ecco l'articolo:

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Anais Ginori

C’era una volta un castello con un nobile decaduto che dall’alto della sua torre scrutava l’orizzonte, convinto che l’invasione dei barbari fosse alle porte. Di persona Renaud Camus è molto meno astioso, inquietante e apocalittico della favola nera che racconta nei suoi ultimi testi. L’intellettuale francese apre il portone del suo castello in Occitania con un largo sorriso, sgranando gli occhi azzurri. Si fa fotografare volentieri davanti a un’installazione intitolata “la Ferocia” dell’artista corso Marcheschi o seduto dietro alla gigantesca scrivania, circondato da sterminate biblioteche. Camus vive nel castello con il suo compagno, un ragazzo elegante come pure lo scrittore settantenne, in lino beige, panciotto e cravatta. L’improvvisa notorietà all’estero non gli dispiace.

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Renaud Camus

Anche se è dovuta a un giovane neozelandese che ha sterminato cinquanta persone nella moschea di Christchurch, a qualche migliaio di chilometri dal Château de Plieux. Il manifesto del terrorista neozelandese Brenton Tarrant era intitolato “The Great Replacement”, espressione coniata da Camus per descrivere la presunta sostituzione dei popoli europei con altri popoli, in particolare arabo-musulmani. «Quel manifesto era mortalmente noioso, non l’ho neppure terminato» commenta con una punta di snobismo, evitando di lasciare trasparire qualsiasi pathos. «E comunque nei miei testi è scritto che sono profondamente non-violento e pacifista ». Cambia discorso. Quando all’estero cercano notizie sulla “grande sostituzione”, racconta, trovano estratti di “Tricks”, uno dei suoi pochi libri tradotti: racconti erotici omosessuali, pubblicati negli anni Settanta con la prefazione del suo mentore, Roland Barthes. C’è stato un tempo in cui Camus era un intellettuale rispettato. Prima di diventare un reietto, una “Bestia Nera”, come dice lui stesso, era uno scrittore di culto per alcuni, incensato da Libération e Nouvel Obs. La sua personale svolta è cominciata nel 2002 quando ha deciso di fondare il partito dell’“In-noncence”, con l’obiettivo di lottare contro la «grande sostituzione». Ha già partecipato simbolicamente a due presidenziali e ora si candida alle europee. Nella lista in vista del 26 maggio figura un rappresentante dei gilet gialli e un francese di origine algerina convertito al cattolicesimo.

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L'edizione francese della "Grande sostituzione", ancora non disponibile in italiano, come tutti i titoli di Camus, che REP chiama 'l'deologo nero'. Gli editori italiani, si prostrano al 'politicamente corretto' e non lo pubblicano.

Uno dei punti del programma recita: «Non bisogna uscire dall’Europa ma farne uscire l’Africa che la colonizza profondamente ». Nel 2015 era stato condannato proprio per aver scritto che i musulmani stavano «colonizzando » l’Europa. «Ribadisco », dice ora. Plaude a Matteo Salvini che ha chiuso i porti ma preferisce Viktor Orbán, ancora più deciso nel bloccare l’immigrazione. Marine Le Pen non lo convince perché, dice, «tergiversa » e non vuole organizzare la «rimigrazione». È la sua ultima, pericolosa proposta, ovvero il trasferimento in massa all’estero di chi non è in regola e ma anche di chi «non segue usi e costumi francesi». Plieux è un delizioso paesino arroccato sulle colline, con le case in pietra, le persiane azzurre, ringhiere di fiori. È una cartolina della Francia eterna. Ma Camus si accende di rabbia quando ne parla: aProvate ad andare a fare una passeggiata di sera vicino alla stazione di Agen», la città più vicina. «Guardate come si è ridotta Parigi e immagino sia così anche per Roma. Ormai il cammino è segnato: si va verso le bidonville globali». Dice cose f atte apposta per scandalizzare, come quando si paragona ai partigiani che combattevano l’occupazione tedesca. Il suo discorso colto è pieno di buchi e contraddizioni. Ha delle cifre sulla presunta “sostituzione”? Glissa, è «un sentimento, una percezione». Gli facciamo notare che dall’Ottocento in poi sono state accolte varie ondate di migranti, anche italiani. Risposta: «Erano individui, non popoli che volevano rimpiazzare il nostro». La sua, dice, non è xenofobia. «Anzi sonocontro l’appiattimento dei popoli e delle civiltà, voglio preservare la possibilità di mondi stranieri». Nella grande sala da pranzo c’è un ritratto di Emmanuel Carrère. I due scrittori si sono frequentati per vent’anni. «Ti ammiro e ti considero come un amico» scrive Carrère in una lettera pubblicata nella raccolta “Propizio è avere ove recarsi”. L’amicizia è finita con la metamorfosi di Camus da raffinato dandy a “ideologo di estrema destra”, “oracolo dei gruppi identitari”: così l0 definisce adesso Carrère osservando l’evoluzione di un uomo solo che a un certo punto ha trovato, anziché lettori, dei seguaci. «Quegli individui la cui vocazione è ingabbiare in pesanti certezze un pensiero danzante» osserva Carrère che forse alludeva a qualcuno come Dominique Venner, amico di Camus, suicida nel 2013 dentro a Notre-Dame. Verner aveva lasciato un messaggio in cui sosteneva che il “Grand Remplacement” era una delle ragioni del suo gesto. Niente sembra turbare Camus, come se la sua controversa dottrina politica fosse anche un’opera letteraria. In cima alla Torre c’è la scrivania dove l’estate scrive il suo diario, al quarantesimo volume, già pubblicato da Fayard prima che l’editore rompesse con lo scrittore maledetto. Oggi l’intellettuale si autopubblica, vende su Amazon, si promuove sui social. Vive con la pensione e qualche diritto d’autore. Spiega di non avere fondi per fare campagna elettorale. È riuscito però a registrare un video che, secondo le regole elettorali, sarà trasmesso sulla tv pubblica nei prossimi giorni. Nell’ultima versione de “Le Grand Remplacement” Camus ha aggiunto una lunga risposta a Carrère in cui ironizza sul comodo appartamento del romanziere nel decimo arrondissement . Vi siete più sentiti? «Sono diventato un infrequentabile anche per lui». Un altro storico amico, Alain Finkielkraut, ha interrotto le relazioni. «È d’accordo con me ma dice che l’espressione ‘grande sostituzione’ è troppo violenta». Per consolarsi parla del successo di Michel Houellebecq, che l’ha citato in “Sottomissione” immaginandolo come ghostwriter di Marine Le Pen alle presidenziali del 2022. Lui nega sia possibile. Potenza della letteratura.

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