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Corriere della Sera Sette Rassegna Stampa
31.07.2020 Siria: ecco la centrale del jihad
Commento di Lorenzo Cremonesi

Testata: Corriere della Sera Sette
Data: 31 luglio 2020
Pagina: 29
Autore: Lorenzo Cremonesi
Titolo: «Dal campo dove la guerra santa non è mai finita»
Riprendiamo dal CORRIERE della SERA - SETTE di oggi, 31/07/2020, a pag.29 con il titolo "Dal campo dove la guerra santa non è mai finita", il commento di Lorenzo Cremonesi.

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Lorenzo Cremonesi


Sul 'reportage' Rai dal campo di Al Hol in Siria, un'enclave ISIS ...Il campo di Al Hol

«Al Hol: il più pericoloso campo di detenzione al mondo». Così lo definirono gli operatori Onu e delle altre agenzie umanitarie internazionali al momento della caduta dell'ultima roccaforte territoriale di Isis nella cittadina siriana di Baghouz, nel marzo 2019. Sono trascorsi sedici mesi. Ma ben poco è cambiato. Anzi, Al Hol resta un inferno, una polveriera pronta ad esplodere, il cuore pulsante di nuove generazioni di estremisti potenziali abituate a considerare "santi martiri" i kamikaze dell'Islam. Tende e baracche circondate da fili spinati, condizioni igieniche a dir poco precarie per una popolazione che era parte del folle progetto di rifondazione radicale dell'universo musulmano sunnita. Certo un dramma preoccupante per le forze curde di guardia e soprattutto per i loro prigionieri. Il mondo, distratto dal coronavirus negli ultimi mesi, si è largamente dimenticato di loro. Ma la tragedia umanitaria sta ponendo le basi per un Isis-bis. A popolarlo sono soprattutto bambini. Giocano irrequieti tra la polvere afosa d'estate pronta a trasformarsi in un mare di fango sporco con le prime piogge. Assieme a loro migliaia di donne sigillate dalla testa ai piedi nelle abaya lunghe e nere, con i visi coperti che lasciano liberi solo gli occhi a lanciare sguardi variabili dall'implorare aiuto e libertà ai lampi d'odio. Sono per lo più gli orfani e le vedove delle migliaia di jihadisti caduti nelle lunghe battaglie combattute in nome del "Califfato". Spesso neppure loro sanno comunque se i padri, i fratelli più grandi e i mariti siano morti, feriti, oppure prigionieri a loro volta nelle carceri dure di Rojawa (la regione autonoma curda nel Nord-est siriano). La maggioranza in quello di Hasakeh, non lontano da Al Hol, ma in realtà irraggiungibile per loro. II censimento Quante sono le persone che vivono nel campo? «il numero va verificato. Tante sono scappate, ci provano quotidianamente e ogni settimana qualcuna ci riesce», rispondono le autorità curde. Dal io giugno stanno tentando di condurre un censimento tra mille difficoltà. Negli ultimi due anni abbiamo visitato il campo quattro volte. La penultima al momento della caduta di Baghouz e più di recente, il 27 ottobre scorso, solo poche ore dopo il blitz americano nella zona di Idlib che condusse all'uccisione del leader indiscusso di Isis, Abu Bakr al Baghdadi. Allora si parlava di circa 75.000 prigionieri, tra i quali 29.000 bambini e di loro almeno 9.000 figli di volontari stranieri. I dati più aggiornati su Al Hol riportano adesso una popolazione diminuita a circa 70.000 persone «I più pericolosi sono i volontari stranieri, in tutto 14.000, isolati in un campo separato da siriani e iracheni.

Arrivano da una sessantina di Paesi, compresi Francia, Germania, Belgio, Stati Uniti, Cecenia, Algeria, Tunisia, Indonesia. Pochi governi accettano di rimpatriarli. Ma noi qui non siamo in grado di gestirli», denunciano i dirigenti di Rojawa. Secondo il colonnello Myles Caggins, portavoce del piccolo contingente americano (meno di 800 soldati) di stanza nella regione, «parecchie donne assieme ai loro figli non hanno affatto abbandonato l'ideologia di Isis e vorrebbero rifondarlo». Visitando il campo non è difficile trovare bambini tetraplegici che cercano di partecipare in carrozzella ai giochi dei compagni. Ogni spazio libero diventa un campo da pallone. Tanti sono senza scarpe, hanno i vestiti sporchi. Piccoli feriti di battaglie che non hanno scelto. Altri si industriano in commerci al dettaglio, vendono carte di ricariche telefoniche, frutta, verdura, aiutano la madre che accovacciata a lato della tenda cerca di improvvisarsi lavandaia utilizzando l'acqua raccolta in secchi dalle latrine impiantate dall'Onu. Qualcuno si è costruito un fucile di legno e giura di vendicare con le armi la morte del padre. In fondo non è strano, tutto il loro mondo è racchiuso nella guerra santa. Suicidarsi contro gli "infedeli" fa parte della loro educazione. «Non importa quali colpe abbiano commesso i loro genitori. Questi bambini restano vittime innocenti e vulnerabili, vanno salvati da Al Hol», sostiene tuttavia Dareen Khalifa, funzionario del International Crisis Group. Quando incontrano un giornalista arrivato "da fuori" molte donne chiedono di poter essere aiutate a partire. «Qui non ci vogliamo più stare. Potete dare i nostri nomi all'agenzia per i profughi?», domandano. Ma capita anche di incontrare giovani cecene che assolutamente non vogliono tornare a casa nel timore di essere chiuse in carcere o peggio. «Isis risorgerà. Abbiamo subito una sconfitta solo temporanea. Non sappiamo se al Baghdadi sia stato davvero ucciso. Potrebbe essere solo propaganda. E comunque poco importa, un altro Califfo prenderà presto il suo posto per condurre la missione della guerra santa», sostengono sprezzanti un paio di loro parlando in inglese corretto. Giustizia per le sorelle La novità sta però nel traffico crescente di donne e bambini che bande di contrabbandieri riescono a fare fuggire da Al Hol. Prezzo medio tra i 3.000 e 4.500 dollari a persona. Secondo le autorità curde, centinaia di straniere tutt'ora radicalizzate sarebbero già scappate verso la Turchia alla volta dell'Europa. Sembra che tra le cellule europee di Isis ancora attive sia nata una rete di raccolta fondi per pagare le loro fughe. I loro nomi sono rivelatori: Giustizia per le sorelle, oppure Luna di miele a Vienna, o ancora Liberiamo le donne prigioniere. Tra quelle scappate vi sarebbe anche la 32enne Hayat Boumedienne compagna di Amedy Coulibaly, uno dei massimi responsabili nel gennaio 2015 dei sanguinosi attentati terroristici a Parigi contro Charlie Hebdo e una macelleria kosher, poi ucciso dalla polizia francese. Si credeva che Hayat fosse morta a Baghouz, ma lo scorso ottobre era stata vista tra le baracche di Al Hol e sarebbe fuggita assieme a 13 donne francesi decise a rientrare in Europa.

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