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Corriere della Sera Sette Rassegna Stampa
08.11.2019 Dei disastri ambientali nei territori dell'Anp non è responsabile Israele
Ma l'articolo di Davide Frattini disinforma

Testata: Corriere della Sera Sette
Data: 08 novembre 2019
Pagina: 46
Autore: Davide Frattini
Titolo: «La terra dei fuochi palestinese»
Riprendiamo dal CORRIERE della SERA - SETTE di oggi, 08/11/2019, a pag.46 con il titolo "La terra dei fuochi palestinese" il commento di Davide Frattini.

Se alcune zone controllate dall'Anp corrotta del dittatore "moderato" Abu Mazen sono inquinate, la colpa non è certo da attribuire a Israele ma all'amministrazione araba palestinese stessa. Il pezzo di Frattini, al contrario, è un atto d'accusa nei confronti dello Stato ebraico, ritenuto responsabile dei danni ambientali provocati nei territori contesi dai sudditi dell'Anp.

Ecco l'articolo:
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Davide Frattini

Mohammed frantuma con l'accetta quello che ancora non può permettersi. Da una settimana lavora in questa discarica che raccatta i nostri desideri consumati: ha 15 anni, da scuola l'hanno buttato fuori, guadagna 80 shekel al giorno (poco più di 20 euro) e ne mette qualcuno da parte per riuscire a comprarsi un telefonino nuovo.

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Un rogo illegale nei territori dell'Anp

Il cimitero della tecnologia Quelli vecchi non gli mancano. A montagne, a tonnellate, rovesciati sul fango nero dai camion che al mattino attraversano la barriera a pochi chilometri di distanza: in Israele caricano gli avanzi della quotidianità elettronica — computer, laptop, schermi, frigoriferi, forni a microonde, condizionatori, televisori — e li depositano nei cortili circondati dalle lamiere ondulate, dietro le case, in mezzo ai campi di olivi. Per questi oggetti ipermoderni è un viaggio nel tempo, indietro all'età del ferro: qui vengono martellati, smembrati, bruciati per estrarne i metalli preziosi che ancora contengono anche se non funzionano più (o almeno non funzionano più nelle vite di chi ha deciso di buttarli). Quattro villaggi palestinesi in fila uno dopo l'altro — Idhna, Al Kum, Deir Samet, Beit Awwa — da una quindicina d'anni hanno sviluppato un'economia che gli esperti definiscono basata sul riciclo dell'e-waste e da queste parti chiamano sopravvivenza. Le piccole discariche abusive sono almeno 380, impiegano un migliaio di persone, sulle loro paghe conta l'80 per cento delle famiglie. Il fumo nero è così denso che neppure la prima pioggia dell'autunno lo sbiadisce. Nei laboratori bruciano i cavi ricoperti di plastica perché è il modo meno costoso per tirare fuori il rame, gli ultimi brandelli di gomma vengono inceneriti con la fiamma ossidrica. È anche II metodo più ammorbante per chi vive qua attorno: nel sangue dei bambini sono stati trovati livelli di piombo oltre la soglia e una ricerca dell'israeliano Yaakov Garb e del canadese John Michael Davis ha individuato un'incidenza più alta di linfoma.

L'aria infestata lyad al Rajoub non ha bisogno delle statistiche per sapere che qualcosa sta infestando l'aria, l'acqua, le coltivazioni. «I dottori hanno diagnosticato II cancro a mio fratello. L'ho accompagnato io al primo controllo, dicono che si è ammalato a causa dei rifiuti tossici. Quando sono uscito dall'ospedale ero molto arrabbiato, ho cominciato a raccontare II nostro dramma su Facebook. I fumi non sono II problema peggiore: i liquami rilasciati dal materiali incendiati e gli acidi che fuoriescono dalle batterie infiltrano i terreni. Le olive maturano avvelenate». Le sue denunce irritano l'Autorità palestinese («ripetono di non poter chiudere le discariche, troppa gente conta su quei soldi»). E disturbano i padroncini che sul tecno-pattume accumulano piccole fortune: «Ormai riceviamo solo il io per cento di quello che potevamo recuperare prima. Gli israeliani fermano i camion, requisiscono II materiale», dice Mohammed Abusallatah. Assicura di non aver mai bruciato i rifiuti, se la piglia con chi ancora usa II fuoco, «sono rimasti in pochi». In realtà il professor Garb, che insegna Scienze ambientali all'Università Ben Gurion, ha censito quasi 600 punti dove l'immondizia elettronica viene data alle fiamme. Appaiono, scompaiono e riappaiono sulla mappa per evitare gli (scarsi) arresti: sono quasi tutti lungo la barriera di sicurezza che separa la Cisgiordania da Israele, i residui corrosivi non conoscono i confini e l'inquinamento colpisce anche le cittadine dall'altra parte. Le operazioni per reprimere i traffici clandestini sono complicate dalla burocrazia dell'occupazione: i resti elettrici vengono bruciati in un'area sotto controllo militare israeliano. I poliziotti palestinesi — ammesso che vogliano intervenire — devono ottenere il permesso dagli ufficiali dello Stato ebraico, ci vogliono fino a 48 ore. In tempo per trovare le ceneri fredde. Il reticolato e il muro che corrono attorno ai territori arabi — e a volte tagliano in mezzo — sono stati costruiti ai tempi della seconda Intifada per fermare gli attentatori suicidi. È allora che Bassam Laisswed ha perso il lavoro in Israele: i lasciapassare erano stati ridotti, i posti di blocco erano diventati la prima linea del conflitto. Le officine per il recupero degli scarti hanno cominciato a svilupparsi su queste colline a sud di Hebron, quando la violenza di quegli anni si è attenuata. Gli impieghi non sono tornati, i palestinesi hanno dovuto inventarsi questo mestiere: alcuni gruppi gestiscono gli inceneritori clandestini, i più giovani — cominciano verso i 9-10 anni — cercano le parti di valore, mentre gli adolescenti tengono d'occhio sui telefonini l'andamento del mercato globale per suggerire ai capi quando vendere.

Le famiglie in difficoltà Il sistema fa comodo a tutti: alle aziende israeliane che non devono affrontare i costi alti del riciclo pulito, al governo palestinese che lascia proliferare sottobanco un rattoppo ai problemi economici, agli abitanti che con quelle 40 mila tonnellate di reliquie digitali l'anno chiudono le porte alla rigurgitato verso i Paesi del Terzo Mondo per essere bruciato e spolpato o semplicemente abbandonato nelle discariche illegali. I quarti di bue sono appesi sotto al cartellone che invita gli abitanti di Idhna a combattere insieme l'inquinamento. La stretta di mano che simboleggia la campagna di prevenzione non è bastata. I macchinari pagati da un gruppo di imprenditori locali e dal governo svedese possono spellare i cavi senza provocare contaminazioni e Garb è riuscito a creare una sorta di coordinamento tra i palestinesi e gli israeliani. La prima fase del progetto ha funzionato, i roghi clandestini erano stati ridotti del go per cento. Adesso l'Autorità di Il sistema fa comodo a tutti, alle aziende israeliane che risparmiano e al governo palestinese che così contiene la povertà miseria (ma aprono le finestre alle tossine). Anche Bassam ha ricavato il suo buco nero 12 anni fa e adesso «ho lo lavoratori, vuol dire che 100 persone dipendono da me per poter mangiare. Il rame e gli altri componenti che recuperiamo vengono rivenduti in Israele e da lì esportati in Turchia, Cina, India, Corea del Sud». Sono le nazioni che nel loro sviluppo frenetico divorano questi metalli sempre più scarsi e fondamentali per fabbricare le apparecchiature: il World Economic Forum calcola che l'anno prossimo gli aggeggi elettronici in circolazione saranno 25-50 miliardi e si lasceranno dietro quello che le Nazioni Unite chiamano uno «tsunami di e-waste». Oggi solo il 20 per cento dei 5o milioni di tonnellate di elettroimmondizia è recuperato con tecniche avanzate, il resto viene Ramallah si è tirata indietro: non vuole che la cooperazione ufficializzi l'idea della Cisgiordania come deposito dei rifiuti. La morte di Ziad I traffici vanno avanti e garantiscono ad Ahmed di poter mandare i figli all'università. Insegna matematica ai bambini di seconda elementare, arrotonda lo stipendio dividendo nei sacchi di tela plastificata i microchip che estrae dai computer o dai decoder. Il suo garage sta dietro alle serre di un fioraio e assieme a lui lavorano altri maestri, si ritrovano qui il pomeriggio, al doposcuola dell'arrangiarsi. Il fratello di Iyad è morto sei giorni dopo che ci siamo incontrati. Aveva 40 anni, si chiamava Ziad.

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