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Pagine Ebraiche Rassegna Stampa
06.11.2011 Ugo Volli racconta chi è Joe Sacco
il fumettaro odiatore di Israele che piace a Pagine Ebraiche

Testata: Pagine Ebraiche
Data: 06 novembre 2011
Pagina: 22
Autore: Ugo Volli
Titolo: «Se il talento è usato per riscrivere la realtà»

Nel numero di settembre 2011, PAGINE EBRAICHE pubblicava un elogio di Joe Sacco, il fumettaro noto per essere l'autore di un paio di  libri tra i più violentemente ostili a Israele ( a questo link la critica di IC)
http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=115&sez=120&id=41472
Nell'esprimere il nostro stupore, avevamo pensato che forse trattavasi di semplice ignoranza, non d'altro. Le proteste che devono essere arrivate, hanno prodotto l'intervento di Ugo Volli sul numero di novembre, a pag. 22, con il titolo "Se il talento è usato per riscrivere la realtà", preceduto però da una specie di breve cappello che ci fa ricredere  sulla supposta ignoranza. Joe Sacco piace al redattore di PAGINE EBRAICHE, che lo ripresenta in questi termini decisamente elogiativi:

Joe Sacco

" Nato nel 1960 a Chircop, il fumettista maltese, ma statunitense d'adozione, Joe Sacco ha dedicato molti suoi lavori alla descrizione, spesso ricca di dettagli e approfondite digressioni storiche, di scenari di guerra internazionali. Sacco deve la sua notorietà soprattutto a un'opera: Palestina, raccolta di racconti a fumetti legati al conflitto tra israeliani e palestinesi che va in stampa tra il 1993 e il 1996. Altro lavoro dedicato al Medio Oriente è il discusso Gaza 1956, che ricostruisce una pretesa strage di palestinesi, su cui molte sono ancora oggi le perplessità e gli interrogativi, che sarebbe avvenuta in quell'anno ad opera di militari israeliani. Tra i vari lavori  che hanno ottenuto riscontro in termini di critica e pubblico si ricorda Safe Area Gorazde Neven, drammatico e partecipato resoconto in cui l'autore racconta in prima persona la sua esperienza nella Bosnia in fiamme del conflitto etnico"

A questo reiterato elogio, per il quale esprimiamo al direttore di PAGINE EBRAICHE, ancora una volta, tutto il nostro stupore, segue la critica di Ugo Volli:

Nati come strumenti di intrattenimento popolare, sviluppati anche in storie raffinate che hanno attirato l'attenzione degli intellettuali, cresciuti poi talvolta anche sul piano della sensibilità etica, possono i fumetti farsi giornalismo o addirittura storia? La domanda non è astratta, ma riguarda un caso di fumetti fortemente antisraeliani che si presentano come esercizio di giornalismo e di ricerca storica. Cioè di un autore come Joe Sacco, che ha usato il linguaggio del fumetto per vari reportages, fra cui due grossi volumi fortemente schierati contro Israele: Palestina, la cronaca di un soggiorno di due mesi durante la cosiddetta "prima intifada" (1991-92), e Gaza 1956 che racconta di una pretesa strage di palestinesi che sarebbe accaduta per l'appunto nel '56. Dico pretesa, perché non c'è traccia dell'incidente in documenti e nelle storie, non ci sono testimonianze da entrambi le parti, ma esso viene "ricostruito" o piuttosto inventato nei dettagli dalla graphic novel. Vale la pena di riportare qui qualche riga della recensione pubblicata due anni fa sul Corriere della sera da Francesco Battistini, corrispondente del quotidiano dal Medio Oriente e certamente non sospetto di eccessi filo-israeliani: "Il massacro che [Sacco] racconta è un episodio quasi dimenticato, recuperato da rapporti Onu e da giornali dell’epoca: quasi 400 palestinesi uccisi a Khan Younis, durante un’operazione dell’esercito israeliano che era a caccia di armati. Il cartoonist narra di cadaveri trovati in fosse comuni, di mani legate, di colpi alla nuca: «Una vicenda che s’è volatilizzata nella memoria. Ammazzati dimenticati. Molecole perdute. Perché da allora quasi nessuno ne ha più parlato». I disegni sono bellissimi. I dialoghi scioccanti. Con un problema: è un racconto obiettivo? Il libro [...] divide. Indignando qualcuno: «È una grandissima esagerazione — polemizza lo storico Meir Pail, militante a sinistra —. Io ero là, nel 1956. Non ci fu un massacro di quel genere. Nessuno fu assassinato dagl’israeliani in quel modo». Più duro un altro studioso di cose militari, Jose Alaniz, università di Washington: «Sacco è un manipolatore, pieno di pregiudizi. È facile far pendere il giudizio, quando disegni bambini spaventati e soldati arcigni»." Ecco il problema del valore storico e politico dei fumetti (o almeno dei fumetti dello stile di Joe Sacco). Vale la pena di aggiungere che si tratta di prodotti popolari a grande diffusione (Palestina nel 2006 fu venduto in allegato all'Espresso) e che il loro disegno, anche se non si condivide l'elogio di Battistini, appartiene certamente a uno stile popolare, di grande effetto e capace di coinvolgere emotivamente il lettore. Si tratta cioè di strumenti di grande efficacia propagandistica. Come il cinema, la pittura, la fotografia la televisione, il fumetto trae la propria efficacia da due caratteristiche principali: una è la verisimiglianza, l'"effetto di realtà", l'altra la capacità emotiva. La prima si riscontra soprattutto nei fumetti con uno stile "realistico". Essi, a differenza di quelli semplificati come i Peanuts e quelli della Disney, tendono a essere creduti, almeno dentro il loro contesto di finzione. I supereroi con i loro poteri straordinari, Corto Maltese e i suoi viaggi, Tex Willer e i suoi cow boy sono ricordati, amati, presi sul serio. Se poi le storie pretendono di riferirsi a cose realmente accadute in un tempo e in uno spazio precisi, è facile accettarli per veri. La capacità passionale deriva dalle caratteristiche grafiche delle immagini, che possono colpire per emozioni che non dicono ma impongono con il taglio dell'inquadratura, il gioco delle masse, le espressioni, i simboli messi in gioco. Funzionano cioè come i manifesti pubblicitari, i loghi aziendali e le vignette. Questa doppia capacità è usata sistematicamente da cinema e fotografia, e quando si tratta di giornalismo spesso in maniera scorretta, in particolare per il conflitto del Medio Oriente, su cui è così pesante l'ipoteca ideologica della maggior parte della stampa. Ma almeno in questi casi vi sono dei limiti tecnici. I casi di manipolazione, come quelli celebri spacciati dall'agenzia Reuters in occasione della guerra del Libano e dalla flottilla per Gaza, o la foto di prima pagine del Manifesto pesantemente manipolata con Photoshop, si possono scoprire (per questo argomento rimando al meritorio sito www.malainformazione.it). E le foto "rappresentative" che nulla hanno della cronaca, nei paesi con un giornalismo un po' più civile del nostro sono obbligatoriamente etichettate come immagini di repertorio. Comunque devono mostrare solo ciò che compare nell'obiettivo, fanno fatica a rappresentare episodi non avvenuti. Il fumetto non presenta nessuno di questi limiti. Grazie alla sua tecnica è capace di ottenere sia pesanti effetti di realtà che impatti emozionali violenti. Joe Sacco abusa in tutti i modi di questa situazione. Sul piano dell'effetto di realtà, non distingue affatto fra testimonianze del giornalismo e racconti di terzi interessati: le immagini continuano con lo stesso tratto sia che si tratti di cose che Sacco racconta di aver visto, di solito poco significative, sia di cose che dice gli abbiano raccontato e che lui non dichiara mai di aver verificato. I "testimoni" di questi racconti, naturalmente tutti palestinesi, non sono identificabili e quindi nessuno è in grado di controllare quel che dicono, e che spesso sembrano pura propaganda: tutte le atrocità disegnate da Sacco hanno questa natura di elementi raccontati e dati come veri dal testo. Anche le ricostruzioni basate sulla sua "immaginazione storica", caratteristiche del volume su Gaza, sono tutte rappresentate con lo stesso tratto e lo stesso contorno degli eventi che lo coinvolgono direttamente e quindi presentate come "fatti", anche quando sono nella migliore delle ipotesi inverificabili e più probabilmente falsi propagandistici, come afferma Battistini. Non solo le voci che si sentono e le loro illustrazioni di fantasia sono tutte di parte, senza un controllo o un contraddittorio israeliano; ma la tipologia delle facce, delle espressioni, dei gesti, insomma gli effetti emozionali raggiunti, dipingono tutti gli "ebrei" (così sono chiamati i militari israeliani quasi sempre) come esseri mostruosi, bruti deformi, belve feroci, ciniche e inumane. L'accostamento con le vignette antisemite dei giornali arabi è immediato. E analogo dev'essere il giudizio comunicativo e morale. Magari si può fare giornalismo e storia coi fumetti, ma Sacco non ci ha neanche provato. Ha confezionato cinicamente, usando tutte le possibilità del mezzo, dei pamphlet violenti e unilaterali, con evidenti sottintesi antisemiti. Un prodotto fatto per ingannare e per produrre odio, che per certi aspetti ricorda la tecnica propagandistica di film atisemiti come "Der ewige Jude".

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