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Pagine Ebraiche Rassegna Stampa
31.05.2011 I media internazionali e la censura dei crimini palestinesi
Analisi di Ugo Volli

Testata: Pagine Ebraiche
Data: 31 maggio 2011
Pagina: 3
Autore: Ugo Volli
Titolo: «I media internazionali e la censura dei crimini palestinesi»

Riportiamo da PAGINE EBRAICHE di maggio, l'articolo di Ugo Volli dal titolo " I media internazionali e la censura dei crimini palestinesi ".


Ugo Volli

A chiunque segua le cose del Medio Oriente è chiaro che siamo di fronte a un cambiamento dei giochi, da lungo tempo bloccati. Vi è stata la riappacificazione (ancora molto teorica in realtà) fra Hamas e Fatah, l'Autorità Palestinese ha ottenuto da un certo numero di Stati il suo riconoscimento sulle linee di armistizio del '49, che pure non controlla, e ha annunciato che lo stesso riconoscimento sia sancito dall'Assemblea Generale dell'Onu nella sessione che inizia a settembre. La richiesta viene fatta contro il diritto internazionale (perché mancano ai palestinesi i requisiti per la statualità, come il controllo del territorio e l'effettiva indipendenza)  e  all'Assemblea Generale, che pure non ha poteri deliberativi e non al Consiglio di Sicurezza dell'Onu, perché gli Stati Uniti si opporrebbero  e in quest'ultima sede avrebbero il potere di veto. Dunque è giuridicamente molto dubbia, ma senza dubbio avrà effetti notevoli sul piano politico. Infine alla modifica delle regole del gioco ha dato un contributo decisivo l'esperienza delle rivolte arabe, dove un certo grado di proclamata non violenza da parte dei manifestanti (in realtà variabile da paese a paese, come mostra il caso dei combattimenti in Libia e Yemen) ha garantito la simpatia internazionale e anche il dichiarato appoggio americano per chiunque si opponga allo status quo.
I palestinesi non hanno affatto rinunciato alla violenza, questo è stato detto con grande chiarezza da Hamas (http://www.politico.com/news/stories/0511/55130.html), ma condiviso in sostanza da Fatah, che per esempio proprio ne giorni scorsi ha approvato una legge per dare uno stipendio a tutti coloro che sono trattenuti nelle carceri israeliane per terrorismo, senza distinzioni di appartenenza politica o di crimine commesso (http://www.palwatch.org/main.aspx?fi=157&doc_id=5001). Ma non importa, quel che conta è che agli agguati terroristici si affianchino azioni di massa certamente illegali anche sul piano del diritto internazionale come la simultanea violazione dei confini che è stata organizzata dalla Siria, dal Libano, da Gaza e dai territori palestinesi il 15 maggio, cosiddetto "giorno della Nabka", o le "flottiglie" dirette a Gaza. ma che non comportino l'uso di armi da fuoco. Basta questo per annettere la lotta per la distruzione di Israele alla "primavera araba". Bisognerebbe poi vedere quanto questa "primavera" sia un progresso verso la democrazia, come molti hanno trionfalmente previsto nei mesi scorsi, ma questo è un altro discorso. Vi è stata inoltre una tattica non-negoziale dell'Autorità Palestinese, che ha cercato di sabotare in tutti i modi la trattativa con Israele, in particolare avanzando una questione che non era mai stata ritenuta pertinente e nemmeno avanzata in passato, quello dei lavori edilizi negli insediamenti israeliani oltre la linea verde dell'armistizio del '49 – un pretesto bello e buono che serve a propagandare la nozione falsa di territori già di proprietà palestinese e a bloccare dei negoziati in cui i palestinesi non sono disposti a sottoscrivere nessuna pace che vincoli il loro progetto vero di distruggere lo stato di Israele (con la guerra, con l'immigrazione o diritto al ritorno che dir si voglia, con lo stato unico ecc.) 
Tutti questi elementi si sommano a un dato centrale nel panorama politico internazionale. Le lotte e i conflitti fra stati, popolazioni, civiltà, che certamente continuano a sussistere, alla faccia di chi ha parlato negli anni scorsi di "fine della storia", si stanno progressivamente spostando dal terreno dei rapporti di forza militari a quelli politici, giuridici e nell'opinione pubblica – non perché le armi non contino più, ma perché un'azione politica insistente e durata da decenni ha costruito delle regole paralizzanti e vincolanti solo per gli stati che vogliono appartenere alla comunità internazionale (non dunque per i movimenti terroristi né per gli "stati canaglia" che continuano a fare quel che vogliono). Dunque la battaglia si sposta progressivamente sul terreno simbolico e su quello delle istituzioni internazionali, dove peraltro esiste una maggioranza precostituita islamista, terzomondista e postcomunista che appoggia qualunque movimento antioccidentale e in particolare antisraeliano. Gli elementi di cambiamento strategico che ho citato all'inizio sono dunque funzionali a questo terreno.
Movimenti di massa "disarmati" ma aggressivi (che devono essere repressi o lasciati fare, essendo entrambi le soluzioni perdenti per Israele), richiesta di riconoscimento su confini che non ci sono, blocco propagandistico delle trattative servono tutti a influenzare l'opinione pubblica e vincere la battaglia decisiva quella politica dell'orientamento dei paesi occidentali. Come si comporta la stampa (che è un elemento decisivo di trasmissione delle "armi" di questo scontro, cioè le idee e le opinioni)? In generale e anche in Italia molto male. Da un lato nella sua quasi totalità (con le solite eccezioni del Foglio, di Libero, del Giornale, del Tempo e pochissimi altri, giornali minori o singoli articolisti di grandi giornali), accetta ormai senza riserve la narrativa palestinese. Che la "Nabka" il "disastro" palestinese del '48 fosse causato direttamente dalla fondazione dello Stato di Israele e non dalla decisione di sei stati arabi di fare guerra al neonato paese, per esempio è emerso praticamente in tutti i commenti seguiti alle manifestazioni del 15 maggio. E quando Abu Mazen, presidente palestinese, ha mentito sullo stesso argomento in un editoriale sul New York Times, inventandosi di essere stato costretto con le armi alla fuga nel '48 dalla città di Tzfat, mentre molte altre volte aveva ammesso la verità, cioè che la sua famiglia se n'era andata pacificamente con tutti i suoi beni, "per la preoccupazione" che qualcuno dopo l'indipendenza volesse vendicare il sanguinosissimo pogrom svoltosi vent'anni prima contro gli ebrei proprio a Zfat, non c'è stata nessuna testata importante che lo smentisse.
Dall'altro i giornali italiani praticano una sistematica censura sugli episodi che potrebbero illustrare la persistente natura terroristica e omicida della "lotta" palestinese. Per esempio, parlando solo dell'ultimo mese: la scoperta dei due assassini particolarmente efferati della famiglia Fogel, per cui i palestinesi avevano addirittura proposto una falsa pista thailandese, è stata ignorata da tutta la stampa nazionale un accenno alla fine dell'articolo su Arrigoni ne Il Messaggero. Gli altri quotidiani, da Repubblica, a Stampa, a Unità e al Corriere della Sera l'hanno ignorata. L'ha ignorata anche Il Giornale, della recente denuncia di torture nei carceri palestinesi fatta da una Ong palestinese si è occupato solo il bravo Dimitri Buffa sull'Opinione, l'altrettanto recente ennesimo rinvio delle elezioni palestinesi (questa volta quelle municipali previste per luglio) non ha scritto nessuno, come nessuno ha parlato dell'uso delle ambulanze come protezione nella guerriglia urbana che si è vista nelle manifestazioni che ho citato sopra (è un filmato interessante, che mostra l'esistenza di un'organizzazione militare, ancorché per l'occasione disarmata: http://www.israelnationalnews.com/News/News.aspx/144186). E nessuno ha raccontato del complotto scoperto a Tel Aviv concepito da terroristi palestinesi per far saltare una moschea e addossarne al colpa agli israeliani; l'ultimo attentato fatto con un camion, che ha ucciso sempre a Tel Aviv una persona è stato passato sotto silenzio. E perfino la sorte degli assassini di Arrigoni, dopo che si è scoperto che erano stipendiati da Hamas è rimasta profondo mistero, tanto che se n'è lamentato perfino un ingenuo (o troppo furbo) nemico di Israele come Michele Giorgio sul Manifesto. E' chiaro, del mestiere della stampa fa parte la selezione delle notizie, ma dall'elenco parziale che ho riportato è evidente che vi è una censura selettiva della grande maggioranza dei giornali italiani sui crimini palestinesi, che serve ad accreditare un inesistente pacifismo, passività e soggezione della popolazione. Essendo l'Italia uno dei paesi europei che nutre maggiore simpatia per gli ebrei e Israele, nella sua classe politica come nella sua popolazione, è evidente che a livello internazionale la nuova guerra "dei cuori e delle menti" si prospetta difficilissima.

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