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Rassegna Stampa
16.06.2017 Il Califfato arriva nelle Filippine, nuova minaccia per i cristiani
Analisi di Fausto Biloslavo

Testata:
Autore: Fausto Biloslavo
Titolo: «Lo Stato Islamico invade il Pacifico e semina il terrore fra i cristiani»
Riprendiamo dal GIORNALE di oggi, 16/06/2017, a pag. 24, con il titolo "Lo Stato Islamico invade il Pacifico e semina il terrore fra i cristiani " l'analisi di Fausto Biloslavo.

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Fausto Biloslavo

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Terroristi dello Stato islamico nelle Filippine

Cinque prigionieri cristiani con le classiche tute arancioni, come quelle dei terroristi rinchiusi a Guantanamo, sono inginocchiati e allineati con il capo chino. Alle loro spalle il plotone dei tagliagole della guerra santa ha già le canne dei fucili mitragliatori puntati alle teste dei poveretti. Tutti mascherati, in tenuta di combattimento e con il dito sul grilletto attendono solo l'ordine di far fuoco. La scena viene ripresa e propagandata in rete da Amaq, la costola mediatica del Califfato. L'esecuzione dei cristiani, militari o civili presi in ostaggio, potrebbe essere avvenuta in Siria oppure in Iraq, dove lo Stato islamico è nato nel sangue, ma sta perdendo terreno pur combattendo con le unghie e con i denti. La tragica novità è che l'ennesimo crimine di guerra sia avvenuto in questi giorni nelle lontane Filippine, dove da sempre cova una rivolta islamica nel sud dell'arcipelago.

Per la prima volta, però, i novelli seguaci dello Stato islamico sono riusciti ad assediare e in gran parte conquistare una città impegnando in una dura battaglia i marines filippini appoggiati dagli americani. Le bandiere nere sventolano ancora in alcuni quartieri, ma oramai i tagliagole islamici sarebbero circondati, anche se continuano a farsi scudo con centinaia di abitanti, che non sono riusciti a fuggire. Duecentomila civili sono scappati di fronte ai combattimenti, ma circa mille sarebbero ancora in ostaggio dei terroristi. E nelle ultime ore è trapelata la notizia che i morti sarebbero fra 500 e 1000. Per tre settimane Marawi, 800 chilometri a sud di Manila, nell'isola di Mindanao, è diventata la «capitale» della provincia filippina del Califfato nel quasi totale silenzio dei grandi media, a cominciare da quelli italiani. Nonostante centinaia di mujaheddin guidati da Abu Abdullah al Filipini, nome di battaglia di Isnilon Hapilon, l'emiro dello Stato islamico dell'arcipelago, siano riusciti a conquistare un'intera città seminando morte e terrore. «I cristiani sono stati trascinati in strada e obbligati a convertirsi all'Islam sotto la minaccia delle armi - ha raccontato un testimone -. Chi si opponeva oppure i militari presi vivi venivano decapitati». Alcune foto scattate dai seguaci delle bandiere nere mostrano con orgoglio le conversioni forzate e i crimini di guerra commessi dai seguaci dello Stato islamico nell'arcipelago dell'estremo Oriente.

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Terroristi islamici filippini

Secondo il presidente filippino, «Abu Bakr al Baghdadi (l'autoproclamato Califfo nda) in persona ha ordinato l'offensiva terroristica nel nostro Paese». Nelle grinfie dei tagliagole è finito anche padre Teresito Soganub e altri 15 cristiani rapiti con lui. «Probabilmente la loro intenzione è quella di utilizzare i fedeli come merce di scambio, per convincere i militari a ritirarsi», ha spiegato il missionario italiano del Pime, padre Sebastiano D'Ambra, che da 40 anni vive a Zamboanga, un'altra città di Mindanao. I cristiani di Marawi erano solo il 2%, ma anche se esigua minoranza, che non poteva fare male a nessuno, sono finiti nel mirino dei terroristi islamici, che li cercavano casa per casa. Ai primi di giugno le bandiere nere si sono scagliate contro la cattedrale di Marawi incendiandola. Prima l'hanno saccheggiata e si sono accaniti sui simboli religiosi dei cristiani come è capitato tante volte in Siria e Iraq. Le immagini non lasciano dubbi: un poster di Papa Francesco viene strappato con furia, il grande crocifisso sull'altare divelto e preso a calci, le statue della Madonna e dei santi fatte a pezzi da miliziani mascherati. La fondazione pontificia, Aiuto alla chiesa che soffre, che in Italia ha denunciato i crimini di guerra contro i cristiani ha rilanciato la campagna «prayformarawi», prega per la città martire filippina. L'attacco è iniziato il 23 maggio e il 9 giugno è scoppiata la battaglia più feroce durata 14 ore con scontri strada per strada e bombardamenti aerei.

I militanti islamici si sono nascosti in una vasta rete di rifugi sotterranei costruita anni fa e formata da tunnel e seminterrati, dove hanno immagazzinato grandi scorte di cibo, armi e munizioni. «Non riusciamo a penetrarli neppure con le bombe dei caccia da 250 chili», ha ammesso il generale Carlito Galvez, comandante militare della regione di Mindanao occidentale. Giorni prima dell'attacco, i seguaci del Califfo hanno attrezzato ad arsenale, posto comando o di primo soccorso scuole e moschee. Trappole esplosive come in Afghanistan, Mosul o Raqqa sono state disseminate dappertutto. Al fianco degli estremisti filippini sono arrivati i veterani indonesiani, che hanno combattuto in Siria con le bandiere nere, jihadisti arabi e sarebbe stato trovato il corpo di almeno un terrorista ceceno. I miliziani della provincia filippina del Califfato sostengono di avere ucciso 289 militari da aprile. A Marawi le vittime ufficiali sono circa 300, compreso un gran numero di civili, ma il bilancio reale potrebbe arrivare a mille morti. L'emiro filippino, Hapilon, è un imprendibile cinquantenne smilzo e con i baffetti che ha una taglia di 5 milioni di dollari dell'Fbi sulla testa. Ex comandante di Abu Sayaf, il gruppo jihadista filippino più sanguinario, ha giurato fedeltà al Califfo lo scorso anno.

A ruota lo hanno seguito i «Combattenti per la libertà islamici Bangsamoro», i gruppi estremisti Ansar Khilafah, Katibat Ansar al Sharia, Jund al Tawhid, Jamaat al Tawhid wal Jiha, prima legato ad Al Qaida, e una parte dello storico Fronte di liberazione Moro di Mindanao. Tutti sotto i vessilli del Califfato nella cosiddetta formazione Maute, un nome locale dello Stato islamico filippino, che annuncia di poter contare su 10 battaglioni di mujaheddin. In realtà a Marawi ci sarebbero circa 500 uomini, ma ben addestrati e motivati, che hanno messo in scacco l'esercito filippino. Dopo tre settimane di combattimenti sono dovuti intervenire gli americani con i droni e la sorveglianza aerea per individuare gli obiettivi. Oltre allo spionaggio elettronico per scoprire i piani dei militanti jihadisti ancora annidati in città e delle loro unità nei dintorni. Il Pentagono non schiera truppe stanziali nelle Filippine, ma per anni fra i 50 ed i 100 uomini dei corpi speciali sono stati dislocati a rotazione, per esercitazioni nel sud dell'arcipelago, dove cova la rivolta islamica. Le bandiere nere avevano pianificato di conquistare altre due o tre città nell'isola di Mindanao, ma la minaccia è regionale. Secondo il ministro degli Esteri, Allan Peter Cayetano, «oltre alle Filippine anche Indonesia e Malesia sono potenziali obiettivi dei terroristi».

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