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Rassegna Stampa
21.07.2016 Fiamma Nirenstein: 'Ecco le 12 bugie su Israele' - parte I
In allegato con 'Il Giornale' di oggi

Testata:
Autore: Fiamma Nirenstein
Titolo: «Le 12 bugie su Israele»

Riprendiamo in tre puntate il testo del libro di Fiamma Nirenstein dal titolo "Le 12 bugie su Israele", in allegato oggi con il GIORNALE. Pubblicheremo domani e dopodomani le successive parti.

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Fiamma Nirenstein

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INTRODUZIONE

Finché il pensiero su Israele sarà così inquinato di menzogne, potremo sospettare di tutto e di tutti, della nostra mente e della altrui innocenza. L'aria soffoca ogni persona di buon senso ogni volta che si apre la bocca su Israele, diventa irrespirabile, occorre allontanarsi. Ma, se si vedono da una parte i terroristi travestiti da brava gente che soffre e dall'altra dei giovani soldati costretti a difendere un Paese piccolissimo e assediato da tutte le parti e se li si immagina a parti rovesciate, come aggressori, anche quando devono fermare dei lanciamissili nascosti a Gaza, dentro le scuole o negli ospedali, per difendere la propria popolazione civile, allora che cosa resta della nostra stessa civiltà?

Qualcuno comincia a capirlo adesso che anche le città europee e americane soffrono l'assedio del terrorismo. Ancora troppo poco, e colpisce che la percezione di quanto Israele sia in realtà lo scudo e il maestro di cui l'Europa ha bisogno per combattere il terrorismo l'abbiano avuta prima i leader africani e quelli arabi moderati rispetto agli europei e agli americani. Durante la recente visita del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu in Africa, il presidente del Kenya Uhuru Kenyatta ha detto: "Sarebbe pazzesco non cooperare strettamente con Israele. Per noi sarebbe come nascondere la testa nella sabbia come uno struzzo". E' quello che sta facendo l'Occidente quando si ostina a colpevolizzare, criminalizzare, mettere sotto accusa Israele a ogni passo fasciandosi la testa di ripetute, ossessive menzogne. E' una vera e propria malattia.

Tutto ciò che è accaduto e continua ad accadere nelle strade di Gerusalemme, Tel Aviv, Natanya, agli occhi della stampa internazionale non conta nulla rispetto alle famigerate "costruzioni nei territori"; così come è stato per le più di duemila persone uccise sugli autobus e nei caffè negli anni della Seconda Intifada; succede che all'improvviso un ragazzino di 17 anni con un coltello entri in una casa dove dorme una bambina di 13 anni e la faccia a pezzi e, mentre la sua gente distribuisce per strada caramelle per la gioia e lo chiama eroe e la mamma della bambina grida il suo nome seppellendola, il mondo si rifiuta di chiamare il terrorismo in Israele con il suo nome. E' lo stesso doppio standard, la stessa abitudine alla bugia per cui il Consiglio per i diritti umani dell'ONU si occupa pochissimo di 250mila assassinati dalla guerra in Siria mentre dedica sempre, inevitabilmente, morbosamente, nelle sue sessioni, un paio di risoluzioni di condanna a Israele.

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Come i media dipingono il terrorismo palestinese

Perché? Perché l'Europa è infettata di bugia, la sua elaborazione del passato antisemita è monca e obsoleta e il moltiplicarsi degli attacchi agli ebrei sul suo territorio non vengono identificati col germe della sua antica malattia e piuttosto attribuiti a una "legittima" o almeno "comprensibile" critica dello Stato d'Israele; la sua filosofia globalista le impedisce di apprezzare il valore di una nazione, Israele, appena nata, dato che il suo scopo, senza tuttavia riuscirci appieno, era quello di cancellare confini, etnie, identità, religione in nome di una ispirazione transnazionale; e quanto l'Unione Europea può essere distante da un Paese in cui tutti i ragazzi rischiamo la vita in guerra e dai 18 anni prestano servizio militare per tre anni, lei che le guerre le ha patite a milioni di morti sulla sua pelle e si è illusa di aver chiuso quel capitolo per sempre? Israele è dunque ideologicamente estraneo all'UE.

Il potere della menzogna è incredibile: nell'era di mezzi dei comunicazione di massa e dei social network è più grande di quello delle armi, maggiore della politica, più potente delle prove inequivocabili a discolpa. Lo sapeva bene Goebbels, lo stratega della propaganda di Hitler, quando diceva: "Ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità". Molti dittatori ne hanno fatto tesoro. Fra loro, Arafat: la lampadina si accese quando Ho Chi Min, si racconta, durante una visita del Raiz in Vietnam, gli spiegò che la strada da intraprendere era quella della solidarietà internazionale, dell'associazione alla lotta di liberazione popolare contro l'imperialismo e il capitalismo, contro gli Stati Uniti e i suoi alleati eredi del colonialismo. E così Arafat, con abilità estrema e con il background dell'aiuto sovietico, seppe fare: il segreto era puntare sugli incubi e i sensi di colpa dell'Occidente per dimostrare che Israele, invece di incarnare finalmente, come nella realtà, le aspirazioni di un popolo perseguitato che realizzava il suo sogno nella terra d'origine, era invece un mostruoso parassita in terra araba, uno Stato colonialista assetato di potere e persino di sangue. Da allora i Palestinesi hanno cominciato a inventarsi un passato millenario in una terra che in realtà non è mai stata specificamente loro; hanno addirittura inventato natali Palestinesi a Gesù Cristo; hanno spodestato la storia ebraica dalla sua culla più accertata e naturale, Gerusalemme, affermando che è sempre stata musulmana.

La delegittimazione di Israele è diventata aggressiva fino alla diffusione nelle élite di uno spensierato, salottiero disegno di distruzione: solo pochi mesi fa, una deputata laburista inglese, Naz Shah, si è dovuta dimettere per aver detto che Israele deve essere spostata negli Stati Uniti; nel 2001, Daniel Bernard, l'ambasciatore francese a Londra, durante una cena disse, con un bicchiere in mano: "Quel piccolo Paese di merda ci porterà alla guerra"; nel 2009, una diplomatica norvegese, Trine Lilleng, ha comparato il comportamento di Israele a Gaza alla Germania nazista; nel 2004, la Baronessa Jenny Tonge, allora membro del parlamento inglese, disse che i terroristi suicidi che si facevano esplodere fra la gente non le facevano grande effetto e che se avesse vissuto nella loro condizione, avrebbe considerato di diventarlo anche lei; nel 1993 il Belgio passò una legislazione per l’incriminazione di personalità coinvolte in crimini di guerra e Ariel Sharon venne in seguito citato in giudizio per il suo coinvolgimento in Sabra e Chatila, il massacro compiuto dai falangisti maroniti contro i Palestinesi nel Sud del Libano nel 1982; l'ex ministra israeliana, forte sostenitrice del processo di pace, Tzipi Livni, dal 2009 è sottoposta a un mandato di cattura internazionale che le impedisce di viaggiare in diversi Paesi. A inizio luglio, trovandosi a Londra per una conferenza, per altro tutta pacifista promossa dal quotidiano Haaretz, è stata infatti citata a presentarsi dalla polizia locale per essere interrogata; sussiste lo stesso problema per Netanyahu con la Spagna, dal momento che nel 2015 una corte spagnola ha emesso un mandato di cattura internazionale contro il premier israeliano per i fatti, avvenuti nel 2010, della flottiglia turca Mavi Marmara, per i quali proprio Netanyahu ha solamente poche settimane fa raggiunto uno storico accordo con Erdogan, mettendo fine alla controversia tra i due Paesi.

Ci sono diverse opinioni sul futuro del conflitto Israelo-Palestinese. C'è chi pensa che sia irrisolvibile perché di fatto i Palestinesi sognano di espellere Israele dal Medio Oriente e il mondo arabo li segue su questa strada, costruendo giorno dopo giorno menzogne che rendono Israele odioso e impresentabile, da cancellare. C'è chi invece vede che i tempi sono molto cambiati e che anche i Palestinesi dovrebbero cambiare la loro strategia in vista del terremoto jihadista in Medio Oriente, prevedendo la possibilità che, se non sarà sorretto da forze moderate, ne verranno anch’essi travolti. C'è chi pensa che si possano disegnare due Stati sui confini del '67 e che il problema consista negli "insediamenti": secondo questa visione, è molto dannoso che Israele continui a costruire e qui si immagina che, se si fermasse, una volta realizzata un'equa divisione del territorio, le cose potrebbero sistemarsi.

Sono pareri molto discussi, ma l'Ue è totalmente determinata a portare avanti ogni azione per costringere Israele ad accettare quelli che immagina essere i suoi confini della pace, quelli della linea armistiziale del ‘49, noti come i confini del ’67 e nell’immaginario collettivo diventati una vacca sacra, nonostante appunto, secondo il diritto internazionale e la stessa risoluzione ONU 242 del ’67 (la prima in assoluto a parlare di un ritiro), si tratta di ritiro generico “da Territori”, lasciando intendere che i confini siano da trattare. L’Unione Europea infatti ha per esempio votato unilateralmente per il ritorno a quei confini, avallando nel 2011 la richiesta di riconoscimento univoco dello Stato Palestinese e formulando unilateralmente linee guida per gli Stati membri per favorire l'etichettatura di prodotti israeliani provenienti dalla Cisgiordania, per facilitare il boicottaggio degli stessi.

Tutto questo può aiutare il processo di pace? No, se si pensa che per ottenere la pace le due parti debbano incontrasi e parlare, cosa che Abu Mazen si rifiuta di fare dal 2013. Operazioni come le risoluzioni europee e la conferenza francese di pace che, senza la partecipazione delle parti in causa, stabiliscono confini che non saranno mai accettati da Israele perché non ne garantiscono la sicurezza, danno solo una potente spinta ai Palestinesi affinché non partecipino a nessuna trattativa di pace, dato che le loro ragioni territoriali sono già state accettate. Si tratta di una bugia doppia, perché lascia credere che una volta ottenuti i confini del ’67, i Palestinesi accetterebbero una pace definitiva. Ed è perfino una bugia tripla, perché altri Paesi che occupano territori non loro, come il Marocco con il Sahara Occidentale, o la Turchia con Cipro del Nord, non hanno mai subito una sanzione come l'etichettatura dei prodotti fabbricati dei territori contesi. Risulta quindi evidente che all'UE non importa veramente di raggiungere la pace, ma solo di sanzionare Israele.  

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I media internazionali, ufficio stampa dei terroristi palestinesi

ELIMINARE LE BUGIE PER PARLARE DI PACE

Bugia n. 1: gli ebrei sono colonizzatori di una terra altrui

Le bugie su Israele tendono tutte a descrivere in termini di impresa criminale la costruzione e lo sviluppo dello Stato di Israele. I Palestinesi si presentano al mondo come i padroni di casa sfrattati da un estraneo prepotente, Israele. Ma non è così. Non c'è mai stata una civiltà o una nazione "palestinese" e tantomeno una nazione arabo-palestinese. Certo, ci sono antichi abitanti dell'area, oltre alla civilizzazione più antica di tutte, quella ebraica. Ma non c'è mai stata una cultura o una lingua palestinese, né uno stato governato da arabi Palestinesi. Invece Israele è diventata una nazione già nel 1312 avanti Cristo, duemila anni prima della nascita dell'Islam. Nel 586 a.C., Nabucodonosor II di Babilonia distrusse il Primo Tempio di Gerusalemme, che si ergeva sulla collina dove oggi si trova la Moschea di Al Aqsa (il terzo luogo santo per l’Islam, non esplicitamente menzionato nel Corano se non appunto come “Al Aqsa”, che significa “la più lontana”, interpretato poi in riferimento a Gerusalemme che è città più lontana dall’Arabia Saudita, dove si trovano La Mecca e Medina, le prime due città sacre per l’Islam, menzionate nel Corano centinaia di volte. Gerusalemme invece compare nella Bibbia 669 volte e il termine Sion 154). Dopo la distruzione del Primo Tempio e l’esilio di Babilonia, gli ebrei che poterono restare o tornare in patria dopo l’Editto di Ciro il Grande emesso nel 538 a.C., ricostruirono la loro nazione e il Secondo Tempio, finché nel 70 d. C. esso fu di nuovo distrutto dai Romani e Tito ridusse in schiavitù la popolazione ebraica, portando molti schiavi a Roma (come testimoniano i rilievi sull’Arco di Tito, una vera fotografia in cui gli ebrei prigionieri portano sulle spalle il candelabro a sette braccia, la Menorà, che oggi è il simbolo istituzionale dello Stato d’Israele). In seguito, mentre gli ebrei mantenevano una presenza perseguitata e precaria che però li ha quasi sempre visti maggioranza a Gerusalemme specie negli ultimi due secoli (dal 1880 sono stati ininterrottamente maggioranza assoluta della città), ci sono state dominazioni svariate: Greci, Romani, Maccabei, Bizantini, Arabi, Egiziani, Crociati, Mamelucchi, Turchi Ottomani e poi gli inglesi che sostituirono l'Impero Ottomano con il Mandato Britannico stabilito dalla Lega delle Nazioni.

Bugia n.2: il termine Palestina

Il nome Palestina, dato dai Romani per indicare una delle province del loro Impero, non ha nulla a che vedere con una nazione preesistente, ma con un popolo fra i tanti che raggiunsero le sponde di Israele dal Mediterraneo di origine Egea, greca, cretese, turca... certamente non arabi. Gli arabi di Palestina provenivano essenzialmente dalla Siria e dalla Giordania e divennero un numero considerevole solo dopo la nascita del Sionismo. Persino i leader arabi includevano la Palestina nei territori della "Grande Siria e i Palestinesi aumentarono di numero provenendo dai vari Paesi circostanti solo quando i pionieri sionisti aprirono le porte del lavoro in quella terra prima abbandonata e incolta, innanzitutto prosciugando, col sudore della fronte di tanti immigrati che si dedicarono con tutte le energie alla terra che non avevano mai curato prima, come fecero i genitori di Ytzhak Rabin, le paludi portatrici di malaria. Più del 90 per cento degli arabi della zona immigrarono durante le prime Alyoth, le immigrazioni di massa di ebrei iniziate nel 1880, contemporaneamente e indipendentemente, sia dallo Yemen che dall’Europa. Non c'è differenza etnica o storica fra la massa araba del Paese e quelle delle 22 nazioni arabe della zona. Storicamente, non è mai esistito uno Stato Palestinese. Se vuole finalmente decidersi a esistere, deve trattare con Israele i suoi confini.

Bugia n. 3: il Monte del Tempio, la Spianata delle Moschee

Tutto l’ammasso di menzogne su Gerusalemme e il tentativo di negarne le radici ebraiche stesse si è accumulato sul Monte del Tempio. La Moschea di al-Aqsa e la Cupola della Roccia sono mirabili costruzioni terminate rispettivamente nel 705 e nel 691. La Cupola fu copiata dal Santo Sepolcro, allora già esistente da diversi secoli. Questi edifici considerati il simbolo dell’Islam oggi, sono stati costruiti proprio sul sito del Primo e del Secondo Tempio, il Beit ha-Miqdash, il luogo della memoria più importante al mondo per gli ebrei. Qui sorge il Muro del Pianto, residuo della muraglia occidentale che sorreggeva il terrapieno del Tempio di Erode, che fu una delle meraviglie del mondo. Vi si vede ancora la pietra sacrificale, la scalinata da cui le masse ebraiche che giungevano per i pellegrinaggi si avviavano ai bagni rituali e poi le zone proibite (segnalate per scritto) dove solo i sacerdoti potevano entrare, e tutto questo accanto alla collina di Sion conquistata dal re David intorno al 1010 a.C. in battaglia, quando decise di fare di Gerusalemme la sua capitale. Più in basso la valle del Kidron, chiamata nell'Antico e nel Nuovo Testamento valle dei Re, per le tombe che vi sorgono, o valle di Giosafat. Vi sono seppelliti, principi, regine, profeti, molti della stirpe di David. Cristo, quando predicò ai mercanti, compì da bambino il suo pellegrinaggio di Pasqua come ogni ebreo d'Israele insieme a Maria e a Giuseppe, e si vedono ancora le scale da cui salì la famiglia. Ma Arafat scelse la strada di negare l'evidenza, e tanto ha insistito e così minacciosamente, nel ripetere che "Spianata delle Moschee" è la denominazione unica che cancella quella di "Monte del Tempio", che l'UNESCO nei mesi scorsi ha votato con decisione mistificatoria e molto dannosa di ritenere il "Monte" pura eredità islamica. E' una vergogna carica di conseguenze anche violente e terroristiche, in quanto la propaganda palestinese non si stanca di suggerire ai propri giovani che Israele vuole cambiare lo "status quo" stabilito nel ’67, che conferisce al Waqf, l’autorità religiosa islamica con sede in Giordania, la giurisdizione sui luoghi santi islamici. "Morire per Al Aqsa" è uno slogan tanto in voga quanto solo propagandistico, dato che Israele non ha nessuna intenzione di impossessarsi delle Moschee, anche se è certo controverso che, proprio là sopra, nel luogo più sacro al popolo ebraico, sia proibito addirittura pregare agli ebrei (pochi, controllati, contestati) in visita.

Bugia n. 4: l’accusa del sangue

Parole come occupazione, apartheid, crimini di guerra, genocidio, sono ormai un'abitudine quando si parla di Israele. Nel giugno 2016, Abu Mazen, al Parlamento Europeo, ha ottenuto una "standing ovation" con un discorso in cui enunciava la tradizionale accusa del sangue originaria del medioevo, già causa di pogrom e di sanguinose persecuzioni: ha proclamato davanti a tutti i parlamentari europei che certi rabbini hanno suggerito agli israeliani di avvelenare le acque palestinesi. Chi enuncia una simile oscenità, uno dei temi più classici dell'antisemitismo, sa che l'interlocutore glielo permette, che non se ne andrà dall'aula gridando il suo sdegno. Curioso poi che, rispondendo allo sdegno di Israele per la diffusione di simili menzogne, lo staff di Abu Mazen abbia rilasciato immediatamente una nota che afferma: “Essendosi rivelato evidente che le presunte dichiarazioni da parte di un rabbino sull’avvelenamento di pozzi palestinesi sono in realtà prive di fondamento, il presidente Mahmoud Abbas ha affermato che non aveva alcuna intenzione di danneggiare l’ebraismo o di offendere gli ebrei”. Ovviamente la ritrattazione di un’accusa ha sempre un effetto minimo di fronte all’accusa originale. Ed è difficile pensare che una mente non predisposta al peggiore odio antiebraico avrebbe fatta sua in un'occasione tanto solenne un'accusa così ridicola e razzista insieme senza averne valutato gli effetti.

La stampa internazionale ha raccontato che nel 2002 a Jenin c'era stata una strage simile a quella di Srebrenica; ha propagandato il manifesto di Arafat secondo cui il bambino Mohammed Al Dura era stato sicuramente e con malvagità ucciso dagli Israeliani nel 2000, cosa che poi diverse fonti di indagine non israeliane hanno dichiarato falsa; ha inventato storie di crudeltà degli abitanti degli insediamenti tese a rappresentarli come una banda di pazzi razzisti. Ma in realtà di queste 400mila persone soltanto una parte molto piccola e perseguita dalla legge israeliana ha compiuto crimini, e ha ricevuto fino al massimo delle pene prescritte, l'ergastolo, quando si è trattato di omicidio.

Il nuovo antisemitismo israelofobico è diventato una bandiera, consapevole - o inconsapevole - di tutte le grandi istituzioni internazionali. L'Unione Europea, le Nazioni Unite e il Consiglio per i Diritti Umani di stanza a Ginevra dedicano a Israele ogni anno almeno un terzo delle risoluzioni di condanna, invece che alla Siria, all'Iran, alla Cina, all’Eritrea... C’è poi l'UNESCO, che come abbiamo accennato sopra, ha di recente stabilito che la Spianata delle Moschee appartiene solo alla tradizione islamica, cancellandone il retaggio ebraico comprovato da mille testi. Tutte queste organizzazioni sono membri del club delle continua criminalizzazione di Israele, che allontana sempre di più ogni possibilità di pace.

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