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L'Opinione Rassegna Stampa
19.05.2005 Antisemitismo negli atenei
interviste ai presidenti della comunità ebraica romana, dell'Ugei e dell'associazione Italia Israele di Livorno

Testata: L'Opinione
Data: 19 maggio 2005
Pagina: 5
Autore: Dimitri Buffa - Stefano Magni - Domenico Naso
Titolo: «Paserman: "Antisemitismo scolastico? Colpa dei cattivi maestri - Ritorno a Pisa, patria dell’anti sionismo universitario - Antisemitismo negli atenei:»
Ricco dossier sull'antisemitismo accademico in Italia su L'OPINIONE di giovedì 19 maggio 2005.
Dimtri Buffa intervista il presidente della Comunità ebraica di Roma, Leone Paserman:

Leone Paserman è il presidente della Comunità ebraica di Roma da ormai due mandati. In prima linea per combattere e denunciare gli episodi di intolleranza contro gli ebrei dentro e fuori dalle università.
Sulla proposta de "L’opinione" di subordinare i finanziamenti agli atenei a una severa politica di repressione "contro ogni episodio di intolleranza di qualunque matrice esso sia" si dimostra sostanzialmente d’accordo. "Ma – aggiunge – attenti a non prendersela solo con gli allievi dimenticandosi i cattivi maestri, magari orfani del Muro di Berlino e della guerra fredda che hanno riversato il proprio immaginario ribellista e rivoluzionario nel terzo mondismo fagocitato dall’estremismo islamico". Per gli antipatizzanti del fatto che esista lo stato d’Israele e per gli anti semiti di estrema destra, Paserman sostiene che si tratti del continuare di un’antica tradizione che forse risale anche a prima del nazi fascismo. Mentre per quanto riguarda gli attuali teppisti di estrema sinistra che in tanti atenei hanno combinato quello che si è saputo solo per Firenze, Pisa, Torino e Cagliari , il presidente della più grande comunità ebraica d’Italia ricorda i loro colleghi simpatizzanti del partito armato negli anni ’70, in rapporti anche operativi con l’Olp di Arafat.
E non può fare a meno di rabbrividire ricordando gli slogan che riecheggiavano nei documenti sequestrati al momento dell’arresto a Nadia Desdemona Lioce, l’assassina di Biagi e D’Antona. Anche la terrorista, come tanti no global che lo gridano nei cortei, ambiva a una "Palestina libera" e a una " Palestina rossa". Con il consueto contorno di insulti ormai di repertorio contro il sionismo, lo stato d’Israele, l’America e in genere tutto il mondo occidentale.


Avete mai fatto un monitoraggio sugli episodi di intolleranza accademica verso ebrei e israeliani?
Non siamo organizati, come comunità ebraica romana, per sistematicamente le
segnalazioni su episodi del genere, che peraltro so essere molto
più numerosi di quelli che escono sui giornali anche se molte volte si è
preferito non darvi pubblicità sia per evitare l’effetto di emulazione sia
perché nessuno di noi vuole fare la parte della vittima ma solo denunciare
situazioni che dovrebbero ferire anche gli altri e non solo gli ebrei.

A cosa è dovuto l’insorgere quasi improvviso di questo fenomeno di
intolleranza accademica in Italia? E’ una moda importata da America e
Inghilterra? O esiste un complotto internazionale?
Tenderei a escludere un piano coordinato internazionale e comunque non ne ho
alcuna prova. Purtroppo potrebbe trattarsi proprio di una moda deteriore che
abbiamo importato prima dalla Francia e poi dall’Inghilterra. Credo sia
anche il frutto e la conseguenza di della frustrazione di molti sedicenti
intellettuali delusi dal crollo delle ideologie che si sono rifugiati in
questo ultimo baluardo di contestazione estremistica. D’altronde è stato
autorevolmente detto che l’antisemitismo è l’ultima risorsa dello stupido. E
dell’ignoranza. Uno non ha nulla a cui aggrapparsi per giustificare il
proprio scontento e identifica i mali del mondo con l’imperialismo
occidentale americano. Poi c’è la solita solfa sullo Stato d’Israele e da lì
all’antisemitismo il passo purtroppo è breve. Molto breve.

Si può dire che gli orfani del comunismo adesso si siano buttati tutti su questo terzo mondismo di matrice islamica per essere antagonisti
all’Occidente?
L’analisi potrebbe essere quella giusta.

Il rabbino capo Di Segni dice che bisogna usare con parsimonia il termine anti semitismo. Che c’è pure il rischio di venire condannati dalla giustizia italiana. E che quindi è meglio andare sul sicuro e accusare solo gente come Hitler di quel reato..

Se vuol provocare una mia risposta su un episodio veramente spiacevole che
mi è capitato non sarai accontentato, oramai è acqua passata e non ne voglio
parlare più

Sarebbe l’episodio che la ha contrapposta a Michele Santoro?
Oramai è tutto finito, meglio non rinvangare.

Diventa difficile difendere Israele da chi la accusa di ogni nefandezza al mondo. O no?
Sì, ma non è un problema che non si potrà mai risolvere nelle aule di
giustizia. Il problema dell’antisemitismo coinvolge la coscienza civile di
tutti. Tutti devono combatterlo. Non solo noi ebrei. Ci vuole più
determinazione da parte di tutti. La storia ci insegna che quando si inizia
con questa intolleranza poi non si sa dove si finisce. Ci aspettiamo che
siano anche gli altri, non ebrei, ad alzare la voce. E l'esperienza dimostra che quando le critiche sono motivate, si ottengono risultati.

E la proposta di Arturo Diaconale, il direttore di questo giornale, di
togliere i soldi, magari con apposita legge, alle Università che tollerano questi episodi, non li prevengono e in taluni casi magari li incoraggiano
pure?
Già la legislazione esistente pone vincoli di ordine pubblico a tutti i
progetti universitari da finanziare. Però non c’è dubbio che uno dei
requisiti per potere accedere ai finanziamenti dovrebbe essere il rispetto
dei valori democratici nelle singole università e una forte opposizione
contro ogni discriminazione di qualunque genere: politica, per sesso, per
nazionalità o per religione. Bisognerebbe portare questi principi sul piano pratico e un’iniziativa in tal senso non potrebbe essere più opportuna.

Antisemitismo a parte, anche impedire a un diplomatico di parlare in un ateneo durante una conferenza sulla pace in Medio Oriente è episodio da stigmatizzare?
E’ una sopraffazione intollerabile, lo Stato d’Israele fra l’altro
intrattiene cordialissime relazioni diplomatiche con quello italiano.
L’accettazione di queste sopraffazioni da parte di piccole minoranze di
facinorosi non è giustificabile in alcun modo.


Tornando alle ideologie del passato e agli orfani frustrati delle stesse,
quanto pensa che contino i cosiddetti cattivi maestri nell’indottrinamento di questi studenti che poi compiono queste azioni? O si deve credere che il fenomeno è spontaneo?
Nessuno nasce imparato. E anche i ragazzi non lo nascono. Magari qualcuno
più adulto insegna loro questi disvalori vuoi nei campetti di calcio di
periferia o negli stadi o nelle università.

Avete avuto contatti con le Università di Pisa, Firenze, Cagliari e Torino dove si ha notizia di questi deprecabili episodi?
Non personalmente ma purtroppo gli atenei coinvolti sono molto numerosi ma
alcuni insegnanti e studenti hanno preferito non dar loro pubblicità per
motivi di vario tipo.




Devo pensare che la situazione sia allora ben più grave di quella che si
ipotizza?
Purtroppo sì, temo che l’aria che si diffonde in certe aule universitarie
o in certe scuole secondarie possa diventare
irrespirabile per gli studenti ebrei se non si fa qualcosa il prima
possibile.

Colpa dell’estremismo islamico come in Francia?
In Italia è diverso e forse non c’è bisogno di scomodare sempre l’estremismo
islamico per spiegare episodi che invece coinvolgono estremisti di casa
nostra di ogni fazione. D’altra parte tutti sappiamo dei contatti che
c’erano tra l’Olp e le Brigate rosse, forse non tutti questi legami sono
stati troncati e, pure se sono cambiate situazioni e persone, qualcuno ha
ereditato quelle parole d’ordine, come più recenti proclami delle "nuove
brigate rosse" hanno evidenziato.
Stefano Magni intervista Mauro Vaiani, segretario di Italia-Israel di Livorno, organizzatore della conferenza del diplomatico israeliano Shai Cohen che non potè aver luogo a Pisa.

Ecco l'articolo:

Pisa è stata la prima. È con la contestazione a Shai Cohen all’Università di Pisa che è iniziata la serie di aggressioni, verbali e non, ai danni dei diplomatici israeliani in visita nei nostri atenei. È per questo che a sette mesi di distanza, abbiamo intervistato Mauro Vaiani, segretario di Italia-Israele Livorno, tecnico dell'Università, organizzatore, con il prof. Vernassa, della conferenza su Israele che non potè svolgersi a Pisa, il 14 ottobre 2004, per la contestazione del CASP (Collettivo Autonomo di Scienze Politiche).
La contestazione contro Cohen di sette mesi fa era completamente inaspettata o era stata preceduta da altri episodi simili, ma meno visibili?
"A Pisa, e a dir la verità in tutta la Toscana, le contestazioni avevano colpito duramente altre iniziative di amicizia verso Israele, a partire dagli Israel Day. Inoltre i muri dei palazzi universitari sono imbrattati di slogan violenti, inneggianti all’instaurazione del comunismo in Palestina e pieni di odio verso Israele".
Dopo la ribalta sui quotidiani, la situazione a Pisa si è normalizzata?
Il Senato e altri organi di autogoverno hanno risposto con una certa fermezza, ma la reazione è lenta. La cultura dell’odio verso Israele è una forma molto sofisticata di antisemitismo, ma non è solo antisemitismo. È anche odio verso l'America, verso l’Occidente, verso Bush-Blair-Berlusconi. È una forma di violenza che ha radici profonde. Riscuote anche, è inutile negarlo, un magari inconfessato ma non insignificante consenso. Contro questa cultura di violenza si stanno formando degli anticorpi, ma sono ancora deboli.
Gli autori della contestazione sono completamente estranei all’ambiente studentesco o ne fanno parte?
Gli autori della contestazione hanno rappresentanti eletti nel consiglio di facoltà e hanno ricevuto, in passato, finanziamenti, oltre che spazi e altre agevolazioni. Cambierà qualcosa? Sì. Forse. Alcuni professori importanti, fra cui il prof. Alberto Massera, riflettendo su ciò che è accaduto, si sono appellati al Rettore perché l’Università si doti di una Carta dei diritti e dei doveri degli studenti. Questa Carta potrebbe servire a ripristinare delle regole accettate da tutti: chi non è in grado di portare avanti i propri ideali in modo nonviolento, dovrebbe essere punito. Non dalla polizia o dai giudici, ma dall’Università, secondo regole adatte agli scopi e alla storia di una istituzione educativa. Speriamo che qualcosa cambi e che l’Università sia in grado di promuovere gesti compensativi e riparatori adeguati. Stiamo ancora aspettando, a dire il vero, che il consigliere Shai Cohen possa presto riprendere la parola all'Università di Pisa.
In che modo i professori tendono a contenere l’ondata di anti-sionismo dell’estrema sinistra?
Senza la Carta dei diritti e dei doveri, senza regole chiare e senza questori e commessi che le facciano rispettare, i singoli professori possono fare ben poco, se non finire per cedere, lentamente ma inesorabilmente, magari inconsciamente, al conformismo, alla tentazione di subire l’aggressività verbale e morale dei gruppi estremisti.
Nelle lezioni universitarie come viene presentata la questione mediorientale?
Questa è la risposta più ottimistica che posso dare: molti docenti, a seguito dell’inutile e sciagurata aggressione al consigliere Shai Cohen e ai membri dell’Associazione Italia-Israele di Livorno dello scorso 14 ottobre 2004, hanno ripreso a piene mani documenti e ricerche sul Medio Oriente, hanno ricominciato a raccontare la storia di Israele. La incredibile ignoranza dei contestatori di Cohen fece arrossire molti professori non solo come cittadini indignati per un gesto di intolleranza, ma anche come professori di storia, mortificati dall’analfabetismo storico e politico dei loro studenti.
Domenico Naso intervista Tobia Zevi, presidente dell' Unione Giovani Ebrei d’Italia:
Gli episodi di antisemitismo verificatisi negli ultimi mesi in numerose università italiane ad opera di movimenti studenteschi di estrema sinistra hanno aperto nel paese un allarmato e allarmante dibattito.
L’ultimo caso, la contestazione e le minacce alla professoressa Santus dell’università di Torino, rea di aver invitato un diplomatico israeliano durante una lezione, ha rappresentato l’eccesso più alto raggiunto in una situazione tuttavia sempre tesa all’interno di molti atenei del nostro Paese.
I giovani ebrei italiani sono rappresentati dall’UGEI (Unione Giovani Ebrei d’Italia), un coordinamento apartitico di associazioni giovanili ebraiche, ed è doveroso sentire il loro punto di vista, attraverso il presidente Tobia Zevi.
Tobia ha 22 anni, vive a Roma e studia Lettere e Filosofia alla Sapienza e già nei giorni scorsi aveva fatto sentire la sua voce in merito agli episodi di antisemitismo di sinistra che infestano gli atenei italiani.

Come valuti i recenti casi di antisemitismo a Pisa, Firenze e Torino?
Ovviamente, come giovane ebreo, sono impressionato dalla gravità dei fatti, dalla loro frequenza sempre più preoccupante e soprattutto dal clima di paura che abbiamo avvertito specialmente nelle parole della prof. Santus e dei suoi studenti.

Sei a conoscenza di episodi del genere avvenuti negli atenei romani?
Non ci sono stati episodi simili a Roma. Come ha detto Giorgio Israel recentemente, siamo turbati da questi atti di intolleranza ma fortunatamente la realtà universitaria romana ci risparmia episodi di tale gravità.

Qualche giorno fa, in una lettera inviata a L’Unità, hai proposto il dialogo ai gruppi di estrema sinistra (i cosiddetti "collettivi) che si sono resi responsabili delle contestazioni antisemite nelle Università. Pensi davvero che sia la strada giusta?
Assolutamente. Ritengo sia utile incontrarsi e parlarne per cercare di approfondire un argomento delicato e forse poco conosciuto come la situazione mediorientale. E’ sacrosanto il diritto a contestare la politica israeliana però dobbiamo partire da alcuni punti fermi: l'esistenza stessa dello Stato d'Israele non può essere in discussione, non si può aspirare alla "cancellazione" di Israele dalla cartina del Medio Oriente, soprattutto tenendo presente che, si voglia o no, Israele è oggi l’unica democrazia presente in quell’area.
Come ho già detto nei giorni scorsi, propongo agli studenti legati ad associazioni filopalestinesi, e soprattutto a chi ha impedito di parlare al viceambasciatore israeliano, di incontrarci e confrontarci su un tema che per la sua complessità non può essere affrontato con leggerezza, tantomeno con rozza intolleranza. Solo attraverso la conoscenza dei fatti si può stimolare la partecipazione alla discussione di una fetta più larga della popolazione studentesca.

I collettivi responsabili delle contestazioni di cui si parla sono in realtà meno "potenti" politicamente di quanto si possa pensare. Rappresentano più o meno il 5-10% dell’intera popolazione studentesca.
Se riusciamo a far conoscere la situazione di Israele e della questione palestinese a un numero sempre più vasto di giovani possiamo davvero stimolare un dibattito costruttivo che possa tener conto delle sacrosante differenza d’opinione senza, tuttavia, sfociare in intolleranza antisemita.

L’Opinione ha lanciato la proposta di tagliare i fondi statali alle università che si "macchiano" di episodi come quello di Torino. Che ne pensi?
Penso si sia trattato più che altro di una provocazione che mirava, giustamente, a porre l’attenzione su questo tema delicato e allarmante.
In concreto, tuttavia, non penso che con misure "punitive" si possa risolvere un problema del genere. Il lavoro da fare è capillare e profondo e riguarda per lo più la promozione di progetti educativi. E’ così che si deve combattere l’ignoranza di chi contesta per partito preso, senza essere a conoscenza della realtà.

C’è aria di rinnovato antisemitismo nel nostro Paese. La avverti anche tu?
In questo senso è impressionante l’analisi che viene fuori dal libro "I soliti ebrei" di Daniele Scalise. Nemmeno io, giovane ebreo, avrei potuto immaginare una diffusione così capillare, anche se a volte subdola e invisibile, del pregiudizio antisemita.
Questo, però, non deve farci deporre le armi del dialogo e del rispetto reciproco.
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