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Italia Oggi Rassegna Stampa
16.09.2020 Una libreria persiana a Berlino
Commento di Roberto Giardina

Testata: Italia Oggi
Data: 16 settembre 2020
Pagina: 14
Autore: Roberto Giardina
Titolo: «Una libreria persiana a Berlino»
Riprendiamo da ITALIA OGGI di oggi 16/09/2020, a pag.14 con il titolo "Una libreria persiana a Berlino" il commento di Roberto Giardina.

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Roberto Giardina

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Berlino

Berlino è sempre stata una metropoli multiculturale, ma non multikulti come la vogliono oggi i fanatici del politically correct, dove tutti dovrebbero mischiarsi e omogeneizzarsi in una specie di maionese, che ha finito com'era inevitabile per impazzire. Era una città in cui le diverse culture si incontravano, oggi si scontrano. È anche una città in continua trasformazione, che cancella il passato. Per conoscerla bisogna saper vedere quel che è scomparso: dodici pietre d'inciampo davanti a un anonimo supermercato, qui prima della guerra sorgeva un palazzo abitato da famiglie di ebrei benestanti, finiti quasi tutti ad Auschwitz. E quel che si vede e che sembra antico in realtà è cambiato. Nel mio quartiere, a Charlottenburg, il Kanthotel, nella Kant Straße, si trova allo stesso posto come negli anni venti. Allora apparteneva a una famiglia ebrea, si ignora dove sia finita. Oggi, a una grande catena internazionale, la Best Western. Lo leggo in un articolo della Berliner Zeitung, che Al Abbas non è musulmano e ha tre figlie che ha educato liberamente. Un Iran moderno è solo un bluff, dichiara. A Berlino si è sentito subito a casa, dire, nonostante il razzismo dei gruppi di estrema destra tre ricerche. Qui giunse, nel 1929, il giovane scrittore persiano Sadeq Hedayat, 26 anni, scrisse a un amico ad Amburgo di sentirsi a suo agio a Berlino, e di voler aprire una libreria. Ma non lo fece. Apparteneva a un'aristocratica famiglia di Teheran, un suo bisnonno fu un noto storico e poeta. Sadeq studiò al liceo francese, nel 1925 si trasferì in Belgio, ma a causa del clima era poi andato in Francia. Depresso, in quell'anno, il 1929, tentò il suicidio nella Marna, ma venne salvato da alcuni turisti. Giunse a Berlino, quindi tornó in Iran, e diede vita a un gruppo di scrittori, pittori, e attori. Tradusse Maupassant, Cechov, Rilke, Allan Poe, Kafka e Sartre. Allora, era permesso. Nel 1936, pubblica il romanzo La civetta cieca, che inizia con la frase: «Nella vita ci sono ferite che, come la lebbra, nella solitudine divorano l'anima». Sadeq si tolse la vita con il gas l'8 aprile del '51 a Parigi. Lasciò cento franchi per il funerale, è sepolto al Père-Lachaise. Nel 1996, a Teheran, lo scrittore ed editore Abbas Maroufi viene condannato alla fustigazione e gli viene vietato di scrivere. Fugge a Berlino, con la famiglia. Lavora come portiere di notte, risparmia per anni. Conosce la lettera di Sadeq all'amico di Amburgo, e infine riesce a realizzare il suo sogno e aprire la libreria persiana nella Kant Straße al numero 76, che è la più grande d'Europa. L'insegna è Die blinde Eule, la civetta cieca, il romanzo di Sadeq. Era il Kafka dell'Iran, spiega ai clienti che gli chiedono il perché. Maroufi, 63 anni, ha creato anche una casa editrice che pubblica autori iraniani vietati dal regime. Abbas non è musulmano e ha tre figlie che ha educato liberamente. Un Iran moderno è solo un bluff, dichiara. A Berlino si è sentito subito a casa, dice, nonostante il razzismo dei gruppi di estrema destra. Questa è una delle tante storie di Berlino, della metropoli che accoglie le culture senza preoccuparsi dei nomi delle strade, che non sarebbero politicamente corretti e ride per le decisioni della Berlinale, il Festival del cinema, che abolisce gli Orsi d'argento per la miglior attrice o attore, e assegnerà solo premi genderfrei. Berlino tenta da sempre di cancellare il suo passato, o di cambiarlo, ma per fortuna non ci riesce.

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