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Italia Oggi Rassegna Stampa
16.06.2017 Qatar e Iran: chi difende Fratellanza musulmana, terrorismo e violenza?
Il commento fazioso di Giorgio Bernardelli

Testata: Italia Oggi
Data: 16 giugno 2017
Pagina: 11
Autore: Giorgio Bernardelli
Titolo: «Il Qatar paga per Al Jazeera tv»

Riprendiamo da ITALIA OGGI del 16/06/2017, a pag. 11, con il titolo "Il Qatar paga per Al Jazeera tv" il commento di Giorgio Bernardelli.

Giorgio Bernardelli, i cui articoli su Avvenire IC ha più volte commentato (per esempio qui: http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=1&sez=120&id=61447), compare su Italia Oggi con un articolo in difesa dell'Iran, da un lato, e della Fratellanza musulmana (quindi anche Qatar e Turchia) dall'altro. Non c'è traccia, nell'articolo, del ruolo del viaggio di Donald Trump in Medio Oriente, importante per definire alleanze e consolidare i ruoli nella lotta a terrorismo e islamismo.

Ecco l'articolo:

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Giorgio Bernardelli

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Al Jazeera, una delle armi del terrorismo del Qatar

C'è dunque ben poco di inatteso nell'improvvisa escalation che ha visto quattro governi sunniti del calibro di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto e Bahrein decretare la rottura delle relazioni diplomatiche e (addirittura) la chiusura delle frontiere con il Qatar. Perché è vero che erano tutti schierati a Riad al fianco di Donald Trump per la foto che avrebbe dovuto tenere a battesimo la cosiddetta Nato araba, l'alleanza politico-militare contro l'estremismo, definizione politicamente corretta per dire gli iraniani. Ma non era un mistero per nessuno che dietro alla costosa parata organizzata dagli al Saud le posizioni tra i Paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo fossero tutt'altro che sovrapponibili. Così - mentre il presidente americano non era ancora ripartito da Israele - ad appena 48 ore di distanza nel Golfo Persico era già scoppiata la crisi che ha portato all'ultima svolta. Con un casus belli decisamente singolare: un resoconto su un discorso dai toni morbidi nei confronti di Teheran attribuito dall'agenzia ufficiale del Qatar all'emiro al Thani e giudicato a Riad come un alto tradimento. Smentito.

Alle accuse di doppiogiochismo nei confronti dell'Iran e di sostegno ai gruppi islamici radicali legati ai Fratelli musulmani (sai che novità), se n'è aggiunta anche una un po' paradossale: 200 discendenti di Ibn Abd al-Wahhab, il fondatore del wahhabismo (la rigidissima scuola di interpretazione dell'islam dominante in Arabia Saudita) hanno preso posizione per disconoscere ogni legame tra la famiglia dell'emiro Al Thani e il loro capostipite. In forza di questo hanno chiesto al Qatar di cambiare nome alla moschea aperta e intitolata a Ibn Abd al-Wahhab nel 2011. Infine è arrivata la stretta con la rottura delle relazioni.

Che cosa sta succedendo, dunque? Si tratta dell'effetto domino del rinnovato asse tra Washington e Riad. L'Arabia Saudita si sente oggi sufficientemente forte da poter regolare i conti all'interno del Consiglio di cooperazione del Golfo. E vuole cogliere l'occasione per ridimensionare Doha, che, in questi anni, ha spesso giocato una partita propria nei conflitti in Medio Oriente. Il Qatar, infatti, è il principale sponsor dei Fratelli musulmani, il potente gruppo islamista che, al Cairo, i militari (con il sostegno di Riad) hanno tolto di mezzo nel 2013 con la deposizione dell'allora presidente Mohammed Morsi e la successiva ascesa del generale al Sisi. Ma Doha è anche una potenza emergente che con scaltrezza in questi anni ha messo insieme partecipazioni finanziarie nelle società occidentali e potenza mediatica attraverso la grancassa di al Jazeera: due armi non proprio tranquillizzanti per gli al Saud. Come se tutto questo non bastasse, poi, anche solo per una ragione meramente geografica, il Qatar non può permettersi lo scontro totale con l'Iran, da cui lo separa solo un braccio di mare tra l'altro attraversato da uno dei maggiori giacimenti mondiali di gas naturale.

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La penisola del Qatar

Non è un caso, dunque, che anche in Siria Doha - pur essendo schierata saldamente fin dall'inizio contro Bashar al Assad - abbia spesso trattato con l'Iran la liberazione di ostaggi a suon di milioni di dollari pagati a milizie di ogni colore. Riad dunque vuole liquidare i conti, offrendo su un piatto d'argento a Trump e agli israeliani la fine politica dei Fratelli musulmani (compresa Hamas a Gaza), oltre che un riallineamento più saldo nel fronte anti-iraniano. Da parte loro anche Abu Dhabi e il Cairo si accodano, perché una svolta di questo genere a Doha andrebbe anche a loro vantaggio. Ed è interessante notare che pochi giorni fa il potente principe saudita Mohammed bin Salman è volato da Putin, proprio mentre Mosca parlava di «passi avanti» sulle de-escalation zone, la strada che i russi stanno perseguendo per arrivare a un compromesso che metta fine al conflitto in Siria. Non è escluso, dunque, che in quell'occasione i sauditi abbiano sondato il terreno di un'intesa che isolerebbe ulteriormente il Qatar.

Quale, allora, il possibile scenario per il futuro immediato a Doha? Un conflitto aperto per il momento appare impensabile, non fosse altro per la presenza in Qatar di Al Ubeid, una delle maggiori basi americane in Medio Oriente. Le possibilità restano sostanzialmente due: la prima è che Al Thani ritorni a Canossa. Era già successo nel 2014, dopo la crisi sull'Egitto del dopo Morsi; questa volta, però, le contropartite richieste al Qatar sarebbero ben più pesanti. Doha, pero, ha anche un'altra sponda: Teheran che farebbe ponti d'oro per scompigliare le carte a Ryiad. Proprio pensando a questa eventualità nei giorni scorsi i sauditi - neanche troppo velatamente - hanno fatto capire ad al Thani che potrebbe rischiare di fare la fine di Morsi.

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