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Corriere della Sera Rassegna Stampa
02.02.2021 Due versioni su Masada: in libreria uno studio sui diversi significati assunti dalla fortezza descritta da Giuseppe Flavio
Analisi di Paolo Mieli

Testata: Corriere della Sera
Data: 02 febbraio 2021
Pagina: 30
Autore: Paolo Mieli
Titolo: «Due versioni su Masada»

Riprendiamo dal CORRIERE della SERA di oggi, 02/02/2021, a pag. 30, con il titolo "Due versioni su Masada" l'analisi di Paolo Mieli.

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Paolo Mieli

Mai più Masada cadrà eBook by Samuele Rocca - 9788869736063 | Rakuten Kobo  United States
La copertina (Salerno ed.)

Nel 73 dopo Cristo l’esercito romano espugnò Masada, la fortezza sul Mar Morto all’interno della quale ciò che restava della resistenza ebraica aveva cercato riparo. Quasi tutti i 960 ebrei asserragliati sulla rocca sotto la guida di Eleazar ben Yair, pur di non cadere in mano ai vincitori, si diedero la morte. Fu quello l’atto finale della prima guerra giudaica iniziata nel 66. Vicenda poi raccontata a ridosso degli eventi, in La Guerra Giudaica (Mondadori), da Flavio Giuseppe, un comandante ebreo passato alla collaborazione con Roma. Adesso viene riesaminata da Samuele Rocca in Mai più Masada cadrà. Storia e mito della fortezza di Erode, che esce dopodomani per l’editrice Salerno. La storia di Masada, scrive Rocca, è indissolubilmente legata alla figura di Erode il Grande che (per conto di Roma) regnò sulla Giudea dal 40 al 4 avanti Cristo. Novant’anni prima degli accadimenti di cui si è detto inizialmente, Erode il Grande aveva trasformato quella sperduta fortezza nel deserto prospicente al Mar Morto in un «palazzo che rivaleggiava con quelli del mondo ellenistico e di Roma». La sua ambizione — ha documentato Linda-Marie Günther in Erode il Grande (Salerno) — era di farne il simbolo del proprio potere. Quando Erode morì, suo figlio Archelao, nella speranza che l’imperatore Augusto gli confermasse il titolo reale, dovette affrontare una ribellione in cui si mise in luce un certo Giuda il Galileo. Giuda il Galileo, figlio del ribelle Ezechia di Gamala, fu il fondatore della setta degli Zeloti che sostenevano l’impossibilità di un compromesso tra restare schiavi dei Romani e servire il Dio d’Israele. Bisognava scegliere, secondo gli Zeloti, tra le due opzioni. Fu subito chiaro che con Giuda il Galileo si era messo in moto qualcosa di più di una rivolta, si era in presenza di una rivoluzione. La rivoluzione raccontata da Martin Hengel nel libro Gli Zeloti (Claudiana) e durata ottant’anni, dall’ultimo periodo di vita di Erode il Grande all’espugnazione di Gerusalemme (70 d.C.) e di Masada (73 d.C.). Augusto aveva provato a dividere in più parti il regno di Erode il Grande. Ma ormai non c’era più niente da fare. E ai rivoluzionari Zeloti che continuarono ad essere attivi anche dopo la scomparsa di Giuda, si aggiunsero i cosiddetti «falsi profeti», che riuscirono a mobilitare contro l’occupazione romana parti sempre più ampie di popolo dell’intera regione.

Betlemme | archeologiavocidalpassato
Masada

Trascorsero alcuni decenni e nel 66 d.C. le ribellione sfociò in una guerra. Fu l’imperatore Nerone che alla fine di quello stesso 66 mandò in Palestina uno dei suoi migliori generali, Vespasiano. Quando Nerone nel 68 si suicidò (trentunenne) e gli succedettero sul trono, uno alla volta, i cosiddetti «tre imperatori» (Galba, Otone, Vitellio), fu la mano ferma di Vespasiano a impedire che — in quell’anno e mezzo di estrema incertezza — la guerra giudaica si concludesse con la vittoria dei nemici di Roma. I suoi soldati lo ripagarono acclamandolo imperatore. Vespasiano tornò a Roma agli inizi del 70 e lasciò la guida della guerra al figlio Tito che, a fine aprile, diede inizio all’assedio di Gerusalemme. In quello stesso anno, come ha magistralmente ricostruito Giovanni Brizzi in 70 d.C. La conquista di Gerusalemme (Laterza), nel giro di cinque mesi, la città fu espugnata e venne distrutto il Secondo Tempio. La guerra da tempo era stata sostanzialmente vinta (da Roma), ma la rivolta proseguì per altri tre anni, fino a quando cadde Masada. Racconta Flavio Giuseppe che nell’agosto del 66, all’inizio della guerra giudaica, Masada era occupata da una guarnigione romana. Un gruppo di ribelli Zeloti la conquistò «a tradimento» e passò per le armi i militari mandati da Roma. Dall’interno di questo gruppo si scissero i Sicari guidati da Menachem, figlio di Giuda il Galileo, che presero il potere e si impadronirono delle armi immagazzinate ottant’anni prima da Erode il Grande. La caratteristica dei Sicari era quella di combattere, più che i Romani, i Giudei che in qualsiasi forma fossero sospettabili di collaborazionismo con i Romani stessi. Qui Rocca nota una clamorosa «incongruenza» nel racconto di Flavio Giuseppe. Se i protagonisti di quella vicenda furono gli Zeloti, perché portare sul proscenio i Sicari? Per il fatto che a Flavio Giuseppe interessa mettere in risalto due elementi: in primo luogo che con la caduta di Masada la guerra giudaica si era chiusa definitivamente e anche la setta più radicale si era suicidata; in secondo luogo che quella dei Giudei (da cui lui aveva preso le distanze andando a collaborare con i Romani) era stata anche, se non soprattutto, una guerra civile tra Ebrei. Guerra civile di cui le sette più estreme portavano tutta intera la responsabilità. Come a dire che se si fosse dato retta a quelli come lui, che cercavano un accordo, tutto quel sangue non sarebbe stato inutilmente versato. Nel racconto di Flavio Giuseppe, sintetizza Rocca, «i Romani non sono parte in causa della guerra, ma lo strumento scelto da Dio per punire gli Ebrei, resisi colpevoli dei peggiori delitti». Il più grave tra i quali era stato quello di non essersi messi, come Flavio Giuseppe, al servizio dei Romani. Gli Ebrei della diaspora, passo dopo passo, ci misero poi quasi duemila anni a capovolgere i termini di quel racconto e a riportare in primo piano il suicidio in massa degli occupanti di Masada come un gesto altamente simbolico di estrema resistenza. Che Masada cadesse era nelle cose, dal momento che le forze mandate da Roma erano soverchianti e che gli aggressori erano riusciti addirittura a costruire una rampa per issare le torri da cui avrebbero portato l’attacco definitivo alla rocca. Zeloti o Sicari non faceva una gran differenza.

La cosa più importante di quella storia era che gli Ebrei avevano combattuto fino allo stremo. Senza arrendersi mai. Nel 1927 un emigrato ucraino a Tel Aviv, Yitzhak Lamdan (1899-1954), compose un poema epico, Masada, che codificava questo modo nuovo di guardare all’antica storia. Una lettura che, secondo lo studioso David G. Roskies, sarebbe stata perfino fonte di ispirazione per la rivolta nel ghetto di Varsavia dell’aprile 1943. Dopodiché a rendere celebre l’antica fortezza e i suicidi come estrema forma di resistenza fu Yigael Sukenik, un ufficiale israeliano che, nel conflitto con gli arabi del 1948-49, aveva guidato l’esercito appena costituito sotto le insegne della stella di David. Al termine di quella guerra, Sukenik fu nominato dal primo ministro David Ben Gurion — il quale pure aveva avuto con lui più di un dissidio — capo di stato maggiore. Ben Gurion gli chiese come «pegno» di lasciare il suo cognome da ebreo della diaspora askenazita e di prenderne uno «israeliano». Yigael, che all’epoca aveva già 42 anni, scelse Yadin. Dopodiché restò in carica tre anni come comandante in capo dell’esercito e quando nel 1952 lasciò l’incarico — dopo un ennesimo screzio con Ben Gurion — mise da parte la divisa militare, ma tenne il cognome israeliano. E si dedicò a una nuova missione: l’archeologia. Studiò, si laureò con una tesi sui Rotoli del Mar Morto e andò poi, tra il 1964 e il 1965, a sovrintendere le operazioni di recupero archeologico a Masada. Da quegli scavi vennero fuori elementi che confermarono sostanzialmente la storia riferita da Flavio Giuseppe, e i risultati furono esposti successivamente in un libro Masada. La fortezza di Erode e l’ultima difesa degli Zeloti (De Donato) firmato con il suo nuovo nome, Yigael Yadin. Libro in cui, come è evidente dal titolo, tornano in primo piano gli Zeloti. C’era però ancora un problema. Rocca nota come il fatto che i difensori della fortezza si siano dati la morte abbia suscitato varie perplessità tra gli studiosi.

Nell’ebraismo il suicidio è severamente condannato dal momento che è a Dio che spetta di dare la vita o la morte. Forse la proibizione del suicidio venne elusa dai Sicari in quanto nei fatti solamente una persona si dette la morte. In che senso? Secondo Flavio Giuseppe vennero sorteggiate dieci persone che uccisero tutti i difensori, poi uno di loro uccise gli altri nove e alla fine si suicidò. Un anonimo cronista ebreo del Medioevo, vissuto una cinquantina d’anni prima dell’anno Mille, ricostruì la vicenda con una versione più accettabile: gli Ebrei di Masada avrebbero ucciso mogli e figli, dopodiché avrebbero combattuto contro i Romani morendo da eroi. Ma è probabile che questo dilemma sia frutto di una proiezione all’indietro di una concezione medievale della legge ebraica esposta nel Talmud. Concezione che, appunto, proibiva il suicidio con grande severità. Nei tempi antichi il «suicidio dei difensori posti di fronte all’ignominia della resa» era invece ritenuto «lodevole». Lo studioso americano Shaye Cohen ne elenca ben sedici casi: da quello di Xanto (540 a. C.), assediata da uno dei generali dell’imperatore persiano Ciro il Grande, a quello della greca Abydos (200 a. C.), che non voleva cadere nelle grinfie di Filippo V re di Macedonia. In ogni caso Maimonide (1138-1204) sostenne che è doveroso per gli Ebrei offrire la propria vita nel caso in cui venga ordinato di trasgredire pubblicamente ad uno dei precetti della Torah. E poiché è probabile che i Romani avrebbero costretto i prigionieri ebrei, almeno i più validi, a diventare gladiatori e di conseguenza a uccidere (e avrebbero obbligato le loro donne a prostituirsi) forse questo «inevitabile destino» — in caso di resa — giustificava il suicidio in massa. Quella di Masada, scrive Rocca, è una «piccola storia» se considerata «all’interno della storia universale». Ma è importantissima per essere divenuta «uno dei più importanti miti fondativi dello Stato di Israele». Si intrecciano dunque storia e mito. Sostiene l’autore di un importantissimo libro su Masada, Nachman Ben-Yehuda, che il mito, a differenza della storia, è qualcosa che «non corrisponde completamente» alla verità e il cui rapporto con la realtà oggettiva è, nel migliore dei casi, «problematico». Il racconto mitico, prosegue Rocca, «implica una sorta di deviazione da ciò che molti di noi considereremmo vero sul piano storico fattuale e che tuttavia gode di una certa dose di credibilità». Tutte le culture e i popoli, incluso il moderno Stato di Israele, «hanno avuto bisogno di elaborare miti fondativi». Un passato «rivisitato e arricchito, spesso con elementi che si scostano dalla storia, dà significato e legittima il presente». Ne consegue che «anche se i miti tendono a divergere dalla realtà storica», tale deviazione può essere percepita come «positiva all’interno di un discorso di costruzione nazionale». I miti, infatti, trasmettono «valori considerati essenziali per la costruzione di una società nuova» come l’abnegazione, l’altruismo, l’eroismo, la generosità. Ma, fa presente Rocca, i miti posso contenere anche elementi negativi. E quando il mito ha una valenza religiosa, «sovente genera fanatismo, etnocentrismo se non, addirittura, razzismo». In qualche caso, ad esempio, ha offerto pretesto per la denigrazione di donne e omosessuali. Uno stesso mito, a seconda del contesto storico, può assumere accezioni e valenze positive o negative.

Nel caso di Masada il mito è ad ogni evidenza quello dei «pochi» che hanno la capacità di attuare una resistenza estrema ai «molti». E in questo l’eredità di quei «pochi» sarà considerata assai significativa dai «pochi» israeliti del Novecento che daranno vita ad una comunità nazionale circondati da molti «arabi» apertamente ostili. A Masada la resistenza dei Sicari non mise fine alla dominazione romana. Tutt’altro. Gli Ebrei dovettero subire l’occupazione per molti anni ancora e si rivolteranno altre due volte. Ai tempi di Traiano e, vent’anni dopo, guidati da Bar Kochba, all’epoca di Adriano. In entrambe le occasioni ne seguì una repressione molto violenta. Masada in altre parole non rappresentò uno spartiacque della storia. Ma quando, passati molti secoli, gli Ebrei tornati in Palestina cercarono un mito di fondazione che doveva simboleggiare la loro assoluta indisponibilità a farsi sloggiare da quelle terre che (con l’autorizzazione delle Nazioni Unite) consideravano la loro patria definitiva, riscoprirono il valore del poema di Lamdan.

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