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Corriere della Sera Rassegna Stampa
17.11.2019 Il comunismo fu genocida, non solo Stalin: ma la sinistra, in ritardo, dà la colpa solo a lui
Federigo Argentieri recensisce Anne Applebaum, che invece la storia dell'URSS la conosce bene

Testata: Corriere della Sera
Data: 17 novembre 2019
Pagina: 15
Autore: Federigo Argentieri
Titolo: «Stalin fu un genocida. La sinistra lo ammetta»
Riprendiamo la LETTURA/Corriere della Sera di oggi, 17/11/2019, a pag.15, con il titolo "Stalin fu un genocida. La sinistra lo ammetta" la recensione di Federigo Argentieri al libro di Anne Applebaum

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Anne Appelbaum
La grande carestia. La guerra di Stalin all'Ucraina


ANNE APPLEBAUM La grande carestia Traduzione di Massimo Parizzi MONDADORI Pagine 539, € 32 L'autrice Nata a Washington nel 1964, Anne Applebaum è autrice di libri sulla storia dell'Urss e dell'Est europeo

La sinistra europea non ha soltanto da ammettere il genocidio di Stalin in Ucrania, come si augura Argentieri, ma la complicità nei confronti del comunismo nel suo insieme, complicità che permane tuttora, se il Parlamento europeo ha condannato solo di recente 'tutti i sistemi totalitari del '900'. Pronunciare la parola 'comunismo' -sicuramente in Italia, dove la cultura ufficiale è sempre andata di pari passo con la sudditanza a Botteghe Oscure- è riuscita con mille difficoltà ad accusare Stalin, guardandosi bene dall'indagare il comunismo come ideologia. Non è un caso che la maggioranza fra i nostri 'storici' nessuno assomiglia a Anne Applebaum.


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Federigo Argentieri

Ecco l'articolo:

Alcuni accademici o aspiranti tali usano il termine «giornalistico» con tono di disprezzo per opere di storia che non approvano, vuoi per l'assenza vera o presunta di ricerche in archivio, vuoi per uno stile insufficientemente ampolloso e così via. Anne Applebaum è decisamente nata e cresciuta come giornalista: noncurante delle beghe italiche, non ha avuto problemi a cimentarsi con lo studio dell'Urss e dell'Europa orientale, come dimostrano le sue precedenti opere sul Gulag staliniano e l'Europa dell'Est. Il suo terzo lavoro storico La grande carestia (Mondadori), concepito ed a lei commissionato una decina di anni fa dallo Harvard Ukrainian Research Institute per approfondire il tema dell'ecatombe provocata da Iosif Stalin in Ucraina (e non solo) nel biennio 1932-33, si dimostra anch'esso all'altezza delle aspettative. L'autrice ha perlustrato tutte le fonti accessibili, che ormai sono innumerevoli, sia negli archivi dell'ex Urss (ucraini e russi) che altrove; ha letto e spulciato documenti e soprattutto testimonianze personali, raccolte a centinaia da varie istituzioni, soprattutto in Canada e negli Stati Uniti, grazie agli sforzi della diaspora ucraina; infine, ha scritto con chiarezza. Va lodato anche il lavoro del traduttore Massimo Parizzi e della consulente Elena Zanette, soprattutto per la cura con cui sono state trovate le edizioni italiane dei testi citati, tra cui spiccano le Opere scelte di Stalin pubblicate all'inizio degli anni Settanta dal Movimento studentesco. e La parola francese accablant (travolgente, soverchiante) definisce bene il risultato di questo lavoro: è diventato ormai molto arduo dubitare delle intenzioni che portarono Stalin ed i suoi accoliti ad aggredire la Repubblica socialista sovietica ucraina, fin dal 1929, con quote di consegna dei prodotti agricoli impossibili da raggiungere, seguite da requisizioni complete e spietate di cibo, chiusura delle frontiere, arresti, deportazioni ed esecuzioni massicce di intellettuali, preti, quadri di partito e semplici lavoratori, tutti colpevoli di aver animato e sostenuto la fioritura culturale, economica, linguistica e politica degli anni Venti. Applebaum racconta assai bene come, nonostante le asperità del triennio 1917-192o, la successiva concomitanza tra l'introduzione della Nep (Nuova politica economica, più aperta al mercato) e l'incoraggiamento dato al ripristino dell'uso della lingua e della cultura ucraina avessero permesso uno sviluppo senza precedenti, un vero e proprio rinascimento che però aveva allarmato Stalin, il quale riteneva, come il suo successore Leonid Breznev quarant'anni dopo con la Primavera di Praga, che sarebbe sfociato in richieste di indipendenza da Mosca. Lo Holodomor (sterminio per fame) ucraino dei primi anni Trenta fu il risultato di tre fattori: la politica staliniana di collettivizzazione forzata delle campagne, la resistenza frapposta ad essa dai contadini di ogni ceto, soprattutto ma non solo ucraini e non solo in Ucraina (il caso dei nomadi kazaki fu analogo), la decisione di piegarli e nel contempo di spegnere con la forza bruta ogni illusione di eccessiva autonomia, per non parlare di indipendenza, colpendo tutti coloro che potevano alimentarla e sostenerla. La vera e propria apocalisse che colpì le fertili pianure delle leggendarie terre nere, con tutti gli spaventosi dettagli dello sbriciolamento sociale, del cannibalismo, della morte di ogni essere vivente che aleggiò per molti mesi, con i monatti locali che non riuscivano a raccogliere tutti i cadaveri, è narrata da Anne Applebaum con sobrietà, ma desta ugualmente raccapriccio e desolazione anche in chi conosceva la storia in dettaglio. Quando Robert Conquest più di trent'anni fa pubblicò il libro Raccolto di dolore (uscito nel 1986, tradotto in italiano da Liberal Libri soltanto nel 2004), di cui Applebaum ha dichiaratamente scritto l'approfondimento, i sovietici ed alcuni stalinisti sparsi — in particolare il fiammingo Ludo Martens e il canadese Douglas Tottle — reagirono negando tutto e accusando la Harvard University di «complotto nazista»: d'ora in poi sarà assai più difficile. Tre rilievi critici ad Anne Applebaum. Georges Simenon, che visitò Odessa nel *** 1933, a pagina 296 è chiamato «francese» (era belga). La definizione di genocidio approvata dall'Onu, dunque secondo il diritto internazionale, si applica senza dubbio, sia pure retroattivamente, a quanto accaduto all'Ucraina, come rilevato nel 1953 dallo stesso Raphael Lemkin, il giurista che coniò il termine genocidio, e non si capisce perché l'autrice dica di no. Infine, sarebbe stato opportuno citare l'importante studio del nostro Ettore Cinnella che, con mezzi assai inferiori a quelli di Applebaum, pubblicò quattro anni fa il primo saggio in una lingua occidentale, Ucraina. Il genocidio dimenticato (Della Porta), interamente basato sulle nuove fonti emerse nel trentennio trascorso. e La risoluzione sull'importanza della memoria storica, approvata a stragrande maggioranza dal Parlamento europeo il 19 settembre, ha suscitato nervosismi e perfino indignazione, quasi solo a sinistra e anche in persone insospettabili di simpatie staliniane, per una presunta equiparazione di nazismo e comunismo. In realtà, l'unico appunto da muovere al documento è di tipo teorico: infatti omette completamente di citare l'importanza del riformismo interno nel processo di autoliquidazione dei regimi comunisti. La differenza tra nazismo e fascismo da una parte e comunismo dall'altra è duplice: primo, l'atrocità riassumibile nel nome Auschwitz è unica e più abissale di qualunque altra, e questo nel documento viene riconosciuto; secondo, il nazismo e il fascismo creano regimi coerenti con le loro premesse, mentre il comunismo è contraddittorio, perché predica libertà, benessere ed eguaglianza ma razzola dittatura, miseria e ingiustizia, il che fa nascere personaggi come l'ucraino Skrypnyk, l'ungherese Nagy, lo slovacco Dubcek e gli stessi Berlinguer e Gorbaciov che non si possono equiparare a Stalin e ai suoi complici, e questo invece è del tutto omesso. Ciò detto, esiste comunque nella nostra cultura di sinistra una difficoltà residua ad accettare verità storiche inconfutabili. Il libro di Conquest e il documentario canadese The Harvest of Despair tradotti e lasciati in un cassetto per 18 e 33 anni rispettivamente (il secondo è forse tuttora in qualche archivio Rai), il saggio di Norman Naimark sui genocidi (al plurale) di Stalin ignorato in Italia, ne sono solo alcuni esempi.

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