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Corriere della Sera Rassegna Stampa
07.10.2019 Shoah: il diritto e il dovere di non perdonare
Ferruccio de Bortoli recensisce il libro di Walter Barberis

Testata: Corriere della Sera
Data: 07 ottobre 2019
Pagina: 28
Autore: Ferruccio de Bortoli
Titolo: «Il diritto di non perdonare. Shoah, una memoria collettiva»
Riprendiamo dal CORRIERE della SERA di oggi, 07/10/2019 a pag.28 con il titolo "Il diritto di non perdonare. Shoah, una memoria collettiva" la recensione di Ferruccio de Bortoli.


Ferruccio de Bortoli

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La copertina (Einaudi ed.) e l'autore Walter Barberis

Uno studente chiese a Goti Bauer, sopravvissuta milanese alla Shoah, donna di grande dolcezza, se un giorno mai avrebbe perdonato i suoi aguzzini. «No» rispose Goti. Un no cortese ma secco. La domanda non l’aveva turbata. Forse gliel’avevano già fatta tante altre volte. Io, che pur l’avevo ascoltata in diverse occasioni, insieme a Liliana Segre e altri testimoni, mi sarei aspettato chissà perché, in quella circostanza, una risposta più articolata. Forse ai giovani e al pubblico contemporaneo andrebbe spiegato perché un reato di genocidio non va mai in prescrizione e perché con l’oblio le vittime muoiono una seconda volta. Ma quel no di Goti, mi convinsi, non aveva bisogno né di spiegazioni né tantomeno di giustificazioni. Andava bene così. Storia senza perdono è il titolo del saggio scritto da Walter Barberis e appena pubblicato da Einaudi. Lo storico torinese si interroga sulle ragioni che spingono una società — anche se sotto traccia — a tentare di chiudere i capitoli più dolorosi della propria storia. A mettere un punto. Quasi un istinto a liberarsi del passato nell’illusione che ciò rischiari e rassereni il futuro, lo liberi dalle «catene» del ricordo. Ma la memoria è una guida. Non è un peso, un fastidio retorico e nemmeno una distrazione. «Solo il Dio della Bibbia — scrive Barberis — può perdonare, chi altri ha il diritto di farlo, con quale autorità? Il “per-dono” è la più alta forma di amnistia, e l’amnesia è la sua diretta conseguenza». L’autore si domanda altresì che cosa abbia da guadagnare una società da un «occultamento pacificatore del suo torbido passato». Nulla. Ha tutto da perdere. Ed è come se rinunciasse a un prezioso vaccino e gettasse via tutti gli anticorpi — frutto del dolore delle vittime, del sacrificio e del coraggio dei giusti — nella speranza che una malattia si possa sconfiggere dimenticandone i sintomi. La malapianta dell’indifferenza, i germi dell’intolleranza, ricrescono facilmente. Si nutrono di pregiudizi, sospetti, caccia al diverso ritenuto colpevole senza prove di ogni nostro guaio, bersaglio delle nostre paure. L’ignoranza e la manipolazione della storia fanno riemergere vecchi fantasmi. La seduzione dei totalitarismi trova terreno fertile nel ribollire di nuovi rancori sociali. È l’arma impropria con cui spesso si reagisce a un senso di esclusione, di ingiustizia. E così i carnefici vengono riabilitati, le vittime ricacciate nei lager. L’oblio è anche questo. Ma si dimenticano anche i giusti. Ho ascoltato tante testimonianze, soprattutto di Liliana Segre, davanti a platee di studenti, attenti, spesso commossi, nel silenzio assoluto (con un pubblico di soli adulti non sempre è così).

La preoccupazione del testimone, nella sofferenza rinnovata del racconto, è anche e soprattutto quella di restituire vita e dignità alle altre vittime, alle persone che non hanno avuto la fortuna di salvarsi. Il testimone si sente quasi in colpa per non averne condiviso il destino. Semmai volesse perdonare, non potrebbe mai farlo pensando ai tanti, tantissimi, non solo ai familiari, che non sono mai tornati. All’impossibilità di piangerli su una tomba. All’idea che persone trasformate, da una efficiente macchina di morte, in pezzi da smaltire possano ritornare alla condizione di scarti della storia. Ma i testimoni, che purtroppo si assottigliano con il passare degli anni, non bastano per consegnare alle prossime generazioni una memoria viva, non retorica, un insegnamento utile. Né sono sufficienti i musei, i memoriali. Occorre, come dice Barberis, una storiografia fatta di ricerca razionale, di onestà dell’insegnamento e soprattutto di «tanta umanità». Barberis riprende una frase di Primo Levi: «La memoria umana è uno strumento meraviglioso e fallace». Ma non va oltre la dimensione individuale. E attenzione a non abusarne, si può rimanerne impigliati. «L’abuso della memoria — scrive Barberis — non è meno dannoso di un cattivo uso della storia». Il libro elenca anche numerosi falsi, come L’uccello dipinto del 1965 di Jerzy Kosinski. Storie inventate come quella uscita dalla fantasia di Enric Marco, che ha ingannato a lungo un intero Paese, la Spagna, ed è stato descritto magistralmente da Javier Cercas ne L’impostore. Per lungo tempo, subito dopo la guerra, dimenticare e rimuovere apparvero due scelte di necessità, persino di buon senso. Anche da parte dei sopravvissuti, che un po’ si vergognarono. L’orgoglio della parola, il dovere della testimonianza verrà più tardi, dopo il processo Eichmann, con l’esposizione del dolore delle vittime. A Norimberga no: era prevalsa una trattazione più fredda e cartacea nell’individuazione delle responsabilità del regime nazista. A dieci anni dalla Shoah, il regista Alain Resnais rimontò le immagini mostrate a Norimberga in un documentario dal titolo Notte e Nebbia. Il primo sul genocidio degli ebrei. La censura francese ne proibì la diffusione. Per le scene dei corpi straziati? No, perché si poteva scorgere un militare francese spingere anch’egli, come i tedeschi, i connazionali ebrei sui treni diretti ai campi di concentramento e di sterminio. Stessa sorte ebbe, ma eravamo già nel 1969, un altro regista francese, Marcel Ophüls, con il documentario Le Chagrin et la Pitié. De Gaulle disse che il Paese non aveva bisogno di verità, ma di speranza e coesione. Le responsabilità francesi nella deportazione degli ebrei verranno riconosciute dall’appena scomparso Jacques Chirac a proposito del rastrellamento del Vélodrome d’Hiver, soltanto nel 1995. Ma anche altri Paesi compreso il nostro, caddero nella tentazione di dimenticare, rimuovere, lavare le coscienze dalle tante complicità nazionali. Il Nobel Elie Wiesel, ricordato da Barberis, sosteneva che i sopravvissuti hanno da dire più di tutti gli storici messi insieme. «Perché solo coloro che vi passarono sanno che cosa fu; gli altri non lo sapranno mai». Vero. L’importante, però, è che non se lo dimentichino, che ne assimilino la lezione storica. E soprattutto che non invertano ragioni e torti. Accade spesso quando la memoria si attenua, si spegne o muta semplicemente sostanza. Come diceva Levi, è fallace.

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