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Corriere della Sera Rassegna Stampa
07.10.2019 Lo storico Victor D. Hanson, attaccato con disprezzo perché membro di un think tank conservatore
La polemica faziosa di Marco Mondini. Mondini chi?

Testata: Corriere della Sera
Data: 07 ottobre 2019
Pagina: 13
Autore: Marco Mondini
Titolo: «L'errore di studiare Hitler pensando ad Al Qaeda»
Riprendiamo dal CORRIERE della SERA - La LETTURA del 06/10/2019 a pag.13 con il titolo "L'errore di studiare Hitler pensando ad Al Qaeda", il commento di Marco Mondini.

L'illustre sconosciuto Marco Mondini (Mondini, chi?) attacca uno degli storici più illustri , Victor D. Hanson, e il suo recente libro La Seconda guerra mondiale. La "colpa" di Hanson è di far parte di un think tank conservatore. Secondo il recensore Hanson leggerebbe il passato con gli occhi al presente, quindi strumentalizzandolo. Il suo giudizio definitivo è che la storia raccontata da Hanson sarebbe "brillante e piacevole, ma anche pericolosa, approssimativa, arrogante e ideologica, un buon esempio di come non si dovrebbe raccontare il passato". A essere faziosa approssimativa è invece proprio la recensione dello sconosciuto Mondini, non il libro del Hamson.

Ecco l'articolo:

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Marco Mondini. Mondini chi?

Risultati immagini per Victor D. HansonRisultati immagini per Victor D. Hanson seconda guerra mondialeVictor D. Hanson - la copertina (Mondadori ed.)

Non capisco perché dovremmo condurre una guerra per sconfiggere l'hitlerismo! Che vada al diavolo Hitler! Se i tedeschi lo vogliono, sono felice di concedere loro questo tesoro e faccio il mio inchino!». E’ il novembre 1939. Regno Unito e Germania combattono da dieci settimane, quando lord Beaverbrook, influente magnate della stampa inglese, confida a Ivan Maisky, ambasciatore sovietico a Londra, il suo disappunto per quello che giudica un conflitto futile. Non è l'unico. In quel 1939, «morire per Danzica», come scrisse Marcel Déat (un passato da socialista e un futuro da collaborazionista di Vichy), era considerato da molti un errore. Ha gioco facile Victor D. Hanson nel suo ultimo libro La Seconda guerra mondiale, appena uscito in italiano per Mondadori, a mettere sotto accusa l'accondiscendenza del Regno Unito di fronte allo smantellamento del sistema europeo creato a Versailles nel 1919. Ma i britannici non sono soli sul banco degli imputati. Gli Stati Uniti e l'Unione Sovietica (complice della Germania fino al 1941) sono egualmente colpevoli. «La tragedia della Seconda guerra mondiale» avrebbe potuto essere evitata, «se non fosse stato per l'appeasement britannico, l'isolazionismo americano e la collaborazione sovietica», ripete Hanson a più riprese. Non è il primo ad aver rovesciato la questione della colpa. Nel 1961, con Le origini della Seconda guerra mondiale, Alan J. P. Taylor rivelò l'opportunismo dell'aggressiva politica nazionalsocialista. Una tigre di carta, il Terzo Reich, che si muoveva senza una strategia di lungo termine. Hitler avrebbe potuto essere fermato ben prima del settembre 1939, se Londra e Parigi avessero avuto il coraggio di vedere il bluff del suo revisionismo. e Seguendo la lezione di Taylor, Hanson dedica buona parte della sua poderosa sintesi a smontare il mito dell'onnipotenza militare dell'Asse. All'alba dell'invasione della Polonia, le forze armate tedesche non erano per nulla invincibili. La tanto celebrata Blitzkrieg, la guerra lampo, si affidava fondamentalmente al panico dei nemici e ad alcune centinaia di carri armati leggeri, sostenuti da una flotta aerea inadeguata. L'abbaglio di europei e americani fu, del resto, soprattutto un autoinganno. Alla metà degli anni Trenta, personaggi popolari come Charles Lindbergh, il divo dell'aviazione americana trasvolatore dell'Atlantico, ed esperti come il generale John Fuller erano ospiti abituali delle parate tedesche e dalle loro visite tornavano cianciando di armate invincibili: «Quasi tutti si lasciarono ipnotizzare dalla pompa e dalla spacconeria dei nazisti». Il Giappone, che non avrebbe mai potuto rimpiazzare la splendida flotta del 1941, e persino l'Italia fascista, i cui vanti imperiali si basavano su un esercito ottimo per una guerra di vent'anni prima, approfittarono della stessa credulità. Il problema di Hanson è che non si vuole limitare a destrutturare questo mito. Come è stato combattuto e vinto il secondo conflitto mondiale, recita l'ambizioso sottotitolo de La Seconda guerra mondiale, che si chiede: «Perché gli Alleati vinsero?». Purtroppo, anche se ha tratto da Taylor il gusto per la provocazione, e dal suo maestro John Keegan quello di una scrittura arguta e ironica, ad Hanson mancano sia le conoscenze di storia europea del primo sia l'equilibrio del secondo. Classicista di formazione, Hanson è un esperto di guerra nella Grecia oplitica. La sua passione per la storia militare l'ha poi portato a occuparsi delle grandi battaglie attraverso i secoli, da Salamina all'offensiva del Tet (Vietnam 1968), senza però mai acquisire una reale competenza sull'età moderna e contemporanea. L'idea che la Seconda guerra mondiale sia «il primo conflitto globale», ad esempio, è una miopia tipicamente americana, che i veri specialisti di storia contemporanea statunitensi (come Michael Neiberg in The Path to War) denunciano da tempo. «Malgrado il suo nome, la Prima guerra mondiale non fu mai realmente globale» afferma perentoriamente Hanson, poiché «nessun territorio nordamericano o australiano venne attaccato»: dunque, la Grande guerra non può essere considerata un conflitto globale perché nessuno bombardò per alcune ore alcuni chilometri quadrati di territorio statunitense. Il provincialismo di questa percezione si sposa con una generale ignoranza della storia europea continentale. Nelle sue oltre settecento pagine, La Seconda guerra mondiale offre un variegato campionario di errori, alcuni dei quali bizzarri (l'Italia ebbe un milione di morti nel 1915-18, Mussolini era un romanziere), altri rivelatori. Secondo Hanson, la letteratura tedesca degli anni Venti e Trenta era impegnata a rivisitare romanticamente la sconfitta: viene da chiedersi se l'autore abbia mai sentito parlare di Erich Maria Remarque. O se abbia mai letto qualche riga di Robert Paxton odi Emilio Gentile sul fascismo, vista la tendenza ad mare con una certa disinvoltura la categoria. Italiani, tedeschi e giapponesi sono, indifferentemente, «fascisti»: quanto meno per il regime militarista nipponico, qualche dubbio si dovrebbe richiamare. Il problema è che Hanson, buon esempio di intellettuale che non ha mai superato il trauma dell'u Settembre, non scrive per dibattere dubbi, ma per incitare all'azione nel presente. «La natura umana non cambia mai», recita la presentazione della rivista «Strategika», espressione del think tank neocon dell'Hoover Institution, a cui Hanson si è unito all'inizio degli anni Duemila, mettendo la storia delle guerre passate al servizio della politica di George Bush figlio e oggi di Donald Trump. In Massacri e cultura e Il volto brutale della guerra, Hanson ha messo in scena l'inevitabile trionfo militare dell'Occidente con i suoi soldati-cittadini: i greci a Salamina, i franchi a Poitiers, gli americani alle Midway sono l'esempio di coraggio e determinazione da cui imparare per battere Al Qaeda. La Seconda guerra mondiale è una storia morale su come ci si dovrebbe comportare di fronte a una dittatura aggressiva. Il termine chiave è in questo caso «deterrenza». Se gli Usa e il Regno Unito si fossero resi conto del proprio potenziale e avessero deciso di usare subito la forza contro Hitler, la Seconda guerra mondiale non sarebbe mai scoppiata, e sessanta milioni di militari e civili in tutto il mondo non sarebbero morti. La stessa lezione non dovrebbe essere applicata ai rapporti con la Corea del Nord (o qualsivoglia altro nemico in vista)? Brillante e piacevole, ma anche pericolosa, approssimativa, arrogante e ideologica, la ricostruzione di Hanson è un buon esempio di come non si dovrebbe raccontare il passato.

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