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Corriere della Sera Rassegna Stampa
18.06.2019 Leggi razziste del '38 e giuristi italiani: perché dobbiamo ricordare l'amnistia Togliatti
Cronaca di Cesare Rimini

Testata: Corriere della Sera
Data: 18 giugno 2019
Pagina: 9
Autore: Cesare Rimini
Titolo: «Leggi razziali, il silenzio dei giuristi»

Riprendiamo dal CORRIERE della SERA - Milano di oggi, 18/06/2019, a pag. 9, con il titolo "Leggi razziali, il silenzio dei giuristi", il commento di Cesare Rimini.

E' indispensabile raccontare quel che avvenne in Italia quando nel primo governo repubblicano Palmiro Togliatti venne nominato Ministro della Giustizia. Fu grazie alla amnistia da lui voluta per tutti coloro che avevano avuto responbailità nel regime fascista, che il nostro paese rimase "senza memoria". Fu Togliatti e con lui il PCI, a essere il responsabile del mancato processo al fascismo. Fu la tessera del PCI che ripulì i crimini commessi durante il ventennio. Fu l'inizio dal catto-comunismo, divenuto poi il maggior ostacolo che impedì all'Italia di diventare un paese laico. Dirlo e scriverlo è un tabù che continua ancora oggi.

Ecco l'articolo:

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Il colpo di spugna sui crimini fascisti

C’è stato nell’Aula Magna del Palazzo di Giustizia un «Incontro di riflessione e di studio» promosso dal Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Milano. È stato un incontro emozionante. Il tema «Le leggi razziali e l’esclusione dalla professione legale degli avvocati ebrei a Milano». L’aula era strapiena, molta gente in piedi, anche lo spazio fuori dall’aula era gremito di avvocati e giovani studenti. È stato commovente ascoltare gli interventi, primo tra tutti la testimonianza di Liliana Segre, Senatrice a vita, una di quelle che possono dire «io c’ero». E poi magistrati autorevoli. I giuristi hanno ricordato le leggi che ci sono state, gli ebrei che dovevano dichiararsi tali, gli ebrei «discriminati». C’è stato anche il ricordo triste dei grandi giuristi e avvocati di allora, degli autori dei codici e delle leggi che, dall’alto del loro indiscusso sapere, non aprirono bocca. Ci fu una specie di unanimità del silenzio. E allora è bello ricordare che ci fu anche il grande esempio della gente semplice, di quelli che non avevano studiato e che rischiarono la vita per aiutare, con i fatti non con le parole. Così l’impiegato comunale di Gabicce Mare che capì la situazione in cui si trovava mio padre. Gli chiese «Quanti sono quelli che possono avere bisogno di una carta d’identità falsa?». Mio padre gli spiegò che il problema era grande, anche come dimensione. Sei noi Rimini, quattro i Finzi con la nonna Finzi e la zia Maria Cantoni e poi il direttore della ditta di mio padre Vivanti. «Sono brutti cognomi» disse l’impiegato comunale, e aggiunse «Torni tra due giorni» e gli fece trovare le carte d’identità false. Tutti i Rimini divennero Ruini, i Finzi divennero Franzi, la zia Cantoni divenne Carloni e Vivanti divenne…Vivaldi. E la fine della storia è che l’impiegato diede una carta senza nome «Una carta in più». «Può sempre trovare un altro che ne ha bisogno. Buon viaggio!».

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