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Alan Dershowitz: 'Sono i terroristi di Hamas i veri responsabili dell'oppressione degli arabi palestinesi a Gaza' (sottotitoli italiani a cura di Giorgio Pavoncello)
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Corriere della Sera Rassegna Stampa
14.04.2019 Hebron, una pagina costruita in stile 'Repubblica'
Aldo Cazzullo si arrende al 'politicamente corretto'

Testata: Corriere della Sera
Data: 14 aprile 2019
Pagina: 15
Autore: Aldo Cazzullo
Titolo: «Hebron,dove rinasce l'aparthied, il doppio assedio ad arabi ed ebrei»

Riprendiamo dal CORRIERE della SERA di oggi, 14/04/2019, a pag.15 con il titolo "Hebron,dove rinasce l'aparthied, il doppio assedio ad arabi ed ebrei" il servizio di Aldo Cazzullo da Hebron

Risultati immagini per hebron cartina
Hebron, la tomba dei Patriarchi

Il pezzo di Aldo Cazzullo espone due verità, il  che però non significa affatto aver scritto una analisi accettabile, una delle due deve per forza essere respinta. Quale? Facile, quella di Israele, dato che tutta la pagina è stata costruita a senso unico. Dal titolo, con la parola 'apartheid', definirlo ambiguo è poco. Il richiamo al titolo è 'Reportage nei territori occupati', più chiaro di così !
E l'immagine? un bambino che guarda un gruppo di soldati israeliani armati fino ai denti, in puro stile Repubblica!
A questo punto poco importa che Cazzullo citi le due versioni arabe e ebraiche, dopo un simile lavaggio del cervello, ciò che scrive perde ogni credibilità.  Dispiace che Aldo Cazzullo si sia arreso al politicamente corretto, dopo anni  di prese di posizioni indipendenti e coraggiose. Ne prendiamo atto.

Immagine correlata
Aldo Cazzullo

Sei ebreo? Di qui non puoi passare!». «Sei musulmano? Vattene!». L'apartheid è finita a Soweto ed è ricominciata ai checkpoint di Hebron. Mille israeliani e 5o mila palestinesi — 9 mila e 220 mila con i sobborghi — si assediano a vicenda. Gli ebrei possono entrare soltanto nel 3% del territorio. Però hanno il monopolio della forza. Sono israeliani i militari e i poliziotti, che hanno chiuso 52o botteghe per motivi di sicurezza: la via principale, Al Shuhada, la strada dei martiri, non esiste più. Qualche negozio è ancora aperto nel suk. Ai piani alti abitano i coloni, al pianterreno gli arabi. Gli arabi tendono le reti per proteggersi dai rifiuti e dai sassi, gettati per convincerli a vendere e andarsene. Ma chi vende viene considerato dai suoi un traditore, picchiato, a volte ucciso. In basso, foto di Arafat. In alto, ritratti di Netanyahu e vessilli con la Stella di David. I palestinesi non possono esporre la loro bandiera; così la dipingono sulle serrande chiuse. Nel 1929 gli arabi scatenarono un pogrom: 67 ebrei vennero massacrati. Un medico che aveva curato generazioni di palestinesi fu costretto ad assistere allo stupro della moglie e della figlia ancora bambina; poi gli tagliarono le dita una a una; la morte arrivò come un sollievo. Un cartello ricorda la tragedia. II 25 febbraio 1994, un medico ebreo indossò la divisa da riservista, prese il mitra, entrò nella Tomba dei Patriarchi, che per i musulmani è la moschea di Abramo, ammazzò 29 palestinesi, prima di essere a sua volta ucciso. E sepolto in un giardino a Kyriat Arba, sulla collina di fronte. La lapide recita: «Qui è seppellito il santo Baruch Goldstein. La memoria di colui che è giusto sia di benedizione. Possa Dio vendicare il suo sangue. Ha dato la vita per il popolo di Israele, la sua Torah, la sua Terra». Da allora il santuario, costruito da re Erode, è stato diviso da un muro. Le tombe di Isacco e Rebecca sono nella parte islamica. Quelle di Giacobbe e Lia nella parte ebraica. Le tombe di Abramo e Sara sono in mezzo: da un lato le venerano i musulmani, dall'altro gli israeliani. Per dieci giorni l'anno, una delle due confessioni resta padrona dell'intero luogo. Raccontano gli ebrei che ogni volta musulmani rubano l'argenteria, in particolare le mezuzot, le decorazioni che custodiscono un frammento della Torah. Ogni volta gli ebrei le ricomprano. Gli ingressi sono separati, come i bagni. I bagni dei musulmani sono luridi. I bagni degli ebrei sono lindi. La versione araba II portavoce dei palestinesi si chiama Issa Imro. «II mio nome significa Gesù. Un grande profeta, sono fiero di chiamarmi come lui». Oggi Issa è di buon umore perché l'allunaggio della navicella israeliana non è riuscito. «Viviamo murati in casa. La città è divisa da 25 check-point e cento barriere. I soldati mi conoscono da vent'anni, eppure mi chiedono sempre i documenti. Gli ebrei sono soggetti alla legge civile; noi alla legge militare. Guarda questo video: un'ebrea mi schiaffeggia, e i soldati non intervengono. Se uno di noi schiaffeggia uno di loro, lo sbattono in galera. Un'anziana si è sentita male e ha chiamato l'ambulanza; l'hanno fermata per 22 minuti con ogni pretesto; la donna è morta. I loro medici rifiutano di curare i nostri malati. Si allacciano alle nostre condutture di acqua ed elettricità, oppure ce le tagliano, per sfregio». Un colono vede Issa, accosta l'auto, abbassa il finestrino, lo riempie di improperi, e  riparte. «È sempre così, anche peggio. Ci tirano sassi, piscio, due volte anche l'acido. Talora ci sparano. Guarda cartelli: sono scritti solo in ebraico e in inglese. Per loro non esistiamo. Una volta non era così, i due popoli vivevano insieme. Un mio antenato, Abu Hiysheh, aveva un caseificio in società con Jacob Ezra: i nostri mungevano le mucche il sabato, loro il venerdì. Abu rischiò la vita per proteggere Jacob dal pogrom del '29». «Oggi viviamo da abusivi a casa nostra. La mia famiglia abitava laggiù, nella casa oggi distrutta. II nostro campo giochi è diventato un parcheggio. Il mercato dei cammelli non esiste più, il fruttivendolo che mi regalava le banane ha chiuso. C'è ancora il mercato degli uccelli, con le oche e i piccioni. Ma la città è morta. Vedi questo cartello bucherellato da tredici proiettili? Un soldato ha assassinato una donna, Hadeed Al Hashlamun, solo perché protestava per i controlli». La versione ebraica «Qui fu uccisa Shalhevet Pas. In italiano sarebbe Fiammetta. Aveva dieci mesi, era nella carrozzina. La centrò un cecchino che sparava sull'asilo dalla cima di quel colle». Noam Arnon, portavoce della comunità ebraica, mostra il piccolo monumento che ricorda il crimine: una pietra con una fiamma e appunto una carrozzina. Il colle del cecchino è stato spianato, in cima hanno costruito una caserma. Anche la scuola pare una fortezza, con il filo spinato e le bandiere. Noam è di buon umore perché sta per nascere un nuovo governo Netanyahu. «La sinistra ha fondato Israele, ma ora è scomparsa perché lo stava affondando. Barak si ritirò dal Libano, e adesso abbiamo Hezbollah alla frontiera Nord. Poi ci ritirammo da Gaza, e abbiamo Hamas a Sud. Se ci ritirassimo pure da Giudea e Samaria, avremmo i terroristi alle porte di Gerusalemme. Se i tedeschi vivono da voi in Alto Adige, perché i palestinesi non possono vivere in Israele? I pacifisti che vengono qui non capiscono che noi ebrei di Hebron siamo investiti di due missioni storiche. Manteniamo un presidio nella terra dove sono sepolti i nostri progenitori, che Abramo comprò quattromila anni fa. E siamo un baluardo contro gli islamisti. Perché se vincono a Hebron, possono vincere dappertutto». «Gli arabi raccontano un sacco di frottole. Le ambulanze dobbiamo perquisirle perché spesso servono a nascondere armi. I soldati hanno dovuto sparare a quella donna perché li stava aggredendo con un coltello. La tomba di Goldstein? Io condanno il suo gesto. Ma quante volte assassini arabi hanno colpito ebrei inermi? Noi vogliamo vivere in pace con loro, e con i cristiani. Gesù per me era un patriota ebraico, forse un po' estremista, per questo giustiziato dai romani; anche se non ha mai voluto fondare una religione, ve la siete inventata voi secoli dopo. Lui era un ebreo osservante. Come noi». Noam si accalora: «Sai quante volte è citata Hebron nella Bibbia? Sessantadue. E nel Corano? Nemmeno una! Qui fu incoronato David, qui è nato Israele, perché vi riposa Giacobbe che fu il primo a portare il nome della nostra patria. Tutti ci chiedono: perché voi ebrei vi ostinate a vivere a Hebron? Io rispondo: perché non dovremmo viverci? Dopo la Shoah, non possiamo accettare che esistano posti Judenfrei». La rissa finale II caso vuole che Issa e Noam si incontrino fuori dalla Tomba dei Patriarchi. Entrambi si fermano ad ascoltare un attivista di Breaking the silence, Rompere il silenzio. E un ex soldato israeliano che non si dà pace per aver picchiato un bambino arabo, e ora predica contro l'occupazione. Issa lo abbraccia. Noam gli grida che sono gli arabi a colpire i bambini ebrei. Issa reagisce. Non è una rissa, semmai una disputa Issa e Noam sono d'accordo su una cosa sola. Entrambi parlano bene dei carabinieri italiani, che a lungo hanno lavorato come forza di interposizione, lasciando un ricordo di civiltà e di umanità.

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