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Corriere della Sera Rassegna Stampa
12.04.2019 Il dopo elezioni in Israele: L'opinione di Benny Morris
Lo intervista Aldo Cazzullo, ma l'immagine scelta dal Corriere distorce la realtà

Testata: Corriere della Sera
Data: 12 aprile 2019
Pagina: 16
Autore: Aldo Cazzullo
Titolo: «'In Israele la sinistra è scomparsa perché Rabin e Barak si fidarono di Arafat'»

Riprendiamo oggi, 12/04/2019, dal CORRIERE della SERA, a pag. 16, con il titolo 'In Israele la sinistra è scomparsa perché Rabin e Barak si fidarono di Arafat', l'intervista di Aldo Cazzullo a Benny Morris.

Chi, nella redazione del Corriere, ha scelto l'immagine per illustrare l'intervista di Aldo Cazzullo a Benny Morris deve aver imparato il mestiere dal Manifesto. La foto infatti ritrae un invasato con la maglietta del Likud. Pubblicare una foto del genere, che non rappresenta per nulla la realtà delle recenti elezioni, significa distorcere l'immagine di Israele.

Ecco l'articolo:

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Aldo Cazzullo

Benny Morris ha l’età di Israele. Nato nel 1948 nel kibbutz di Ein HaHoresh, con il suo libro Righteous Victims — pubblicato in Italia da Rizzoli con il titolo Vittime : 941 pagine di sofferenza ma anche di piacere intellettuale — ha cambiato il nostro modo di pensare la storia del Medio Oriente.

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Benny Morris

Professor Morris, perché ha vinto Netanyahu? «A causa della demografia: ortodossi e sefarditi fanno più figli, e quasi tutti votano a destra. E per responsabilità degli arabi israeliani: molti odiano Israele e non votano, favorendo lo statu quo».

A Gerusalemme non cambierà nulla, quindi? «Al contrario. Cambierà tutto».

Perché? «La vittoria di Netanyahu è una vittoria di Pirro. Entro un anno gli scandali e i processi lo costringeranno a dimettersi».

Chi gli succederà? «Un altro uomo del Likud. Non so chi».

Come passerà alla storia Netanyahu? «Be’, la maggioranza degli storici sono di sinistra, quindi ne scriveranno male…».

Lei viene da sinistra ma ne è stato molto criticato, quindi il suo giudizio è obiettivo. «Lo considero un cattivo leader e un uomo corrotto. Anche se gli vanno riconosciuti alcuni meriti. È stato cauto: non ha fatto guerre inutili; e non ha corso rischi bombardando l’Iran».

Cosa accadrà dopo di lui? «Può accadere di tutto. Le cose possono migliorare ma pure peggiorare. Di sicuro, l’idea che il Medio Oriente sia immobile è un abbaglio clamoroso. Tenga conto che siamo alla vigilia di un cambiamento anche nel campo avverso».

Abu Mazen è finito? «Sì. Sarà presto sostituito. Non so dirle se il suo erede sarà più moderato o più radicale».

Israele non è mai stato così sicuro? O l’Iran può minacciarlo? «Israele è sempre in bilico. Sono certo che l’Iran stia proseguendo il suo programma nucleare. Va fermato».

Come? «Ci sono soltanto due strade. Sanzioni severe che ne blocchino l’export e mettano in ginocchio l’economia. O le bombe. Poi c’è l’altra grande minaccia».

Quale? «I palestinesi. Non hanno mai rinunciato a distruggere Israele. La pace è impossibile, perché per fare la pace ci vuole un partner. E come fai con uno che vorrebbe sgozzarti?».

Abraham Yehoshua pensa a uno Stato in cui ebrei e arabi possano convivere. «È un’utopia. Ci sono luoghi come Hebron in cui ebrei e arabi si ammazzano tra loro da centinaia di anni. Come possono stare insieme? Il Muro, la separazione sono una dolorosa necessità».

Ben Gurion disse nel 1938: «Noi stiamo difendendo le nostre vite. Ma sul piano politico, siamo noi che attacchiamo, e loro che si difendono». «Ben Gurion aveva ragione. Ma ora quel ragionamento non vale più. Israele ha creduto davvero alla pace. I palestinesi no».

Per questo la sinistra israeliana non esiste più? «Sì. Rabin e Barak si fidarono di Arafat. La disillusione è stata terribile».

Rabin assassinato. Sharon che cade in coma dopo il ritiro da Gaza. Sembra che il diavolo in questa terra meravigliosa e tragica ogni tanto infili la coda. «Non serve il diavolo, fanno già tutto gli uomini. Anche se la malattia di Sharon è stata davvero una disgrazia, anche politica. Credo che, dopo Gaza, si sarebbe ritirato anche da parte della Cisgiordania».

Con Sharon in «Vittime» lei non è tenero. «Ma lo considero uno dei più grandi comandanti militari che Israele abbia mai avuto. Passare il Canale di Suez sulle zattere, sotto il fuoco dell’artiglieria egiziana, la pioggia di missili sovietici e i Mig 21 che mitragliano a bassa quota, richiede una certa personalità».

E Dayan? «Quando i siriani sembravano vicini a sfondare sul Golan, e già vedevano il Lago di Tiberiade e la Valle del Giordano, Golda Meir perse la testa. È possibile che abbia ordinato di armare missili a lunga gittata con testate nucleari. A quel punto l’Urss avrebbe reagito e chissà come sarebbe finita. Dayan allora rivolse un messaggio ai carristi: “Voglio che teniate duro fino all’ultima cartuccia. Vi state battendo come i Maccabei. Se non vi farete piegare, rimarremo padroni del Golan”».

Era il 9 ottobre 1973. Non si fecero piegare. «Contrattaccarono e giunsero a trenta chilometri da Damasco, fermati dal corpo di spedizione iracheno. Metà dei nostri 2.300 caduti nella guerra del Kippur erano carristi».

Lei scrive che il 4 ottobre un agente segreto al Cairo aveva avvertito Israele che la guerra sarebbe cominciata «dopodomani alle 18». «Invece gli egiziani attaccarono alle 14, l’aviazione non si mosse — e lì Dayan sbagliò —, fummo colti di sorpresa. La notizia era giusta. L’ora era sbagliata».

Il Mossad si convinse che l’errore fosse deliberato, e l’agente facesse il doppio gioco. «Io invece credo che fosse leale. Infatti i capi dell’intelligence furono rimossi. E alla fine saltarono pure Dayan e Golda Meir».

Ancora una cosa. Trump può dare una mano, o combinerà solo guai? «Trump è del tutto imprevedibile. Questa è la sua forza, e la nostra condanna. Prepariamoci a ogni eventualità».

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