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Corriere della Sera Rassegna Stampa
12.01.2019 'Piccola autobiografia di mio padre', di Daniel Vogelmann
Commento/recensione di Liliana Segre

Testata: Corriere della Sera
Data: 12 gennaio 2019
Pagina: 38
Autore: Liliana Segre
Titolo: «La vita oltrepassa l’orrore»

Riprendiamo dal CORRIERE della SERA di oggi, 12/01/2019, a pag.38, con il titolo "La vita oltrepassa l’orrore" il commento di Liliana Segre.


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Liliana Segre

Il breve libro di Daniel Vogelmann Piccola autobiografia di mio padre (Giuntina) è scritto con le parole semplici ed essenziali del poeta, capace di dire molto con poche frasi. Sono appena trenta pagine, nelle quali a parlare è Schulim Vogelmann, padre di Daniel, sopravvissuto ad Auschwitz e unico italiano salvato da Oskar Schindler. Le vicende che veniamo a sapere della vita di Schulim non sono molte, qualche cenno all’infanzia in Galizia, ossia in Polonia, la partenza a sedici anni dopo la Prima guerra mondiale per la Palestina sotto mandato britannico (alla stazione ferroviaria di Vienna dice addio al padre, che con le lacrime agli occhi lo saluta così: «Cosa vuoi che ti dica? Di mangiare con la forchetta e il coltello? Ti dico una sola cosa: Sii onesto»); l’arrivo a Firenze dove inizia a lavorare nella Tipografia Giuntina dell’editore Olschki, il matrimonio, la nascita della figlia Sissel e poi la Shoah. Schulim, la moglie Annetta Disegni e Sissel cercano di fuggire in Svizzera, ma vengono arrestati al confine dai fascisti. Come? Ecco cosa Daniel sceglie di far dire a suo padre su questo drammatico momento: «Ma il destino volle che venissimo scoperti (non chiedetemi perché se non volete che mi si spezzi il cuore), arrestati, rimandati a Firenze e internati a Villa La Selva».

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La copertina (Giuntina ed.).  
Daniel Vogelmann

Poi la liberazione, il ritorno a casa, la scelta difficile e coraggiosa di rifarsi una famiglia, un nuovo matrimonio, la nascita di Daniel («Non avrei mai pensato di potere ancora mettere al mondo un bambino, un bambino ebreo, quando pochi anni prima tutti i bambini ebrei avrebbero dovuto morire»). Queste sintetiche notizie della vita di Schulim non sono altro che le poche cose che il padre ha raccontato al figlio. Infatti Schulim ha scelto di non raccontare quasi nulla, una scelta compiuta da molti sopravvissuti, forse per non turbare i figli o forse perché la cosa più importante e urgente era di convogliare tutte le energie mentali e fisiche per ricostruirsi e ricostruire, creare nuove famiglie, dare nuova vita. Ma il silenzio può talvolta fare più male delle parole, come accade infatti a Daniel, che soffre di quel dolore profondo che frequentemente ha funestato le vite dei «figli della Shoah». Il libro diventa quindi una doppia testimonianza, quella del sopravvissuto che parla grazie al figlio e quella del figlio che affronta la propria depressione dando voce al padre, fino ad arrivare a questo passaggio che mi ha scioccato, ma che ha in sé la forza della verità: «Io non sapevo come aiutarlo, ma alla fine mi resi conto di quanto dovesse soffrire, e un giorno mi sorpresi a dirgli: “Ora capisco che tu stai soffrendo più di me ad Auschwitz”». Infine Schulim muore («Poi però il mio cuore malato cessò alla fine di battere e in parole povere morii. Era il 9 giugno 1974»), ma dal cielo continua a pensare al proprio destino («Però credo che non saprò mai se c’è qualcuno che scrive il destino degli uomini o è tutto un caso») e soprattutto a seguire la vicenda non scontata di Daniel, il figlio della Shoah che nel 1980 fonda la casa editrice Giuntina pubblicando La notte di Elie Wiesel come primo libro della collana a cui dà il nome del padre. La Giuntina è oggi una casa editrice preziosa che presenta al lettore italiano l’universo ebraico nelle sue infinite sfaccettature. Dal cielo, dunque, Schulim vede come l’aver trovato il coraggio di mettere al mondo un figlio dopo la Shoah ha avuto un senso e rivela — forse in vita non aveva fatto a tempo a farlo — di essere orgoglioso di suo figlio.

Ma la cosa che forse lo rende più fiero sono cinque piccole poesie che Daniel ha dedicato alla sorellina Sissel, morta ad Auschwitz e mai conosciuta. («Daniel, ovviamente, non aveva conosciuto Sissel, ma ne ha sempre parlato con un affetto commovente e incredibile: grazie a lui Sissel continua a vivere in tanti cuori. Ora sono tanto fiero di lui!»). Queste cinque commoventi poesie sono riportate in appendice al libro ed esprimono nostalgia e rimpianto, ma anche un forte senso di consolazione. Tra le righe di queste poche pagine, oltre alle notizie biografiche, ci sono passaggi tanto immediati quanto significativi che conservano ieri come oggi il loro valore morale e che lascio al lettore di scoprire. In brevi paragrafi si accenna alla storia d’Italia durante la guerra, e anche qui gli spunti di riflessione non mancano: «Poi la storia accelerò il suo tragico corso: come tutti sanno, nel giugno del 1940 l’Italia entrò in guerra, pensando furbescamente che sarebbe finita da lì a poco. Ricordo ancora l’urlo della folla oceanica in piazza della Signoria: “Vincere e vinceremo”». Ma ciò che colpisce soprattutto in questo testo dai molteplici piani di lettura, come già accennato, è il linguaggio posato, preciso e asciutto, percorso da una mesta aura di poesia, forse il miglior modo per avvicinarsi con la scrittura a tutto ciò che riguarda la Shoah. Questo piccolo libro tocca l’animo e vi si sedimenta con tutto il suo carico di sofferenza, amore e riscatto. Infine, una piccola nota che l’autore ha voluto inserire nel libro. Su quel treno che dal Binario 21 della Stazione di Milano trasportava Schulim, Annetta e Sissel ad Auschwitz c’eravamo anche io e mio padre. Io e Schulim siamo tornati, mio padre, Annetta e Sissel no.

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