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Corriere della Sera Rassegna Stampa
05.12.2018 'Nemici. Una storia d'amore', di Isaac B. Singer
Recensione di Giorgio Montefoschi

Testata: Corriere della Sera
Data: 05 dicembre 2018
Pagina: 42
Autore: Giorgio Montefoschi
Titolo: «Tre donne a Brooklyn»
Riprendiamo dal CORRIERE della SERA di oggi, 05/12/2018, a pag. 42, con il titolo "Tre donne a Brooklyn", la recensione di Giorgio Montefoschi a "Nemici", di Isaac B. Singer.

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Giorgio Montefoschi

Tre donne, diverse tra loro, ciascuna superbamente descritta, dominano la scena del romanzo «americano» di Isaac Singer, Nemici. Una storia d’amore , che Adelphi pubblica nella nuova traduzione di Marina Morpurgo, e insieme la sciagurata esistenza del protagonista maschile, Herman Broder, sfuggito all’Olocausto perché Jadwiga, una contadina polacca a servizio nella benestante famiglia Broder, lo ha tenuto nascosto per tre anni in un fienile. Jadwiga è la prima delle tre donne. Alla fine della guerra, Herman l’ha portata con sé a New York e, per gratitudine, l’ha sposata col rito civile. Jadwiga ha il naso rincagnato, i capelli scoloriti, la pelle bianca dalla quale emana un calore animale. Dopo tutte le sofferenze e le paure, per lei, una povera ignorante, vivere al piano alto di un condominio di Brooklyn è un trionfo. Cura Herman con la stessa premura ottusa di quando era serva, gli riempie la vasca da bagno, gli stira la camicia buona, per colazione gli mette davanti panini dolci caldi, omelette, caffè con la panna. Herman l’ha sposata perché, mentre era nascosto nel fienile, sua moglie Tamara, la seconda donna, e i due bambini che con lei ha avuto, sono stati fucilati dai nazisti. Con Tamara, intelligente, implacabile nel contraddittorio, si erano conosciuti ai tempi dell’università. Lei, prima comunista, poi sionista, studiava biologia; lui filosofia, con l’impegno di chi è destinato a essere un filosofo mancato. Ma anche i due figli erano venuti senza una sua volontà effettiva.

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La copertina (Adelphi ed.)

Ora, a New York — siamo negli anni dell’immediato dopoguerra, la città pullula di ebrei rifugiati, Brooklyn, con le sue sinagoghe, le sue case di preghiera, i negozi alimentari kasher, i profumi degli stufati e delle cipolle, la case lustre alla vigilia delle feste, sembra il quartiere ebraico di una città dell’Europa orientale — Herman si guadagna da vivere scrivendo i testi degli articoli e dei libri di un rabbino ricco e intraprendente, Rabbi Lampert: fa il «negro» insomma, come se fosse ancora nascosto nel fienile; ha abbandonato la filosofia, perché, dopo tutto quello che è successo, non crede a nulla, pensa soltanto che Caino continuerà ad assassinare Abele, gli ebrei continueranno a essere bruciati nei forni e che l’unica via d’uscita per chi non è riuscito a porre fine alla sua vita è quella di rendere insensibile la coscienza; infine, ha un’amante: Masha. Masha, la terza donna, è molto affascinante. Non alta, ma esile cosicché sembra alta (pesa quarantanove chili, mentre all’uscita dal campo di concentramento ne pesava trentadue), ha gote incavate, zigomi alti, capelli neri con venature rossicce, occhi celeste chiaro. Fuma sempre. A Lublino, dopo la liberazione, ha avuto una quantità di avventure. Si è persino sposata con un certo Leon Tortshiner, un lestofante che si spacciava per scienziato, e, insieme a lui e sua madre, Shifrah Puah, una donnetta lamentosa e devota che nemmeno in America apre la porta a nessuno per timore dei nazisti, è approdata a New York. Adesso ha divorziato dal lestofante, vive nel Bronx e fa la cassiera in un ristorante. Herman ne è attratto follemente. Quasi ogni settimana, dicendo a Jadwiga che deve andare a vendere libri a Filadelfia o Baltimora, va a passare una o più notti nell’appartamento in cui Masha gli ha riservato una stanzetta.

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Isaac B. Singer

Dopo la cena, abbondante, i litigi fra madre e figlia che si rimproverano a vicenda di parlare delle atrocità del passato, Herman va a stendersi sul letto di questa stanzetta. Dopo un po’, con la sigaretta fra le labbra, lo raggiunge Masha. E cominciano i loro giochi amorosi. Che consistono nel mischiare all’amore racconti di perversioni sessuali possibili ambientate nei campi, di racconti di esperienze erotiche vere e false nella Polonia ridotta in macerie, cose così. Poi Masha va di là; torna con i cioccolatini; nel buio della stanzetta, soffia a Herman il fumo in faccia; piomba nel sonno; si sveglia di soprassalto; sogna e quando sogna urla in tedesco, russo e polacco; si risveglia e insulta Herman perché vive con quella stupida contadina e non ha il coraggio di lasciarla; si denuda e gli mostra i segni delle torture sulle cosce e sui seni. Un giorno, a questa situazione già abbastanza complicata, si aggiunge un fatto esplosivo. In un giornale yiddish, casualmente, Herman legge il seguente messaggio: «Il Sig. Herman Broder, di Tzivkev, è pregato di mettersi in contatto con reb Abraham Nissen Yaroslaver». Reb Yaroslaver è lo zio di Tamara. Herman telefona e scopre che l’impossibile è possibile: Tamara è viva. I bambini sono morti, ma lei, con una pallottola ancora in corpo, è riuscita a sopravvivere alla fucilazione, è fuggita in Russia, dove è stata internata in un campo di lavoro, ora è a New York. Le cinquanta pagine dell’incontro e del dialogo fra Herman e Tamara, agghindata come un’americana, in casa dello zio — con la ricostruzione degli eventi, il racconto delle atrocità sofferte da Tamara, intervallato dalle domande sul presente (Tu ti sei risposato? Tu sei stata a letto con altri uomini? E via discorrendo, suscitate dalla legittima curiosità di entrambi) — sono un capolavoro assoluto. La parte finale, dedicata ai bambini che non ci sono più, ma che quando Tamara è desta, non in sogno, vengono a visitarla, è struggente. Poco prima, Tamara ha dichiarato di non credere più in Dio, perché se esistesse non potrebbe rimanere in silenzio davanti all’orrore. Herman, stupito da questa prospettiva ultramondana, glielo ricorda: «Credevo avessi detto che Dio non esiste». Lei replica che Dio non esiste, ma le anime sì. Poi, di colpo, aggiunge: «Che vuoi fare? Divorziare da me?». Herman risponde: «No». E il romanzo diventa irresistibile: perché l’incrocio così drammatico delle pretese e dei destini, il balletto delle menzogne che Herman è costretto a inventare per ciascuna delle tre donne che lo vogliono, i riconoscimenti, i viaggi segreti, le minacce, i perdoni, le promesse vere e quelle finte, vanno a costituire una trama frenetica, in perenne movimento, quale solo il Lorenzo Da Ponte di Così fan tutte avrebbe potuto concepire. E così, oltre a essere frenetico, il romanzo è divertente. Né deve sembrare, questo richiamo alla commedia mozartiana degli inganni, irrispettoso — considerato il fondo terribile, recente sul quale sboccia. Potrebbe esserlo, se Singer non fosse il Maestro del racconto: il genio che può permettersi di passare dal comico al tragico, che può compiere il miracolo di incardinare — come è nella vita — il pesante nel lieve, il pianto nel riso, il Bene nel Male. Paesaggi newyorkesi stupendi descritti con tre pennellate, neve, gelo, oceano, Brooklyn, Broadway, alberghetti non dissimili da quelli di Lolita, il vento tagliente sull’Hudson, vagoni della sotterranea, notte, stelle lontane, salotti di ebrei già disinvolti e ricchi, fanno da sfondo alla catena di eventi, non riassumibile, che trascina il racconto. Nemici è un romanzo magnifico che nasce dal buio e, come altri romanzi di Singer, dopo averti preso e incantato, finisce nel buio. Ma poi, proprio nell’ultima riga, il lettore rimane senza fiato. Sono morti tutti, o quasi, e un rabbino informa Tamara che le mogli abbandonate possono ora risposarsi. Lei gli risponde: «Magari, nel mondo a venire… con Herman».

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