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Corriere della Sera Rassegna Stampa
10.07.2018 Donatella Di Cesare continua a scrivere di Heidegger...
...ma non spiega che cosa ha fatto per anni da vicepresidente della Fondazione che onora la memoria del filosofo di Hitler

Testata: Corriere della Sera
Data: 10 luglio 2018
Pagina: 34
Autore: Donatella Di Cesare
Titolo: «Heidegger , l’amore mancato»
Riprendiamo dal CORRIERE della SERA di oggi, 10/07/2018, a pag. 34 con il titolo "Heidegger , l’amore mancato" il commento di Donatella DIi Cesare.

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Heidegger e Hitler in una caricatura

Si rimane ogni volta sbigottiti nel leggere i commenti di Donatella Di Cesare su nazismo, antisemitismo, razzismo ecc. in particolare tedesco. La Di Cesare è stata per anni vice-presidente della Fondazione tedesca per onorare la memoria di Martin Heidegger, il filosofo di Hitler, dalla quale si è poi dimessa quando scoppiò lo scandalo dei suoi scritti antisemiti. Ma la filosofa Di Cesare non avrebbe dovuto aspettare la pubblicazione di quei testi per conoscere chi era Heidegger, oppure i criteri per esaminare la 'profondità' da parte della Di Cesare sono diversi da quelli comuni a tutti? Ci piacerebbe conoscere quali erono i suoi compiti quando era vice-presidente della Fondazione Heidegger. E' troppo chiederlo?

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Dopo una pausa durata più di tre anni, riconducibile al clamore suscitato in tutto il mondo dai primi volumi, riprende la pubblicazione dei Quaderni neri di Martin Heidegger. È appena uscito dall’editore Klostermann il volume 98 delle opere complete, curato da Peter Trawny, che contiene le Annotazioni VI-IX e un inserto intitolato Der Feldweg («Il sentiero interrotto»). Si tratta dei quaderni che vanno dal 1948 al 1951, un periodo cruciale per la storia tedesca, e per quella di Heidegger, già interdetto dall’insegnamento universitario. Le pagine degli Schwarze Hefte restituiscono pensieri, dubbi, interrogativi del filosofo — tanto più notevoli, perché Heidegger parla liberamente. Come se si rivolgesse a un futuro lettore. Si conferma così che i Quaderni neri sono un prezioso taccuino filosofico, laboratorio della sua riflessione. A partire dal 1948 gli echi delle vicende politiche si fanno sempre più flebili. Vale la pena sottolineare che non appaiono né riferimenti né allusioni agli ebrei o all’ebraismo, mentre qui e là non cessano gli attacchi al cristianesimo. Solo all’inizio affiorano due rinvii sarcastici a Hitler (pp. 21, 77). «Tutto il mondo non fa che gridare ai crimini commessi da Hitler. E questi sono nefandi quanto basta. Ma pochi considerano che nessuno dei grandi vincitori ha saputo vincere. Questa incapacità è ancora peggiore. Non perché gli effetti ci colpiscano, ma perché investono l’intera condizione del mondo ben più dei furori di Hitler». Il giudizio riguarda il corso della storia entrata stabilmente nell’età del «planetarismo» (oggi si direbbe globalizzazione). Osservazioni sparse sul nuovo equilibrio occidentale, mutato dal Patto atlantico, si alternano ad appunti sulla sorte dell’Europa che rischia la scomparsa, non per il superamento degli Stati nazionali, bensì per l’incapacità, filosofica prima che politica, di progettarsi. Sono gli anni del ritiro. Si prolungano i mesi trascorsi nella sua baita a Todtnauberg, nella Foresta Nera. Il professore, costretto anzitempo a essere emerito, è diventato un «eremita» (p. 264). Il silenzio, la solitudine, la rinuncia sono i temi che scandiscono le pagine dei quaderni, in particolare quelli che precedono la pubblicazione, nel 1950, della celebre raccolta Sentieri interrotti. Per pensare quel tempo notturno, «tempo di povertà», di dispersione giornalistica e attesa meditativa, Heidegger ricorre a nuove parole: l’Unter-schied, la differenza, l’Ereignis, l’evento, ma anche il Ge-stell, il dispositivo della tecnica, che forse proprio qui compare per la prima volta. La tecnica non è uno strumento neutrale che si possa impiegare a vantaggio dell’umanità emancipata. Concepita in vista del dominio, si rovescia nell’opposto. Quel produrre incessante, che della natura fa una riserva da impiegare, diviene un meccanismo incontrollabile. Il soggetto moderno, che crede, attraverso la tecnica, di poter disporre di tutto, viene scalzato. Il progettista diventa il progettato. Scopre di essere l’oggetto di una produzione illimitata, un fondo di riserva, un vuoto a perdere. Non si esagera dicendo che la riflessione sulla tecnica inizia nei Quaderni neri. Ma un tema interessante è anche il ritorno alla «filosofia dell’esistenza» (p. 150), provocato non tanto dal dialogo mancato con Jean-Paul Sartre, quanto dalla continua e aspra polemica con Karl Jaspers, lo psichiatra e filosofo di Heidelberg, l’amico del passato, il cui giudizio, nel 1945, era stato decisivo per l’epurazione. Nelle Annotazioni VIII si trova invece la testimonianza velata del primo incontro, nel dopoguerra, con Hannah Arendt, avvenuto a Friburgo, nel febbraio del 1950. L’incipit è una citazione di Agostino: «Nessun invito ad amare è maggiore di questo: prevenire amando». E poi ancora un’altra citazione, questa volta di Meister Eckhart: il «fuoco dell’amore» alimenta il pensiero. L’amore è il motivo di fondo. Heidegger si schermisce non senza imbarazzo: «Si dice che nel mio pensiero l’amore non sia pensato. Lo si può forse pensare?» (p. 233). E ancora: «Amare vuol dire privarsi nell’evento; sostenere l’espropriazione» (p. 235). Nessun possesso dell’altro, dunque. L’amore irrompe inatteso. Nella lontana primavera del 1925 Arendt aveva spezzato l’ordo amoris di Heidegger che da quella passione era fuggito, incapace di far fronte alla presenza di lei nella sua vita. Contrario all’«amore borghese», quello dei «viaggi insieme», aveva mancato la chance che si sarebbe rivelata l’unica autentica. Senza Hannah era rimasto spaesato, tra la provincia asfittica e l’erranza spensierata. L’aveva abbandonata con un augurio apparentemente rispettoso: «amore è la volontà che l’amata sia (…); non desidera, né pretende nulla». Ma che amore è quello che non pretende nulla? Dietro quell’augurio si celava a stento la sua fuga. Il sé lasciava andare l’altro, per non esserne a sua volta toccato. Heidegger era tornato alla filosofia. Dopo quei cinque lustri, il tempo che «ti ha ingiunto di andar via, che mi ha lasciato errare» (così le aveva scritto in una lettera, subito dopo l’incontro del 1950), emergono le inibizioni, gli impedimenti che lo avevano reso prigioniero nel regno della possibilità. L’evento, nella sua vita, non aveva saputo accoglierlo. Durante il dopoguerra Heidegger teorizza il «passo indietro» («La somma del mio pensiero», p. 57). Nel caleidoscopio dell’amore viene alla luce quell’abbandono che verrà elevato a categoria filosofica, ma anche una rassegnazione amara che lo accompagnerà sino alla fine.

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