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Corriere della Sera Rassegna Stampa
09.07.2018 Beverly l'artista, Nir Barkat e la democrazia israeliana
Davide Frattini non dovrebbe stupirsene

Testata: Corriere della Sera
Data: 09 luglio 2018
Pagina: 15
Autore: Davide Frattini
Titolo: «Beverly e le 12 tribù d’Israele. Un’artista (pacifista) per Nir l’uomo che sfiderà Netanyahu»

Riprendiamo dal CORRIERE della SERA di oggi, 09/07/2018, a pag. 15 con il titolo "Beverly e le 12 tribù d’Israele. Un’artista (pacifista) per Nir l’uomo che sfiderà Netanyahu" il commento di Davide Frattini.

Nir Barkat, sindaco di Gerusalemme dal 2008, punta a proporsi come nuovo leader per il Likud, il partito di Benjamin Netanyahu. Niente di male e niente di strano, Frattini non dovrebbe quindi stupirsene: è semplicemente la regola di un paese democratico.

Ecco l'articolo:

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Davide Frattini

Le conchiglie raccolte sugli scogli che da secoli sostengono la fortezza di Acri danno un bianco rosato. Le rocce dei canyon giù nel deserto sono rossastre e dure da macinare. Quasi quanto la pietra di Gerusalemme che non si lascia frantumare come i contrasti della città più complessa al mondo. In questo studio i dissidi vengono però lasciati fuori, entra solo tanta luce e a tratti il rumore del traffico. Beverly Barkat porta il cognome del marito, che da un decennio guida la metropoli considerata dagli israeliani – e ormai da Donald Trump – la loro capitale. Lascia a lui il ruolo «di dare risposte, è quel che tocca ai politici»: «Io sono un’artista, il mio tentativo è creare domande, aprire un dialogo».

 

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Beverly Barkat

Per la sua seconda mostra personale in Italia, inaugurazione il 9 ottobre, ha scelto di ispirarsi alle antiche dodici tribù di Israele, di portare nelle sale del museo Boncompagni Ludovisi a Roma i colori delle terre dove hanno abitato, le sfumature delle pietre preziose che – racconta la Bibbia – i loro sacerdoti indossavano sul pettorale durante la preghiera. Ha ristudiato l’ebraismo che aveva imparato da ragazzina, dopo essere immigrata con i genitori dal Sudafrica a dieci anni - oggi ne ha 52; ha girato il Paese per raccogliere argilla, ciottoli, sabbia da pestare nel mortaio con le gemme di topazio od onice e crearsi così una sua tavolozza di tonalità da associare ai dodici figli di Giacobbe e ai loro discendenti. Questi pellegrinaggi non l’hanno portata in Cisgiordania («non sono stata neppure in Siria o Giordania, dove pure le tribù erano arrivate»), quella che il marito Nir chiama con il nome biblico di Giudea e Samaria e che proclama di non voler mai restituire ai palestinesi: «La soluzione dei due Stati è finita», ha detto pochi giorni fa alla britannica Bbc. In marzo ha annunciato la decisione di non ricandidarsi per il terzo mandato da sindaco di Gerusalemme, punta alla politica nazionale, a conquistare un seggio con il Likud e da lì – pronosticano gli analisti – spera di togliere il comando della destra e del governo al primo ministro Benjamin Netanyahu.

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Nir Barkat

L’installazione «After the Tribes» è alta quattro metri – dodici cerchi in Pvc, dipinti su un lato, i colori e i segni visibili anche dall’altro – e vuole risultare lontanissima da qualsiasi slogan da manifesto elettorale. «All’inizio ho pensato alla varietà di paesaggi che abbiamo in Israele, da lì sono arrivata alle regioni dove vivevano le tribù e più in profondità a chi sono io: come persona, come ebrea che ha scelto di vivere qui e di crescere qui le mie tre figlie, il mio legame con questa terra e il suo passato. La mia identità ebraica non è nazionalistica, non vuole schiacciare chi è in disaccordo. Allo stesso tempo per accettare veramente gli altri dobbiamo sentirci forti nella nostra identità». Come l’anno scorso per Palazzo Grimani a Venezia — dove adesso alcune sue opere fanno parte della collezione permanente dopo la mostra durante la Biennale — il tondo delle «tele» in materiale trasparente rimanda all’architettura, la forma delle finestre, nella residenza Boncompagni Ludovisi. Ritorna la parola dialogo: «Cerco sempre il dialogo con i luoghi o con le persone. Questa opera è così importante per me perché in quel “After” c’è il senso del seguire i passi delle tribù e il dopo, l’Israele di oggi. Dove tutti devono poter sentirsi ugualmente importanti: i palestinesi, certo, gli ebrei (ultraortodossi o laici che siano), i cristiani, i musulmani. Io ho il diritto di vivere qui quanto loro hanno il diritto di vivere qui e dobbiamo trovare insieme il modo. Soluzioni da offrire non he ho, purtroppo».

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