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La verità su Gerusalemme, capitale dello Stato di Israele: il racconto di Danny Ayalon
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La dichiarazione di Barack Obama sullo status di Gerusalemme, capitale d'Israele (cliccare sulla funzione 'sottotitoli' per inserire i sottotitoli in italiano)
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Corriere della Sera Rassegna Stampa
04.12.2017 Gerusalemme è la capitale d'Israele, che piaccia o no
La disinformazione di Francesco Battistini

Testata: Corriere della Sera
Data: 04 dicembre 2017
Pagina: 12
Autore: Francesco Battistini
Titolo: «Gli equilibri in gioco»
Riprendiamo dal CORRIERE della SERA di oggi, 04/12/2017, a pag. 12, con il titolo "Gli equilibri in gioco", il commento di Francesco Battistini.

L'articolo di Francesco Battistini è disinformato e disinformante. Battistini scrive della riunificazione tra Hamas e Fatah, ma ignora che già c'è stata una nuova rottura, poiché i terroristi di Hamas hanno rifiutato di consegnare gli armamenti - tra cui i missili - che possiedono in gran numero. Battistini, infine, si schiera contro lo spostamento dell'ambasciata Usa da Tel Aviv a Gerusalemme. Perché un simile doppio standard, che riposa sul non riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele?

Ecco l'articolo:

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Francesco Battistini

Lo attraversi e quasi non lo vedi. È un piccolo slargo su un marciapiede scosceso, pochi metri dal consolato Usa della parte Ovest: «George W. Bush Square», è inciso su una pietra rosata di Gerusalemme, messa lì a dedicare la piazzetta al più dedito degli amici di Washington, a ringraziare il presidente americano meno ringraziato del mondo. Chissà che monumento faranno a Donald Trump, se annuncerà quel che nemmeno Bush osò. Se manterrà la promessa di sbaraccare i due consolati. Di spostare qui, Israel First, l’ambasciata del primo Paese che (nel ‘48) riconobbe lo Stato ebraico e (nel ’18) ne riconoscerà Gerusalemme, come confidò a Bibi Netanyahu prim’ancora che agli elettori, «la capitale eterna del popolo ebraico, visto che lo è da tremila anni». Vita tua vita mea. Non c’era bisogno di Jared Kushner, il genero-consigliere, per convincere Trump che la neutralità d’Obama in Medio Oriente si doveva orientare verso una «netanyahulità», fino a ricalcarne ogni scelta. Il suo ambasciatore David Friedman, contrario alla soluzione dei Due Stati e favorevole all’espansione dei coloni, dopo 68 anni di bunker sul lungomare di Tel Aviv ha già pronti gli scatoloni del trasloco: sarebbe stato individuato il terreno in una zona non occupata dal ‘67, almeno quello, e garantito ai dipendenti arabi dei due attuali consolati (la maggioranza) che non saranno licenziati. I posti di lavoro saranno l’unica cosa a salvarsi: per i palestinesi, col ritorno dei profughi e lo smantellamento delle colonie, la condivisione di Gerusalemme è uno dei punti irrinunciabili del negoziato di pace.

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Gerusalemme

«Il mondo pagherà un prezzo per tutto questo», dice un consigliere del presidente Abu Mazen. Avanti con la terza intifada, preannunzia Hamas. «Sostengo il diritto palestinese ad avere Gerusalemme per capitale», ha avvertito mercoledì Putin. E giù a cascata la Lega araba, il Marocco che minaccia una mobilitazione mondiale il 23 dicembre, la Giordania-sempre-amica che non dà a Israele il permesso di riaprire l’ambasciata ad Amman, ufficialmente con la scusa di problemi d’ordine pubblico. Tacciono egiziani e sauditi, ma perfino parte della destra israeliana è preoccupata non del se, perché è un regalo quasi insperato, ma del quando: con l’Iran alle soglie, il Libano instabile, i palestinesi riunificati, il Sinai sotto scacco Isis, proprio adesso bisognava mantenere la promessa elettorale? Quando aveva ancora in ballo con Riad i 100 miliardi di vendita d’armi, Trump aveva sospeso la questione: «Ma sento che alla fine ci riusciremo, spero almeno…», la sua dichiarazione. Ora, il presidente americano dice d’applicare soltanto una legge dell’era Clinton rimasta lettera morta — l’ok allo status di capitale «unica e indivisibile», proclamato unilateralmente nel 1980 da Israele — che ogni sei mesi era tradizione dei suoi predecessori bloccare per evidenti motivi di sicurezza. Non c’è un solo Paese al mondo che abbia mai riconosciuto la più contesa delle capitali. L’altro giorno, il nuovo nunzio vaticano è andato a presentarsi al presidente Rivlin: la sua vera casa è a Gerusalemme, ma la sede ufficiale sta a Tel Aviv. Uno dei significati di Gerusalemme è «città della pace». Qual è la guerra peggiore che rischia Trump, si chiedono gli arabi: forse, quest’idea d’entrare nell’eterna contesa della Città Eterna.

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