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Corriere della Sera Rassegna Stampa
07.06.2012 Le menzogne omissive di Sergio Romano
il sistema più efficace per disinformare su Israele

Testata: Corriere della Sera
Data: 07 giugno 2012
Pagina: 27
Autore: Sergio Romano
Titolo: «Tra colonie israeliane e posti di blocco chiusa la via della pace»

Riportiamo dal CORRIERE della SERA di oggi, 07/06/2012, a pag. 27, l'articolo di Sergio Romano dal titolo "Tra colonie israeliane e posti di blocco chiusa la via della pace". E'la prima puntata, aspettiamoci una seconda, che accoglieremo con l'abituale benevolenza.

A destra, Sergio Romano

A corredo dell'articolo, invece, la solita foto di una donna palestinese mentre viene arrestata (magari solo fermata?) da soldati israeliani e una mappa analoga a quella sottostante:


L'articolo di Romano manca di specificare alcuni elementi fondamentali, senza i quali al lettore è impossibile capire come è stato possibili arrivare alla situazione di oggi. Vecchio strumento base della disinformazione, che Romano usa sempre quando scrive di Medio Oriente.
Per esempio, per quale motivo non scrive che sono stati gli arabi a rifiutare lo Stato palestinese fin dal principio, quando hanno respinto la divisione della Palestina mandataria nel 1947? E il terrorismo palestinese? E tutte le guerre subite dallo Stato ebraico fin dal giorno della sua nascita?
Il terrorismo palestinese viene appena menzionato con la parola 'intifada'. Ma non c'è traccia delle vittime israeliane. Come mai?
Romano sostiene che l'obiettivo dei palestinesi sia la costruzione di un loro Stato accanto a quello israeliano, ma non si chiede come mai tutti i negoziati siano falliti. Meglio dare la colpa, tra le righe, a Israele e alle 'colonie'.
E i terroristi della Striscia di Gaza quale ruolo avrebbero in tutto questo racconto descritto da Romano? Silenzio, non sono nemmeno citati, come non sono citati i loro razzi contro la popolazione israeliana.
L'articolo è zeppo di menzogne omissive, il metodo più efficace per disinformare. Scrivere parte della verità, omettendo alcuni dettagli 'scomodi'. Ci sono i checkpoint che rendono difficili gli spostamenti, è vero. Ma sarebbe sufficiente scrivere per quale motivo sono necessari, ma Romano si guarda bene dal farlo.
Su una cosa, solo, possiamo complimentarci con Romano: la scelta della mappa. Esemplifica la realtà, e cioè che i palestinesi non stanno lavorando a nessuno Stato come non l'hanno mai fatto. Se avessero accettato la risoluzione Onu che sanciva la nascita di Israele e di uno Stato arabo , ora non si scriverebbe nè di conflitto israelo-palestinese, nè di confini incerti, nè di colonie.

Ecco l'articolo di Romano:

La mia guida attraverso gli insediamenti ebraici costruiti intorno a Gerusalemme est è un ebreo americano. Si chiama Daniel Seidemann ed è giunto in Israele verso la fine degli anni Cinquanta, all'età di 22 anni. Era un entusiasta sionista quando mise piede nello Stato da poco creato e non ha smesso di esserlo. Ma qui è divenuto avvocato e si è specializzato in questioni di contenzioso immobiliare, vale a dire in una materia dietro la quale vi è il più controverso ed esplosivo dei problemi israelo-palestinesi: la proprietà della terra. Grazie a una lunga pratica giuridica Seidemann conosce perfettamente la geografia degli insediamenti e l'ha ricostruita nel suo principale strumento di lavoro: una mappa dell'area che si estende al di là dei confini urbani di Gerusalemme est ma rientra nella zona teoricamente destinata allo Stato palestinese. Nella carta di Seidemann le terre abitate dai palestinesi sono dipinte in verde e quelle israeliane, edificate oltre la frontiera del 1967, in azzurro. L'effetto visivo è più efficace di una qualsiasi arringa giudiziaria. Le macchie azzurre s'insinuano tra le zone verdi e hanno già frantumato la continuità del territorio palestinese. Gli insediamenti sono spesso relativamente piccoli, ma bastano a giustificare la presenza delle forze di sicurezza israeliane, le barriere di protezione e i posti di blocco.
I coloni ebrei, intanto, si rafforzano, consolidano la loro presenza e hanno ottenuto, tra l'altro, una sorta di monopolio archeologico per gli scavi della zona in cui si sono installati. Se ne servono per valorizzare le tracce della presenza giudaica e stanno trasformando la terra (sono parole di Seidemann) in una sorta di «parco biblico». Da un grande belvedere che si affaccia su un fianco del monte Scopus la mia guida mi indica un antico cimitero giudaico costruito alla base della collina. Ma quando alziamo lo sguardo verso Gerusalemme, al di là della valle e delle mura, i nostri occhi vedono la cupola dorata della grande moschea, il quartiere del Santo Sepolcro, la cattedrale luterana voluta dall'imperatore Guglielmo di Germania durante il suo viaggio in Palestina nel 1898 e, sotto di noi, un piccolo convento francescano oscurato da un pilone dell'energia elettrica che sarebbe stato meglio costruire altrove. Il sionismo di Seidemann non gli impedisce di constatare che Gerusalemme è una società per azioni di cui sono comproprietari con quote diverse, insieme agli ebrei, i musulmani, i cattolici, gli ortodossi, gli armeni, i copti, i luterani, gli anglicani. La soluzione migliore, per l'amministrazione del condominio, sarebbe quella del «corpo separato» fra due entità statali, previsto dalla risoluzione dell'Onu del 1947. Ma «i fatti sul terreno», come vengono qui definiti gli insediamenti, rende tale prospettiva sempre più improbabile.
È almeno possibile sperare che su questa terra sorgano domani due Stati? Seidemann non ha ancora perso interamente il suo ottimismo e crede che in un clima di buona volontà sarebbe possibile correggere lo stato delle cose nella terra al di là e al di qua della linea verde. Ma apre la sua mappa e punta il dito su una grande rettangolo irregolare, tratteggiato in grigio e chiamato E1, che rappresenta un progetto non ancora definitivamente approvato. Con una metafora efficace dice che i piccoli insediamenti hanno fatto aumentare la pressione sanguigna del malato, la realizzazione di E1 equivarrebbe a un infarto. Può esistere uno Stato palestinese in cui la capitale sarebbe separata dal resto del suo territorio? È lecito immaginare un presidente che può muoversi attraverso il suo Paese soltanto attraverso un percorso costellato da posti di blocco, muri e barriere?
I posti di blocco non servono soltanto a controllare il movimento dei palestinesi. Servono anche a impedire che gli israeliani entrino nelle zone amministrate dall'Autorità palestinese. Per molti anni gli uni e gli altri si sono mossi con una certa libertà da un'area all'altra, e i secondi, in particolare, sono stati una parte considerevole della forza-lavoro dell'economia israeliana. Oggi, dopo la seconda Intifada, si vuole che ciascuno dei due gruppi viva a casa propria e frequenti soltanto la propria gente. Se un israeliano ha conservato, insieme alla cittadinanza d'Israele, quella del Paese da cui proveniva e ha buoni motivi per andare a Ramallah, sede dell'Autorità palestinese, si servirà del suo vecchio passaporto. Se ne ha soltanto uno dovrà probabilmente rinunciare. Questa separatezza ha avuto effetti economici e sociali. Nel suo ufficio di Tel Aviv, Aluf Benn, direttore di Haaretz (un quotidiano liberale), mi dice che i palestinesi, ormai usciti in gran parte dal mercato del lavoro israeliano, sono stati sostituiti con immigrati provenienti dall'Europa e dall'Asia: romeni o bulgari per l'edilizia, filippini per i lavori domestici e l'assistenza alle persone, lavoratori del sub-continente indiano e del sud-est asiatico per gli altri mestieri di una economia che si è prodigiosamente sviluppata soprattutto nell'informatica e nelle nuove tecnologie. È accaduto anche negli Stati Uniti e in Europa, ma con una importante differenza. Israele non può assorbire e integrare questi immigrati senza rinunciare alla sua identità nazional–religiosa e li tratta quindi con maggiore rigore di quanto non accadesse in Germania quando il miracolo tedesco richiese l'arrivo di un numero importante di Gastarbeiter (lavoratori ospiti). Mentre la Repubblica federale rinnovava i contratti di lavoro e i permessi di soggiorno, Israele ha fissato un limite, cinque anni, al di là del quale non intende andare. Niente preoccupa il governo israeliano quanto la prospettiva di un bambino filippino che impara l'ebraico e si sente, dopo il completamento degli studi, a casa propria. Tutto diventerebbe molto più semplice se l'economia israeliana potesse contare sui giovani cittadini di uno Stato palestinese che attribuisce grande importanza alla educazione e alla formazione. Ma i palestinesi sono inutilizzabili per ragioni politiche e i Gastarbeiter non possono restare più di cinque anni. I secondi sapevano, prima di partire, quale sarebbe stata la politica del governo israeliano nei loro confronti e non hanno il diritto di lamentarsi. I primi, invece, non hanno rinunciato a un obiettivo che sembrava, qualche anno fa, a portata di mano: la costituzione di uno Stato palestinese. Ne esistono ancora le condizioni? Con quali argomenti e strumenti l'Autorità palestinese spera ancora di raggiungere questo obiettivo? L'ho chiesto ai miei interlocutori palestinesi durante un viaggio a Ramallah e ne parlerò in un prossimo articolo.
(1/continua)

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