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Corriere della Sera Rassegna Stampa
27.11.2008 Pierre Vidal-Naquet contro il negazionismo di Robert Faurisson
l'analisi di Carlo Ginzburg

Testata: Corriere della Sera
Data: 27 novembre 2008
Pagina: 45
Autore: Carlo Ginzburg
Titolo: «La storia non si arrende alla fiction dei negazionisti»
Da pagina 45 del CORRIERE della SERA del 27 novembre 2008, l'articolo di Carlo Ginzburg "La storia non si arrende alla fiction dei negazionisti" :

V idal-Naquet mi si è imposto, per così dire, come interlocutore mentale al principio degli anni 80, in coincidenza con un mutamento del clima intellettuale e, in senso lato, politico, che ho percepito per la prima volta (con un ritardo di cui non finisco di stupirmi) leggendo il saggio di Arnaldo Momigliano intitolato La retorica della storia e la storia della retorica: sui tropi di Hayden White. Contro la riduzione della storiografia a mera narrazione o a mera retorica, contro una storia della storiografia che ignorava deliberatamente i dati documentari, Momigliano si chiedeva polemicamente: «Ma possiamo veramente credere che Ranke e Tocqueville sarebbero gli stessi se scoprissimo che avevano frainteso i dati documentari che usavano o che avevano lavorato su dei falsi senza accorgersene?». Poco prima aveva scritto: «Ranke era interessato, come ogni storico è sempre stato, a prove nuove e sicure: le prefazioni alle sue opere maggiori insistono su questo punto».
Non era la prima volta che Momigliano affrontava questo tema. Nel 1974, in un saggio intitolato Storicismo rivisitato,
egli aveva rapidamente criticato la tesi della riduzione della storia a retorica «assai acutamente sviluppata» da Hayden White nel suo Metahistory (1973). Oggi mi chiedo se la decisione di dedicare nel 1981 un intero saggio a Hayden White possa essere stata sollecitata da uno scritto che Momigliano non menziona: Un Eichmann di carta, che Vidal-Naquet aveva pubblicato su Esprit un anno prima (ma la contiguità cronologica potrebbe essere così stretta da invalidare la mia ipotesi). Certo, allora l'accostamento tra il saggio di Momigliano e quello di Vidal-Naquet mi s'impose a un certo punto come evidente. Capii che disfarsi della nozione di prova, cancellando il confine tra narrazioni di finzione e narrazioni storiografiche, non era un gesto innocuo. Una delle conseguenze possibili di una posizione del genere era la cancellazione del passato, esemplificata nella maniera più infame dal cosiddetto negazionismo. «Neppure i morti saranno al sicuro» aveva scritto Walter Benjamin in una delle sue tesi sulla storia.
Ricordo di aver cominciato a leggere il saggio di Vidal- Naquet con un senso di dolorosa incredulità. Non riuscivo a capacitarmi che un uomo i cui genitori erano stati uccisi ad Auschwitz si fosse imposto di confutare in maniera particolareggiata le tesi negazioniste di Faurisson. Ma dopo poche pagine i miei dubbi si dileguarono. Oggi penso che quelle pagine di Vidal-Naquet costituiscano una testimonianza di energia intellettuale e morale assolutamente straordinaria, oltre a essere un esempio di pedagogia storica nel senso più alto del termine. Uso il termine «pedagogia» a ragion veduta: le tesi di Faurisson non costituiscono in alcun modo una sfida per gli storici, anche se possono aver sollecitato il chiarimento o l'approfondimento di alcuni dati di fatto. Era politicamente importante che qualcuno confutasse quelle tesi; Vidal-Naquet l'ha fatto. Ma l'importanza della confutazione va molto al di là del suo miserabile bersaglio. Il malessere che le tesi dei negazionisti hanno suscitato nella mente di alcuni che le consideravano moralmente e politicamente riprovevoli mi sembra molto più significativo (e sintomatico) delle tesi stesse. Sostenere, come è stato fatto, che nessuna prova esterna può confutare le tesi di Faurisson e dei suoi seguaci, è semplicemente assurdo. Bisogna dunque rimettere al centro della discussione la nozione di prova che Momigliano aveva sollevato a proposito di Hayden White. Ma su questo punto Vidal-Naquet aveva, e da molto tempo, idee chiarissime.
Cominciai a riflettere su questi temi in un saggio intitolato, per l'appunto, Prove e possibilità, apparso nel 1984 come postfazione alla traduzione italiana di The Return of Martin Guerre
di Natalie Davis. Come esempio della tendenza diffusa a leggere i libri di storia come testi chiusi in sé, privi di riferimenti alla realtà esterna, citai gli scritti di Michel de Certeau e Le miroir d'Hérodote di François Hartog. A proposito di quest'ultimo segnalai che il tentativo di analizzare la descrizione del mondo scita proposta da Erodoto come un'entità autonoma risultava alla fine insostenibile: il confronto con la realtà, cacciato dalla porta, rientrava dalla finestra. Allorché scrivevo quelle frasi ignoravo che la thèse di François Hartog su Erodoto aveva sollecitato una discussione tra Michele de Certeau e Pierre Vidal-Naquet che si riallacciava, almeno indirettamente, al tema del negazionismo. Qualche anno più tardi Vidal- Naquet rievocò quella discussione in una lettera a Luce Giard, inclusa in una raccolta dedicata alla memoria di Michel de Certeau.
Scriveva Vidal-Naquet: oggi siamo diventati consapevoli, grazie a de Certeau, della dimensione inevitabilmente soggettiva legata allo scrivere di storia. E tuttavia, si chiedeva, «non resta indispensabile ricollegarsi a quest'anticaglia, "il reale", "ciò che è autenticamente accaduto", come diceva Ranke nel secolo scorso?».
E continuava: «Ne ho avuta viva consapevolezza al momento dell'affaire Faurisson (...). Faurisson è, beninteso, agli antipodi di de Certeau. È un materialista con gli zoccoli, che, nel nome del reale più tangibile, derealizza tutto ciò che tocca, la sofferenza, la morte, lo strumento della morte. Michel de Certeau si preoccupò fortemente per questo delirio perverso e me ne scrisse (...). La mia impressione era che ci fosse un discorso sulle camere a gas, che tutto dovesse passare attraverso il dirlo, ma che, al di là, o piuttosto al di qua del dire, ci fosse qualcosa di irriducibile che, in mancanza di meglio, io continuerei a chiamare il reale. Senza questo reale, come si potrebbe distinguere il romanzo dalla storia? Gli risposi su questo tema, e il nostro dialogo riprese a Besançon, durante la discussione di una tesi memorabile, quella di François Hartog su Erodoto (giugno 1979), in cui entrambi siedevamo nella commissione. Mi sentivo, a dire il vero, profondamente implicato. Scrivendo a Certeau, io gli parlai della nostra responsabilità».
Mi auguro che questo carteggio tra Vidal-Naquet e de Certeau venga pubblicato per intero. Il passo che ho letto mostra che le tesi, insensate e ignobili, di Faurisson avevano portato alla luce un tema inquietante, che toccava in profondità i due interlocutori. La confutazione delle tesi negazioniste costringeva ad affrontare la questione dell'oggettività della ricerca storica. Vidal-Naquet concedeva «c'era un discorso sulle camere a gas, che tutto doveva passare per il dirlo»: ma sulla materialità del reale, che precede qualunque discorso, continuava ad insistere. Lo storico è responsabile perché il suo lavoro ha una dimensione, al tempo stesso, oggettiva e soggettiva.

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