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Corriere della Sera Rassegna Stampa
17.04.2008 Odifreddi vuol fare il ministro dell'Istruzione
un ruolo inadatto a chi insulta i fedeli di ebraismo e cristianesimo

Testata: Corriere della Sera
Data: 17 aprile 2008
Pagina: 1
Autore: Maria Luisa Agnese
Titolo: ««Le sorprese che vorremmo da Silvio III»»
Piergiorgio Odifreddi si autocandida come ministro del governo Berlusconi. Come ministro dell'istruzione, per la precisione.
Un ruolo che ci sembra del tutto inadatto a chi ha definito i cristiani
"letterali cretini".

Dal CORRIERE della SERA del 17 aprile 2008:

Quale mossa a sorpresa si potrebbe suggerire a Berlusconi per fare il Sarkozy italiano? Tranquilli, non vogliamo suggerirgli una rupture alla Carla Bruni.
Riconosciamo che Silviò,
causa tsunami elettorale, potrebbe anche governare in solitudine.
Ma sappiamo che lo scenario è così complesso che forse uno sforzo di fantasia che porti a prendere in considerazione — con oculatezza e su temi condivisi — idee e personalità del campo avverso, potrebbe essere utile a tutti. Un po' quello che ha fatto il cugino d'Oltralpe Sarkozy che, per quanto vittorioso, si è guardato intorno e in spirito bipartisan ha chiamato le migliori menti dal mondo al capezzale di un Paese bloccato sulla via della modernizzazione, riunendole nella famosa commissione Attali, per cui sono stati chiamati anche due italiani di vaglia, Mario Monti e Franco Bassanini.
L'intento non è quello provocatorio alla Grillo, che nel suo blog ha scritto: «Se fossi Berlusconi farei Veltroni vice-presidente del Consiglio»; il nostro è un pragmatico esercizio creativo con un gruppo scelto di spiriti liberal-bipartisan. E allora ecco che l'economista Nicola Rossi suggerisce, per consolidare il processo di pacificazione, una mossa a sorpresa semplice-semplice, ma che potrebbe essere «eversiva», e che gli è venuta in mente mentre, costretto a letto da un brutto incidente, si guardava tutti gli speech post-elettorali dei due leader: «Da una parte ci sarà il governo, dall'altra il governo- ombra annunciato da Veltroni; bene, costruiamo un meccanismo istituzionale agile per verificare subito che cosa è condiviso e cosa no. Basta che ognuno prenda sul serio il suo ruolo e che ogni ministro abbia una sola interfaccia e su tutti due direttori d'orchestra, Berlusconi e Veltroni. È chiaro che poi la responsabilità finale della scelta resta al governo».
Più radicale la mossa proposta da Piergiorgio Odifreddi, matematico-divulgatore: «Visto che la cultura di sinistra è sempre più baciapile, apprezzerei che uno come Berlusconi — che tutto sommato è un laico — mettesse un vero laico al ministero della Pubblica istruzione. Altro che Bondi o Formigoni!». E allora? «Ormai sono così pochi e silenti i veri laici, quasi quasi mi propongo io, che sono appena uscito dal Pd. E se non gli vado bene, che mi sorprenda lui...». L'imprenditore Arturo Artom, che fa la spola fra l'Italia e la costa californiana, vorrebbe che Berlusconi questa volta facesse davvero la Thatcher, «risolvesse in un colpo solo il tema delle spesa pubblica e lo scandalo della pubblica amministrazione». E per ottenere il miracolo senza spaccare il Paese, gli suggerisce di prendere in prestito dal campo avverso un personaggio che con la sua storia garantirebbe tutti, Pietro Ichino, e di farlo ministro del Lavoro. Anche lo scrittore Ernesto Ferrero, direttore della Fiera internazionale del libro di Torino, propone un nome da rubare alla sinistra, ma fa una premessa: «In campagna elettorale non si è parlato di scuola né di cultura, come se fossero degli optional. Vedo segnato in questa rimozione il nostro futuro di simpatica colonia medio-orientale». Nonostante tutto Ferrero vorrebbe essere smentito da un'iniziativa clamorosa: la nomina di Umberto Eco a ministro dei Beni culturali. «O se no Roberto Benigni. A questo punto ci può salvare solo Dante». Un altro editore punta su una mossa che allarghi la lettura: Giuseppe Laterza suggerisce a Berlusconi di mettere insieme «una cordata di imprenditori legati al territorio», e di convincerli ad adottare una biblioteca, sponsorizzandola. Un esempio di eccellenza? «La straordinaria biblioteca "senza porte" a Pesaro, nata in un vecchio convento restaurato da Scavolini e diventata subito un angolo di modernità».
Nel nostro viaggio a caccia di sorprese bipartisan troviamo anche molti rivalutatori della Commissione Attali (con un'eccezione di lusso, Fabiano Fabiani, che privilegia il «monopartisan»). Anche se Berlusconi l'ha appena bocciata, il sociologo Aldo Bonomi (fresco autore de Il Rancore, alle radici del malessere del Nord, Feltrinelli) sostiene che, puntando su temi specifici come l'immigrazione o la modernizzazione incompiuta, una Commissione «si può fare». E Massimo Calearo, l'ex falco di Federmeccanica passato con il Pd, la propone per la riforma federale, «prima però azzererei tutte le Regioni a statuto speciale, a cominciare dalla Sicilia». Chiederebbe consulenza a destra e a sinistra sul piano internazionale (a José Maria Aznar e a Tony Blair) e arruolerebbe subito Riccardo Illy, l'ex governatore del Friuli. L'imprenditrice Anna Maria Artoni addirittura pensa che sia questo il momento migliore per l'Italia, perché «una Commissione è più forte con un governo forte», e la concentrerebbe su tre temi cruciali: infrastrutture, riduzione della spesa pubblica e liberalizzazione dei servizi pubblici locali. A gestirla, perché no?, gli uomini scelti da Sarkozy, «che hanno sicuramente maturato una certa esperienza», ma a ruoli rovesciati: Monti alla guida e Attali fra gli specialisti chiamati dall'estero.

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