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Donna Moderna Rassegna Stampa
21.05.2020 Su 'Donna moderna' un elogio a quella 'sottomessa'
Nell'articolo di Gabriela Jacomella

Testata: Donna Moderna
Data: 21 maggio 2020
Pagina: 22
Autore: Gabriela Jacomella
Titolo: «Proviamo a capire la scelta di Silvia»

Riprendiamo da DONNA MODERNA di oggi, 21/05/2020, a pag. 22, con il titolo "Proviamo a capire la scelta di Silvia", il commento di Gabriela Jacomella.

E' paradossale che a difendere la scelta del velo sia una testata che si chiama "Donna moderna". Di moderno la scelta del velo - che è segno della sottomissione - non ha nulla. Secondo l'articolo c'è una parte delle società dei Paesi islamici "che va in una direzione diversa, con movimenti femminili che cercano di liberare le donne da retaggi culturali e letture della religione rigide e costrittive": questa è l'ammissione più chiara, anche se non voluta, dell'oppressione nei confronti delle donne simboleggiata dal velo. Suggeriamo una nuova rubrica più adatta, "Donna Sottomessa".


Ecco l'articolo:


Velo islamico in Italia: cosa dice la legge?

Partita per il Kenya come volontaria di una piccola onlus italiana (finita oggi sotto inchiesta), sequestrata per 18 mesi in Somalia dai terroristi jihadisti di Al Shabaab, rientrata il g maggio a Roma con un sorriso luminoso e il corpo avvolto in un'ampia tunica verde, uno jilbab. Il "caso" Silvia Romano ha colpito e diviso il nostro Paese. Silvia ha raccontato di essersi avvicinata liberamente all'Islam, scegliendo un nuovo nome, Aisha, che significa "viva, vitale". «A successo a metà prigionia, quando ho chiesto di poter leggere il Corano e sono stata accontentata. Il mio processo di riconversione è stato lento» ha dichiarato. Una curiosità e un desiderio spontanei, dunque, anche se sbocciati in un contesto traumatico come un rapimento, durato un anno e mezzo sui suoi 24 anni di vita. «In ogni sequestro dei jihadisti c'è il momento della conversione: è Io scettro che agitano con il resto del mondo». Non è la prima volta in cui un ex ostaggio si avvicina alla fede islamica. È un tema delicatissimo di cui è difficile parlare, perché chi esce da mesi o annidi prigionia rivendica giustamente il diritto di tornare alla propria vita, lontano da clamori e illazioni: in molti casi, le presunte scelte di fede non sono state mai confermate dai diretti interessati. In altre situazioni, il percorso è frutto di violenze fisiche o psicologiche. Il proselitismo è un aspetto chiave delle strategie integraliste, come ha scritto sul Corriere della sera il giornalista Daniele Mastrogiacomo, nel 2007 ostaggio dei talebani in Afghanistan: «In ogni sequestro dei jihadisti c'è il momento della conversione. Ottenerla è lo scettro che puoi agitare con i tuoi compagni di battaglia e con il resto del mondo». Di Silvia, Mastrogiacomo dice: «In 18 mesi avrà avuto tempo e modo di riflettere. Di immergersi nell'Islam e di abbracciarlo. Se oggi indossa il jilbab, è perché convinta. Ha compiuto la sua scelta. Io ho fatto la mia. E questo ci rende entrambi liberi». «Per chi arriva dal cattolicesimo l'Islam può apparire una religione più libera: rispondi direttamente a Dio». Conferma Paolo Branca, islamologo e docente di Storia delle religioni all'università Cattolica di Milano: «Una conversione può anche essere un modo per avvicinarsi a un mondo diverso, capirlo, in un certo senso mimetizzarsi. Soprattutto se si è costretti a vivere a lungo in una situazione che non è nostra: se si capisce la lingua e si conoscono i testi sacri, possiamo sperare di essere interlocutori, non più vittime. In una conversione che avviene in un contesto di costrizione può esserci dunque un meccanismo non solo di difesa, ma anche di autoaffermazione». Anche uno slancio di apertura, forse l'esito di una profonda ricerca di senso? «Per chi arriva dal cattolicesimo, l'Islam può apparire come una religione più libera, "senza preti": preghi se vuoi, dove vuoi, rispondi direttamente a Dio» aggiunge Enzo Pace, docente di Sociologia delle religioni ed esperto di Islam e diritti umani all'università di Padova. «I percorsi di conversione da tempo non sono più quelli classici: viviamo in società più porose, le nuove generazioni si muovono in maniera fluida da un credo all'altro, costruendosi la propria spiritualità». Per Paolo Branca, però, «anche in contesti meno estremi la conversione religiosa è un evento dietro il quale quasi sempre si cela un trauma: un vissuto problematico con il credo di origine e con i ministri del culto, o con la propria famiglia. Ed è spesso uno strappo. Il fatto poi che una persona - come accade a chi fa volontariato o cooperazione - parta con un atteggiamento di ricerca e comprensione verso realtà diverse sicuramente ha un peso. È come se ci fosse una predisposizione a capire le ragioni degli altri. Anche quando ci si trova in una situazione estrema». «II velo è ridotto a mortificazione della donna senza distinzione tra chi lo sceglie e chi lo subisce». Il rientro di Silvia, di certo non gestito in sordina, ha avuto un impatto importante sull'opinione pubblica: è stato facile imporle un'etichetta, complice quell'abito verde contro cui in tanti si sono scagliati. Sumaya Abdel Qader analizza questo tema da anni: nel 2019 ha scritto Quello che abbiamo in testa (Mondadori), ed è ora consulente alla sceneggiatura di Skam Italia, serie cult che racconta anche il mondo dei musulmani italiani attraverso gli occhi di una delle giovani protagoniste, Sana. «Il velo e il vestiario delle donne musulmane - che non sono simboli, ma tali son diventati - innescano quasi sempre reazioni contrastanti» dice Sumaya. «Perché risultano in contrasto con il percorso di emancipazione delle donne occidentali. Perché i media ci hanno abituati a mettere in rilievo il velo legato a fanatici ed estremisti, che non rappresentano l'Islam e i musulmani che praticano con equilibrio la loro fede, o i Paesi più fanatici, dove la donna sì è discriminata e privata di molte libertà». Mentre c'è tutto un mondo islamico «che va in una direzione diversa, con movimenti femminili che cercano di liberare le donne da retaggi culturali e letture della religione rigide e costrittive». Il problema sta nel semplificare un tema complesso. «Il velo, che ha una storia e un contesto da capire, viene ridotto a mortificazione della donna senza distinzione tra chi lo sceglie e chi lo subisce. Così, l'arrivo di Silvia vestita com'era si è caricato di tutto questo immaginario e ha scatenato l'odio e la paura di chi, non conoscendo nulla del tema, cerca di difendersi».

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