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L'Espresso Rassegna Stampa
21.06.2020 Sull'Espresso la propaganda contro lo Stato ebraico sulla possibile annessione
Nei pezzi di Davide Lerner, Gigi Riva

Testata: L'Espresso
Data: 21 giugno 2020
Pagina: 50
Autore: Davide Lerner - Gigi Riva
Titolo: «Si fa presto a dire annessione - Trump a favore e tutto il mondo contro»

Riprendiamo dall' ESPRESSO di oggi 21/06/2020, a pag.50, con il titolo "Si fa presto a dire annessione" il commento di Davide Lerner; a pag. 52, con il titolo "Trump a favore e tutto il mondo contro", il commento di Gigi Riva.

Entrambi gli articoli che riprendiamo sono faziosi. Quello di Davide Lerner accentua i potenziali problemi connessi alla possibile parziale annessione e riporta le opinioni dei più estremisti tra gli abitanti degli insediamenti ebraici, omettendo di dire che rappresentano una piccola, anche se rumorosa, minoranza.

Gigi Riva invece, autore di un articolo ancora più esplicitamente contro Israele di quello di Lerner, sottolinea oltre misura l'isolamento internazionale di Israele, "dimenticando" le divisioni e le guerre tra Paesi arabi e musulmani in Medio Oriente. Riva inoltre non risparmia attacchi contro Trump e Netanyahu, in un pezzo di opinione che non informa il lettore, ma sposa la propaganda contro il governo dello Stato ebraico.

Ecco gli articoli:
Israele e la cosiddetta
La situazione attuale: le possibili annessioni riguardano alcune zone dell'area C

Davide Lerner: "Si fa presto a dire annessione"

Immagine correlata
Davide Lerner

La superstrada 60 che conduce all'insediamento israeliano di Yitzhar non prevede cartelli stradali o uscite per i villaggi palestinesi, che aggira come se non esistessero. E' un classico della rete stradale della Cisgiordania: le sue infrastrutture sono da 53 anni sotto regime militare israeliano, e dall'inizio del prossimo mese il governo targato Benjamin Netanyahu si è dato il via libera per decretarla, almeno in parte, territorio sovrano. E passare dalla cosiddetta "annessione strisciante" a quella legale. Lo dice l'accordo di coalizione firmato con l'ex rivale Benny Gantz, il cui punto 29 potrebbe fare la storia. «Il Primo Ministro potrà portare l'intesa sull'applicazione della sovranità da raggiungersi con gli Stati Uniti al tavolo del gabinetto e chiedere l'approvazione del governo oppure del parlamento dal primo di luglio», recita il documento che ha messo fine a un anno di stallo politico. Anche se segnerà probabilmente solo l'inizio di un lungo processo decisionale, il primo luglio è divenuto una data simbolo soprattutto fra gli israeliani che vivono al di là della linea verde. Se da un lato la carreggiata di cemento si inerpica sulla collina fino a raggiungere Yitzhar (quasi 1700 abitanti nel 2018), a valle i residenti del villaggio palestinese di Burin si sono arrangiati costruendo una stradina sterrata che si immette "clandestinamente" sulla 60. Tramortiti e demoralizzati da anni di battaglie perse e fallimenti politici, i palestinesi della zona da tempo non rappresentano più una minaccia per la sicurezza dell'insediamento. A fare notizia sono piuttosto gli scontri fra l'esercito e gli stessi coloni, che non apprezzano le restrizioni imposte sull'espansione della cittadina e sono arrivati a bersagliare le pattuglie con delle bottiglie molotov. Fra i massimalisti di Yitzhar non manca chi si oppone all'annessione, temendo che incamerare quanto di più favorevole è previsto dal piano di pace americano "Peace for prosperity" costringa poi ad accettarne gli aspetti indigesti. «Non vogliamo per nessun motivo che nasca uno Stato palestinese, se il prezzo dell'annessione è quello di cedere territori attualmente sotto il nostro controllo, è meglio mantenere la situazione attuale», dice Eran Shvartz, 31 anni e sette bambini, talmente a destra politicamente che lo Stato ha preferito esonerarlo dalla leva militare. Anche l'annessione, insomma, a livello locale è una partita tutta israeliana. Netanyahu e la più parte delle destre spingono sull'acceleratore, invocando l'opportunità storica rappresentata da quelli che potrebbero essere gli ultimi mesi alla Casa Bianca di Donald Trump, il presidente che ha riconosciuto Gerusalemme come capitale e le alture del Golan come territorio israeliano. A guastafeste come Shvartz dicono che a caval donato non si guarda in bocca, e passano oltre. Ma mentre i palestinesi che verrebbero "annessi" non hanno voce in capitolo, i vertici di esercito e intelligence israeliani chiedono senso di responsabilità e tirano il freno a mano. «I pro-annessione credono di poter realizzare il proprio obiettivo strategico, ossia l'annessione della parte più grande possibile della regione e invece del numero più piccolo possibile di palestinesi, se procedono per gradi, valutando passo per passo i livelli di tolleranza interni e internazionali. Ma si tratta soltanto di un'illusione», ha scritto in un rapporto l'associazione "Comandanti per la sicurezza di Israele; che riunisce ex generali dell'esercito ed ex prime linee di servizi segreti e polizia. Il riferimento è al piano di limitare l'annessione alla regione che negli accordi di Oslo degli anni '90 fu denominata "Area C", che è già sottoposta a controllo civile e militare israeliano. E la più appetibile per Israele perché comprende il 60 per cento della superficie della Cisgiordania, inclusi gli insediamenti, ma solo un decimo degli abitanti palestinesi, visto che ne esclude i grandi centri abitati. In sostanza verrebbe formalizzata la situazione attuale, e Israele diverrebbe sovrana dal fiume Giordano al mare fatta eccezione per alcune enclave a forte densità demografica palestinese. Proprio la valle del Giordano, lungo cui scorre il confine fra i territori e il Regno Hascemita di Giordania, e la limitrofa regione cosiddetta del "Mar Morto settentrionale; sono in cima alla lista della spesa dell'annessione. In prima fila anche i cosiddetti "blocchi di insediamenti; ossia Ma'ale Adumim vicino Gerusalemme, il Gush Etzion, sede di un'antica presenza ebraica, e la città universitaria di Ariel nel cuore della Cisgiordania. Perché considerino il "gradualismo" solo un'illusione i generali lo spiegano qualche paragrafo più avanti nel documento "Ramificazioni dell'annessione della Cisgiordania; che ora rimbalza fra le caselle di posta elettronica di diplomatici stranieri e politici israeliani. Scritto con buon anticipo, conta molto in quanto spia del punto di vista della leadership militare attualmente in carica, che non può esprimersi pubblicamente. La premessa è che quanto più le prime reazioni all'annessione sembreranno moderate, tanto più i "sovranisti" vorranno tirare la corda. «È impossibile prevedere con certezza o anche solo valutare a che punto il processo di annessione porterà alla fine della collaborazione sul piano della sicurezza con l'Autorità Nazionale Palestinese, o al suo collasso», scrivono. «In uno scenario di questo tipo, Israele perderebbe il controllo del processo di annessione, dovrebbe riempire il vuoto civile e militare [lasciato dall'Anp] ed occupare tutta la Cisgiordania», prevedono. A quel punto Israele dovrebbe dare risposta al dilemma che ha preferito ignorare per oltre mezzo secolo. Negare diritti politici ai quasi 3 milioni di palestinesi assorbiti di fatto nei propri confini vorrebbe dire discriminarli ed esporsi all'ostracismo diplomatico internazionale. Integrarli significherebbe non solo rischiare di rinunciare al mantenimento di una maggioranza ebraica nello Stato, cardine del progetto sionista, ma secondo i generali comporterebbe anche costi esorbitanti. Estendere servizi ad una popolazione spesso impoverita, per cui l'Anp è il principale datore di lavoro, risucchierebbe fino a 14 miliardi e mezzo di dollari all'anno dalle casse sovrane, secondo le stime. Soluzioni intermedie, come annettere solo l'Area C e fare dei suoi 300.000 palestinesi solo dei "residenti permanenti," sono ritenute anch'esse costose e poco plausibili, perché porrebbero dilemmi insolubili sulla libertà di movimento dei palestinesi dentro Israele. «Se Israele non costruisce una nuova barriera di sicurezza lungo la nuova frontiera, il risultato sarà la libertà di movimento di tutti i palestinesi della West Bank [nella ex Area C e quindi] fino al cuore di Israele senza controlli, il che rappresenta un rischio inaccettabile per la sicurezza», aggiungono i generali. Sperando di ottenere un effetto di deterrenza, l'Anp ha annunciato preventivamente il congelamento della cooperazione nel campo della sicurezza con Israele. Il subappalto di delicate operazioni anti-terrorismo alle forze di sicurezza di Ramallah è così prezioso per lo Stato ebraico che gli stessi leader israeliani hanno fatto pressione sull'amministrazione Trump perché le esentasse dai tagli ai finanziamenti degli ultimi anni. Quella di voltare le spalle all'apparato di sicurezza israeliano è una minaccia spesso utilizzata dal presidente palestinese Abu Mazen, al punto da venire accolta con un pizzico di scetticismo. «Dopo quasi venti anni che gridano al lupo al lupo, stanno cercando di far passare il messaggio che adesso il lupo c'è davvero, e hanno davvero interrotto alcuni aspetti della cooperazione sulla sicurezza», spiega un attento diplomatico occidentale in Israele. Nella battaglia sull'annessione non va persa di vista la profonda interdipendenza fra Israele e l'Anp, che si configura più come un'autonomia regionale che come un entità a se stante. Israele trasferisce periodicamente i prelievi fiscali all'Autorità Palestinese, ne rimane imprescindibile partner commerciale e ne gestisce i valichi di frontiera. I prossimi capitoli, come quasi tutti quelli dell'ultimo quarto di secolo di storia israeliana, li scriverà Benjamin Netanyahu. Il via libera è nelle carte dell'accordo di governo, oltre che in quelle del piano Trump. La sua prima vittoria è quella di aver rivoluzionato il discorso attorno ai territori che gli israeliani chiamano coi nomi biblici di "Giudea e Samaria." Invece di dover difendere sul piano internazionale il mancato ritiro ai confini del 1967, dietro alla fantomatica linea verde che è del tutto invisibile sul terreno, il Premier è già in grado di vendere un'eventuale rinuncia all'annessione come un passo indietro. Chi vivrà vedrà se tanto gli può bastare. Nel villaggio palestinese di Burin, di fronte all'insediamento di Yitzhar, la ventiquattrenne Yasmeen Al Najjar preferisce non pensare alle prospettive di annessione. Yasmeen è divenuta celebre in Cisgiordania in quanto scalatrice disabile (ha perso una gamba a 3 anni quando un camioncino fuori controllo rovinò nel suo cortile di casa, ora ha una protesi). A 17 anni ha scalato il Kilimangiaro e ora sogna di partire per affrontare l'Everest, come progettava prima dell'avvento del coronavirus. «A Burin tutti rifiutano l'annessione, viola il nostro diritto di vivere nella nostra terra natia. La comunità internazionale deve fermare Israele», dice. Al suo vicino di Yitzhar, il colono Eran Shvartz, chiedo se non sogni una Cisgiordania sul modello della Galilea, un'altra regione mista dentro i confini israeliani. «Casomai vorrei una Galilea come la Cisgiordania», dice. «In uno Stato ebraico gli arabi non dovrebbero votare».

Gigi Riva: "Trump a favore e tutto il mondo contro"

Israele: Netanyahu promette l'annessione della Valle del Giordano ...
Benjamin Netanyahu


Ricapitolando. Sono contro il piano di Benjamin Netanyahu, pur con diversi gradi di intensità, i palestinesi, la Cina, la Russia, l'Onu, il Vaticano, diversi Stati europei, la Turchia, le petro-monarchie del Golfo, naturalmente l'Iran, l'Egitto e la Giordania, la sinistra israeliana, varie organizzazioni ebraiche sparse nel mondo. Sono a favore: l'esecutivo di Netanyahu che ne è fautore (con qualche mal di pancia) e gli Stati Uniti di Donald Trump. L'asimmetria degli schieramenti non deve tuttavia ingannare. Il massiccio fronte del no parla con voce flebile, ammonisce, dichiara, s'indigna, senza avere la forza di deviare il corso di eventi che sembrano rotolare per inerzia verso l'inevitabile sbocco. A meno che "graziosamente" sia proprio Netanyahu, alla ventitreesima ora, ad annullare una decisione capace di minare a lungo i rapporti in Medio Oriente, nell'area più calda del pianeta. Un accordo di coalizione gli permette, dal primo luglio, di proclamare l'annessione della valle del Giordano contro ogni legittimità internazionale. E però nulla è ancora chiaro nel suo progetto. Nebulosa la data, incerti i confini della porzione di Cisgiordania da incamerare, variabile il computo degli arabi coinvolti (da meno di centomila a trecentomila), indefinito il loro status futuro, sempre che non siano costretti a trasferirsi altrove, sconosciuto l'iter giuridico con cui ammantare l'operazione di un simulacro di legalità. Una sola cosa è certa. Avesse davvero la volontà di andare fino in fondo, Israele ha una finestra di opportunità che non può dilatarsi oltre novembre, quando le elezioni americane potrebbero sottrargli, se ci fosse un cambio alla presidenza, la copertura più solida. Né può durare più a lungo la congiunzione astrale favorevole della intrinseca debolezza di una governance mondiale distratta dal problema comune del virus e della crisi economica. Trump per Netanyahu è l'uomo della provvidenza. Sappiamo, dalle piroette del primo mandato, che ogni sua scelta è in funzione del tornaconto elettorale. Gli ebrei americani votano in maggioranza democratico, ma numericamente soccombono davanti ai milioni di cristiani evangelici che, sul tema annessione, sono schierati con la destra israeliana estrema affinché giunga a compimento la loro interpretazione del disegno biblico. Un fanatismo religioso che ben si sposa con quello dei coloni. Anche a costo, come succederebbe, di immaginare se non proprio l'espulsione degli arabi dalla Palestina storica, almeno un apartheid del XXI secolo con i palestinesi ridotti in "riserve indiane". E la conseguente fine della soluzione "due Stati per due popoli", largamente condivisa dalla comunità internazionale e persino, stando ai sondaggi, prevalente tra gli israeliani pur se minoritaria alla Knesset. Dovesse trattarsi dunque in futuro di "uno Stato per due popoli" i palestinesi diventerebbero maggioranza, sarebbero il 52 per cento (includendo la Striscia di Gaza), o almeno una corposa minoranza del 37 per cento (senza contare Gaza). In ogni caso la fine del sogno sionista dello Stato ebraico e democratico. E per il resto del mondo una serie di complicazioni di ardua soluzione. Sarebbe assai difficile, ad esempio, continuare a giustificare le sanzioni alla Russia per l'annessione della Crimea nel 2014 senza adottare contro Israele misure analoghe. E si esacerberebbe il dualismo Usa-Cina perché Pechino, dopo essere stata esclusa su pressione di Washington da alcune commesse importanti già negoziate con Gerusalemme, non solo si è adoperata per portare corposi aiuti ai palestinesi per combattere il Covid, ma si è schierata apertamente contro la svolta di Netanyahu. Israele adduce come motivo della sua penetrazione nella valle del Giordano motivi di "sicurezza nazionale" senz'altro discutibili. Intanto perché vedrebbe traballare gli unici accordi di pace raggiunti con i vicini, Giordania ed Egitto, ovviamente "molto preoccupati". Ma anche perché subirebbe uno stop la politica di avvicinamento ad alcuni Paesi del Golfo. Valga per tutti l'articolo pubblicato sul quotidiano ebraico Yedioth Ahronoth da Yousef al Otaiba, ambasciatore degli Emirati arabi negli Stati Uniti, il cui passaggio principale sembra una supplica: «I annessione potrebbe far naufragare l'aspirazione di Israele a migliorare i rapporti di sicurezza, economici e culturali con il mondo arabo». Insomma: non fatelo altrimenti dovremmo riconsiderare i passi in avanti compiuti insieme. Quanto all'Unione europea, al solito senza una politica estera, si barcamena tra la ferma condanna e i toni sfumati suggeriti da Paesi come la Polonia, la Repubblica Ceca e l'Ungheria. Ne sortirà una dichiarazione di principio senza pressioni concrete. Alcune nazioni, tra cui Francia e Spagna, potrebbero risolversi a riconoscere uno Stato palestinese. Davvero a Netanyahu conviene procedere nonostante questo largo dissenso seppur disarmato?

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