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Informazione Corretta Rassegna Stampa
24.01.2021 Così il fronte del terrore dall'Africa minaccia l’Europa
Commento di Stefano Piazza, Luciano Tirinnanzi

Testata: Informazione Corretta
Data: 24 gennaio 2021
Pagina: 1
Autore: Stefano Piazza, Luciano Tirinnanzi
Titolo: «Così il fronte del terrore dall'Africa minaccia l’Europa»
Così il fronte del terrore dall'Africa minaccia l’Europa
Commento di Stefano Piazza, Luciano Tirinnanzi

Africa Jihad | Babilon Magazine

Il 2021 si preannuncia come un altro anno di ondate migratorie incontrollate dall’Africa al Mediterraneo. Se nel 2020 l’intero continente, testa di ponte per le migrazioni, aveva segnato un aumento del 13 per cento nelle attività illegali legate al traffico di migranti, i primi segnali di gennaio non fanno che confermare il trend: 340 migranti sbarcati nei primi dieci giorni di gennaio 2021, che segnano un + 7 rispetto al 2020 (quando erano stati 333) e addirittura un + 287 rispetto al 2019 (erano 53, secondo i dati del Viminale). Anche il numero complessivo degli stranieri irregolari presenti in Italia continua a crescere. Dopo aver toccato il minimo delle 300 mila unità nel 2013, da allora e fino al 2020 si stima che le presenze irregolari siano più che raddoppiate, comunque superiori alle 600 mila presenze. Con una novità rispetto al passato: adesso per gli africani è più difficile raggiungere l’Europa. Il che, tuttavia, non è affatto una buona notizia nel medio termine. Vediamo perché. «L’Unione Europea ha fatto grandi sforzi per aumentare i controlli sull’immigrazione, cooptando Stati non membri dell’Ue, in particolare la Libia, ma anche la Turchia» spiega a Panorama Andrew Geddes, responsabile del Migration Policy Centre per la European University. «In termini pratici, migranti e rifugiati trovano più difficile raggiungere l’Europa mentre l’attraversamento del Mediterraneo è diventato ancora più pericoloso e mortale. Quello che sta succedendo è dunque uno spostamento più vicino ai luoghi di conflitto». Ed è qui che le questioni diventano meno dirette per l’Ue, ma più durevoli e potenzialmente molto più gravi: «Perché sono associate alla minaccia alla pace, allo sviluppo e alla sicurezza umana nei Paesi africani». Cosa che richiederà nuovi interventi – umanitari o militari – nel continente. Sarebbe perciò un errore considerare come foriero di guai solo una potenziale migrazione di massa verso l’Europa, «perché ciò trascura gli interventi che l’Ue e i Paesi europei potrebbero essere costretti a intraprendere nei prossimi anni, per cercare di riportare la pace a seguito di più larghi conflitti». Si vedano gli sforzi francesi in Sahel, costati la vita a decine di soldati, o l’impennata di rapimenti di operatori umanitari europei nel continente, le cui estorsioni si aggirano su cifre a otto zeri. Uno dei dati a cui bisogna prestare attenzione è legato all’espansione costante dell’Islam radicale, che in Africa trae buona parte del proprio sostentamento proprio dalla tratta degli esseri umani.

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Come ammonisce l’ultimo report dell’Istituto internazionale per l’antiterrorismo israeliano, «il 2020 è stato un anno positivo per le organizzazioni terroristiche islamiche radicali in Africa. Mentre il resto del mondo cercava di contenere e frenare la pandemia di Covid-19, l’attività dei terroristi si è ampliata e […] ha trasformato centinaia di migliaia di persone in rifugiati nei loro Paesi. Ciò ha destabilizzato ulteriormente il lavoro dei governi in vaste regioni del continente. Il ciclo della violenza si è poi esteso ad altri Paesi». Ora, è vero che i grandi numeri relativi agli extracomunitari in Europa riguardano principalmente ricongiungimenti familiari mentre gli sbarchi rappresentano una componente minoritaria rispetto al complesso delle migrazioni. Tuttavia, per i trafficanti di esseri umani resta alta la necessità di alimentare questo specifico business. Continuare a spedire in Italia e altrove sempre più «barconi» è per loro un fattore prioritario perché, una volta pagato in anticipo il viaggio, nessun trafficante si dovrà più preoccupare di gestire quelle persone in loco (che hanno un costo, seppur minimo), né dovrà restituire loro la quota. Anzi, mandarli a morire è la migliore assicurazione per la floridità del loro business criminale. A contribuire all’innalzamento del rischio sopra descritto, c’è anzitutto l’incremento delle attività di Al Qaeda e dell’Isis: accade attualmente in Burundi, Costa d’Avorio, Mali, Tanzania, Ciad, Repubblica Democratica del Congo, Etiopia, Kenya, Mozambico e Senegal, che registrano violenze e stragi senza sosta. Un fatto che crea maggiore domanda di abbandonare il continente. I dati a cavallo tra fine del 2020 e l’inizio del 2021 certificano la tendenza delle fasce più giovani della popolazione africana a ingrossare le fila delle formazioni jihadiste come soluzione alla povertà: spesso, infatti, gli unici stipendi «sicuri» che possono alleviare le difficoltà dei molti milioni di poveri del continente, provengono da lì. È in questo modo che si è arrivati a contare ben 150 gruppi militari tra jihadisti, separatisti o semplici mercenari, molti dei quali formati da «bambini soldato»: del resto, l’età media in Africa è di appena 19 anni (contro i 43 dell’Europa e i 45 dell’Italia). Basti pensare alla vicina Libia, dove le milizie volontarie che dominano l’intera fascia costiera sono costituite da ragazzi pronti a tutto pur di ricevere 150 dollari al mese (quando va bene). Ma il miglior esempio (ovvero il peggiore) lo dimostra quanto accaduto lo scorso 8 gennaio nella città di Mozogo, nel nord del Camerun, dove una ragazzina appartenente alle milizie di Boko Haram – uno dei gruppi terroristici più brutali del mondo, autore nel 2014 del rapimento di 276 liceali, che provocò un’ondata di indignazione internazionale – si è fatta esplodere uccidendo 15 civili, tra cui cinque bambini di età compresa tra i 3 e i 14 anni. L’attacco seguiva le incursioni degli stessi jihadisti in due villaggi del Niger, a ridosso del confine con il Mali, che hanno provocato complessivamente la strage di oltre 100 civili, molti dei quali trucidati mentre ancora dormivano all’interno delle loro case.

Si calcola che, dal 2009 a oggi, Boko Haram abbia provocato la morte di oltre 36 mila persone nell’Africa subsahariana. Soltanto nel 2019 tra Mali, Niger e Burkina Faso, l’Onu ha contato 4 mila morti per terrorismo o comunque per violenza armata. Mentre il Camerun – 25 milioni di abitanti dove dal 2016 è in corso una guerra civile – attualmente registra 680 mila sfollati e oltre 420 mila i profughi provenienti della Repubblica Centrafricana e della Nigeria. Una «bomba umana» di un milione di disperati pronti a tutto pur di scampare a morte e violenza. La situazione è dunque complessa, considerato che negli ultimi cinquant’anni l’Africa ha visto complessivamente più di 70 colpi di stato in 26 paesi diversi (su complessivi 54). Inoltre, diversi Paesi continuano a fare i conti con movimenti armati che rivendicano la sovranità e l’autonomia utilizzando quali strumenti privilegiati proprio il terrorismo e la guerriglia. Ciò nonostante, non va dimenticato che l’Africa è molto diversificata, e che ci sono Paesi che – fino a prima della pandemia – hanno fatto notevoli progressi: Ghana, Angola, Etiopia su tutti. Tutto ciò per dire che l’aumento tendenziale delle conflittualità non si traduce necessariamente in grandi migrazioni, ma di certo ipoteca un futuro senza pace nel Mediterraneo. Come spiega Maurizio Ambrosini dell’ISPI, «non è evidente il collegamento di queste tragedie con le migrazioni su vasta scala, perché per migrare occorrono sempre risorse economiche. È dunque una semplificazione sbagliata pensare che le migrazioni siano appannaggio dei soli poveri». Da ciò si evince semmai come sia probabile che l’Europa e l’Italia debbano farsi carico di un impegno di assistenza non meno gravoso per gli sfollati interni alle nazioni africane rispetto alle migrazioni internazionali. Ne è un esempio l’imminente invio del Portogallo di militari in Mozambico per addestrare e sostenere le forze armate nelle operazioni di contrasto ai jihadisti. O, sempre in Mozambico, l’ennesima evacuazione di dipendenti della compagnia petrolifera francese Total, avvenuta dopo una serie di attacchi terroristici. Senza considerare la presenza di Eni nel Paese, che si è appena rafforzata con l’acquisizione di importanti licenze offshore per l’estrazione di gas naturale. E, ancora, la gestione dei cristiani, la violazione dei diritti umani, i rapimenti degli stranieri, la garanzia della fornitura di derrate alimentari. E, naturalmente, la gestione delle pandemie.

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Stefano Piazza, Luciano Tirinnanzi


takinut@gmail.com

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