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Informazione Corretta Rassegna Stampa
20.09.2020 Ecco la linea ‘indipendente’ del quotidiano di CDB
Commento di Antonio Donno

Testata: Informazione Corretta
Data: 20 settembre 2020
Pagina: 1
Autore: Antonio Donno
Titolo: «Ecco la linea ‘indipendente’ del quotidiano di CDB»
Ecco la linea ‘indipendente’ del quotidiano di CDB
Commento di Antonio Donno

A destra: Carlo De Benedetti

Venerdì 18 settembre, su “Domani”, il nuovo quotidiano di De Benedetti, diretto da Stefano Feltri, nato come risposta al passaggio di mano di “Repubblica” al gruppo Gedi, di John Elkann, con direttore Maurizio Molinari, è apparso un articolo del britannico Mark Leonard, direttore dello European Council on Foreign Relations ed editorialista di molte testate internazionali di grande prestigio sulle elezioni americane e sulla posizione di Donald Trump. La lettura del pezzo di Leonard lascia sbigottiti in molti passaggi e nella sua stessa analisi complessiva. Analizzando le tattiche utilizzate dai cosiddetti leader populisti, tra cui ovviamente Trump, per manipolare i processi elettorali a proprio favore, Leonard cita il russo Vladimir Putin, il turco Recep Tayyip Erdogan, l’ungherese Victor Orbán, il polacco Andrzej Duda, il britannico Boris Johnson e Donald Trump, obiettivo principale della critica, perché le elezioni americane sono imminenti. Leonard elenca quattro criteri di manipolazione delle elezioni da parte dei leader populisti citati. Ma sono il terzo e il quarto criterio a lasciare stupefatto il lettore per la evidente falsità dell’enunciato. Scrive Leonard a proposito del terzo criterio: “Trump e il partito repubblicano vogliono disperatamente privare gli afro-americani del diritto di voto”. Incredibile: quando mai il partito repubblicano si è pronunciato in maniera ufficiale a favore della soppressione del diritto di voto agli afro-americani? Leonard citi con precisione la data dell’evento e il contenuto della decisione. Semmai, avverrà che una parte dell’elettorato afro-americano – quello composto da artigiani, commercianti, bottegai, ristoratori, piccoli imprenditori, che vive del proprio lavoro autonomo e che ha visto devastati, o addirittura distrutti, i propri locali, le proprie botteghe, le proprietà dalla furia dei gruppi di sinistra, anche neri, dopo l’uccisione di George Floyd – vorrà votare Trump perché è dell’avviso che soltanto “law and order” possono garantire la sopravvivenza dei frutti del proprio lavoro. Quando mai Trump ha affermato quel che sostiene Leonard? Al contrario, il presidente è ben consapevole che le distruzioni di cui sono stati vittime molti afro-americani per opera dei gruppi violenti anti-sistema potranno indurli a votare per lui. Il quarto criterio è stato così enunciato da Leonard: “Nel caso degli Stati Uniti, se Trump dichiarasse la vittoria prima dell’arrivo di tutte le schede per corrispondenza, le legislature controllate dai repubblicani negli stati chiave potrebbero terminare il conteggio in anticipo per bloccare quel risultato”. Non ci sono parole per stigmatizzare l’assurdità di queste affermazioni. Ma, al di là di queste puntualizzazioni, è l’asse portante dell’articolo che deve essere contestato a fondo. Leonard accosta la figura di Trump a quella dei leader populisti già citati, i quali si servono del proprio potere per manipolare le istituzioni dei loro paesi anche attraverso l’uso spregiudicato delle fake news. Nel fare questo, il politologo britannico mette sullo stesso piano la struttura istituzionale di Russia, Turchia, Ungheria, Polonia e Stati Uniti, nel senso che le ritiene allo stesso modo manipolabili e rimodulabili a seconda degli interessi dei singoli leader in questione. È un accostamento inconcepibile, profondamente errato. La struttura istituzionale degli Stati Uniti ha una tradizione così radicata, così intensamente innervata dai principi democratici fin dalla sua nascita, così condivisa da un intero popolo, che è impossibile che possa essere stravolta dalle ambizioni di un individuo, per quanto egli possa essere il presidente di quella nazione. Assai diversa è la situazione istituzionale degli altri paesi citati: è addirittura inconfrontabile con quella americana. Polonia, Ungheria, Russia provengono da un passato totalitario e ancor oggi le loro istituzioni risentono pesantemente di una mancanza di democrazia. La Turchia ha subito una profonda involuzione democratica per opera di Erdogan. I loro leader hanno tutto l’interesse di governare una situazione di finta democrazia nei loro paesi al fine di conservare e perpetuare il loro potere. È così negli Stati Uniti? Trump ha il potere di modificare le istituzioni degli Stati Uniti per i propri fini? Per favore, non scherziamo. La campagna elettorale americana è un evento troppo serio per essere esaminata nel modo in cui lo fa Mark Leonard.

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Antonio Donno

takinut@gmail.com

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