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Informazione Corretta Rassegna Stampa
24.02.2020 Chi protegge i piccoli palestinesi?
Commento di Michelle Mazel

Testata: Informazione Corretta
Data: 24 febbraio 2020
Pagina: 1
Autore: Michelle Mazel
Titolo: «Chi protegge i piccoli palestinesi?»
Chi protegge i piccoli palestinesi?
Commento di Michelle Mazel

(Traduzione di Yehudit Weisz)


Risultato immagini per Fatah supports child soldiers and child martyrdom,  boy wants to avenge murderer Abu Laila, “shoot Jews,” “die for Jerusalem”

La Commissione per i Diritti umani delle Nazioni Unite, che conta tra i suoi membri, grandi Paesi democratici come la  Somalia, il Qatar, il Pakistan, la Libia, l’Eritrea e la Mauritania, è così preoccupata da Israele che trascura altri argomenti meno importanti, come il destino dei piccoli palestinesi.  E’ d’altra parte vero che il più grande pericolo che li minaccia non proviene dallo Stato ebraico ma dalle organizzazioni terroristiche palestinesi. All'interno di questi gruppi, il cui unico obiettivo è l’annientamento di Israele, si è subito capito che si poteva disporre di un'arma formidabile utilizzando dei bambini. Hanno escogitato un sinistro stratagemma : chi avrebbe potuto sospettare che un bambino trasporti una bomba nella sua cartella? Fu così che durante la seconda Intifada, erano stati scelti dei giovani palestinesi per perpetrare attentati suicidi.  Tra il 2000 ed il 2004 se ne contano non meno di nove. Altri 40 furono bloccati in tempo. La BBC, per una volta scandalizzata, aveva fatto sentire la sua voce il 3 novembre del 2004: "Gli attentati suicidi perpetrati da bambini devono finire".


"L'esercito israeliano non può sconfiggere Hamas!
Siamo sicuri perché combattiamo...
...da dietro il nostro unico muro di difesa!
I bambini di Gaza!"

Nel frattempo i bambini più piccoli erano stati mobilitati per altri compiti: passare messaggi e fare da intermediari. Era un gioco da ragazzi. Il loro comportamento era sospetto? L'immagine di un bambino spaventato fermato da un soldato che lo costringe a togliersi la camicia per verificare che non stia indossando una cintura esplosiva andrà in giro per il mondo, come quella di un altro soldato che chiede a una bambina di aprire la sua cartella per verificare che contenga solo libri e quaderni. Due esempi tra molti altri: nel marzo del 2004, c'era una bomba nella sacca del piccolo Abdullah Quran, di dodici anni. Una settimana dopo, il sedicenne Hussain Abdo viene fermato a un posto di blocco. Porta una cintura esplosiva. Un robot riuscirà a staccare la cintura, salvandogli la vita. Gli erano stati promessi un centinaio di shekel e 72 vergini in paradiso. Questi sono fatti noti, registrati, riportati da organismi diversi come Human Rights Watch, BBC, Guardian, CNN ecc. Se oggi ci sono meno attacchi suicidi, ciò è dovuto principalmente all'eccezionale lavoro svolto dai servizi di sicurezza israeliani. Per il resto, abbiamo potuto vedere durante le lunghe marce del ritorno che si sono tenute a Gaza, l'uso cinico che Hamas faceva dei bambini: inviati in prima linea, con nelle mani fionde o esplosivi, o utilizzati come scudi umani per nascondere l’avanzata dei militanti palestinesi verso la barriera di sicurezza.  
Ancora una volta, il vantaggio era duplice. Il proiettile avrebbe potuto raggiungere il suo obiettivo; il bambino avrebbe potuto essere ferito in seguito alla reazione israeliana, provocando indignazione da parte dei media. Hamas ovviamente non si ferma qui. Sappiamo che immagazzina armi e missili nei tunnel sotto delle scuole; sappiamo anche che i bambini vengono indottrinati e irreggimentati fin da piccoli, sfilando con orgoglio, con le armi tra le mani o indossando cinture esplosive. Per quanto riguarda l'Autorità Palestinese, lungi dal condannare queste pratiche, essa garantisce tali vantaggi a coloro che compiono attentati che molti giovani passano all’azione, tentati dall'aureola del martire e dalla certezza che alla loro famiglia non mancherà nulla. E la Commissione per i Diritti umani, vi chiederete? Cosa volete, ha altre priorità.

Immagine correlata
Michelle Mazel scrittrice israeliana nata in Francia. Ha vissuto otto anni al Cairo quando il marito era Ambasciatore d’Israele in Egitto. Profonda conoscitrice del Medio Oriente, ha scritto “La Prostituée de Jericho”, “Le Kabyle de Jérusalem” non ancora tradotti in italiano. E' in uscita il nuovo volume della trilogia/spionaggio: “Le Cheikh de Hébron".


takinut@gmail.com

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