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Informazione Corretta Rassegna Stampa
12.01.2020 La politica di Donald Trump verso l'Iran degli ayatollah
Commento di Stefano Piazza

Testata: Informazione Corretta
Data: 12 gennaio 2020
Pagina: 1
Autore: Stefano Piazza
Titolo: «La politica di Donald Trump verso l'Iran degli ayatollah»
La politica di Donald Trump verso l'Iran degli ayatollah
Commento di Stefano Piazza



Ali Khamenei

In barba a tutte le previsioni il Presidente americano Donald Trump è il vero vincitore al tavolo della crisi iraniana esplosa con la morte del Generale Qassem Soleimani. Ma stavolta Trump non ha voluto stravincere lasciandosi andare come fatto nella conferenza stampa nella quale annuncio’ la morte di Abu Bakr Al Baghdadi, a frasi inopportune. Nel discorso che ha tenuto davanti alla stampa internazionale il Presidente è apparso piu’ consapevole del proprio ruolo e anche meno improvvisatore come visto nel recente passato. Donald Trump ha mostrato i muscoli all’Iran sia sulla questione nucleare “finché sarò presidente l’Iran non avrà mai l’arma nucleare”, sia per le nuove sanzioni economiche che colpiranno Teheran, consigliando anche la Germania, la Francia, la Cina, la Gran Bretagna e la Russia ad uscire dall’accordo sul nucleare siglato nel 2015.


A proposito dell’accordo denominato “Joint Comprehensive Plan of Action” (Jcpoa) siglato il 14 luglio del 2015 dopo circa due anni anni di negoziati l’allora presidente americano Barack Obama grande sponsor dell’intesa, aveva definito la firma del Jcpoa come “un accordo storico che avrebbe impedito all’Iran di avere un arsenale nucleare rendendo il mondo più sicuro”. Durante le trattative e subito dopo la firma si levarono voci discordanti in ampi strati dell’opinione pubblica americana che parlarono di “accordo umiliante per gli Stati Uniti” visto che nelle more dell’accordo, c’èra il rilascio di cinque prigionieri americani detenuti illegalmente e quindi utili a far cedere gli Usa nel negoziato, dal regime degli Ayatollah sciiti di Teheran. Negli ambienti militari l’accordo venne digerito a fatica ma qui le perplessità erano relative al fatto che non venivano affrontati i traffici di materiale nucleare tra l’Iran e la Corea del Nord. Un malcontento che Donald Trump seppe intercettare già durante la campagna elettorale nella quale si scaglio’ contro Barack Obama e i democratici per aver voluto e firmato l’accordo a tutti i costi. A tal proposito sulla stampa USA apparvero articoli nei quali i funzionari americani ed in particolare il Vice Presidente John Kerry, venivano descritti come “degli accampati a Vienna” in attesa di firmare l’accordo. Per contro Israele non nascose mai la sua contrarietà al testo che venne subito bocciato come “errore storico” dal Primo Ministro Benjamin Netanyahu; “Israele non è vincolato da questo accordo con l’Iran, perchè l’Iran continua a cercare la nostra distruzione , e noi continueremo sempre a difenderci”. Nel prossimo decennio questo accordo garantirà all’Iran centinaia di miliardi di dollari con la fine delle sanzioni che consentiranno a Teheran di ricominciare a vendere il suo petrolio sui mercati internazionali. Una buona parte di questi fondi sarà utilizzata per diffondere il terrorismo e per accrescere gli sforzi di distruggere Israele. In maniera stupefacente questo cattivo accordo non esige in alcun modo dall’Iran di cessare la propria aggressività”. Le potenze mondiali, hanno scommesso sul nostro futuro collettivo”. Con l’avvento di Trump alla Casa Bianca gli israeliani intensificarono le loro indagini che avevano come obbiettivo quello di provare come l’Iran avesse (fin da subito violato) le intese raggiunte nel 2015. Nel 2018 nel corso di una riunione del governo israeliano in tema di sicurezza venne audito il capo del Mossad Yossi Cohen, che secondo alcune fonti avrebbe affermato “Come capo del Mossad, sono sicuro al 100 per cento che l’Iran non ha mai abbandonato il suo piano nucleare militare per un secondo. Questo accordo consente all’Iran di raggiungere questo obiettivo. Per questo motivo ritengo che l’accordo debba essere completamente modificato o annullato. Comporta un pericolo esistenziale per Israele” Poi il 2 maggio del 2018 la pirotecnica conferenza di Benjamin Netanyahu nella quale vennero mostrate le prove raccolte dal Mossad, dell’inganno messo in atto dagli iraniani. Il resto è storia nota. Per tornare a Donald Trump durante la sua conferenza stampa dopo aver mostrato i muscoli, ha lasciato aperta la porta ad una possibile rinegoziazione dell’accordo sul nucleare affondato dagli USA l’8 maggio 2018. A prima vista potrebbe sembrare una delle molte (troppe) giravolte e bizzarrie del tycoon (alle quali ci ha abituato), ma stavolta non è cosi’. Il Presidente americano che si è subito assunto la responsabilità politica dell’eliminazione del Generale Qassem Soleimani capo della Niru-ye Qods, l’unità delle Guardie della Rivoluzione responsabili per la diffusione dell’ideologia khomeinista fuori dalla Repubblica Islamica ucciso lo scorso 3 gennaio 2020 insieme al numero due della milizia paramilitare sciita “Hashd Shaabi” Abu Mahdi al-Mohandes, stavolta si è mosso seguendo una logica precisa. In primo luogo Donald Trump eliminando Soleimani ha rimesso Teheran nell’angolo dopo che per mesi e mesi da Teheran erano arrivate provocazioni e vere e proprie sfide, una su tutte l’assalto all’ambasciata Usa di Baghad del 31 12.2019 compiuta da dimostranti filoiraniani, senza contare in precedenza l’attacco ai pozzi petroliferi sauditi del 14 settembre 2019 altro atto chiaramente ascrivibile all’Iran L’accelerazione pero’ è arrivata con le prove raccolte dalla CIA in merito ad imminenti azioni contro cittadini americani non solo in Iraq ( in Libano e in Siria). Con la sua morte Donald Trump ha cosi’ mandato il seguente messaggio agli ayatollah; “chi va oltre il consentito con me muore”; nulla di nuovo visto che la tutela degli interessi americani è il manifesto politico del Presidente USA che piaccia oppure no. Ed è in questo contesto che va visto l’enorme danno creato all’Iran; Qassem Soleimani era un militare di grande valore, uomo intelligente e abile nelle azioni “mordi e fuggi”, negli anni aveva costruito una gigantesca rete di contatti sparsi per il mondo con i quali aveva pianificato attentati, uccisioni mirate e ogni genere di attività contro i suoi nemici giurati; Israele e Stati Uniti oltre a reprimere il dissenso nel suo paese come mostrano le oltre 12.000 sparizioni di persone in Iran solo tra il 2015 e il 2017. La morte di Qassem Soleimani è una vera mazzata per Repubblica Islamica, con lui il regime non solo il generale ma una figura politica che ispirava la spegiudicata politica estera iraniana al punto che lui stesso, forte della sua popolarità cullava il sogno di diventare presidente ( in Iran si voterà nel 2021). Prima di morire Soleimani aveva pianificato una serie di attività utili a causare la reazione muscolare degli USA in modo da scatenare secondo i suoi piani, le proteste della popolazione civile. Ma aver toccato un ambasciata ha sancito la sua morte. Le ambasciate e le sedi consolari sono un nervo scoperto degli Stati Uniti; nel paese non si è mai rimarginata la ferita provocata dalla crisi degli ostaggi in Iran del 1979 che sanci’ anche la fine politica dell’allora presidente americano Jimmy Carter, cosi’ come è una ferita ancora aperta l’attacco terroristico all’ambasciata di Bengasi dell’11 settembre 2012 che vide la morte dell’ambasciatore Chris Stevens e di altri tre cittadini americani. Sullo sfondo di questa questa drammatica vicenda mai davvero chiarita, restano le pesanti accuse al dipartimento di Stato, all’epoca guidato da Hillary Clinton, sospettata di aver nascosto le falle nella gestione della sicurezza dell’ambasciatore Stevens. Infine Donald Trump con l’uccisione di Soleimani, ha fatto sparire dalla cronaca la vicenda dell’impeachement promosso contro di lui dai Democratici. I numeri dicono che si tratta di una missione impossibile, un arma politica spuntata che rischia di trasformarsi concretamente in un favoloso assist per sua rielezione. In attesa di capire come si riorganizzerà l’Iran e di conoscere che tipo di reazioni ci saranno dopo l’ammissione iranianana in merito all’abbattimento del Boeing 737-800 della Ukraine International Airlines (Uia) precipitato con 176 persone a bordo, (tutti deceduti) mercoledì 8 gennaio 2020, due minuti dopo il decollo da Teheran e che secondo le autorità iraniane “stava cercando di tornare indietro”, chi pensava che Trump si muovesse senza una strategia precisa deve ricredersi (compreso chi scrive). Sull’abbattimento dell’aereo ucraino il Presidente iraniano Hassan Rohani in un tweet ha manifestato tutto il suo dispiacere; “La Repubblica islamica dell’Iran si rammarica profondamente per questo errore disastroso e le indagini proseguiranno per identificare e perseguire gli autori di questa grande tragedia” e questo sbaglio imperdonabile”. Per tornarte a Donald Trump il bilancio della sua Presidenza fin qui è in chiaroscuro; del meravigliso piano per le infrastrutture promesse in campagna elettorale per il paese non c’è nulla, il cima politico con lui alla Casa Bianca è perennemente incandescente e poco o nulla viene fatto per migliorarlo, il gigantesco conflitto di interessi che la sua famiglia ha portato negli affari dello Stato americano pesa come un macigno mentre il muro con il Messico, non si farà mai. Sempre a livello di politica interna i cambiamenti vorticosi del suo staff rendono indecifrabile lo stato dei rapporti tra burocrazia e Presidente anche se non paiono dei migliori. Lo stesso vale per le agenzie di intelligence che non lo hanno mai amato essendo peraltro ricambiate. In politica estera molte scelte del Presidente appaiono incomprensibili, il rapporto ondivago con la Cina e con la Corea del Nord, il pessimo rapporto con l’UE senza parlare dei pasticcio “Russiagate”e il tradimento servito ai curdi oltre alla strategia sul “Siraq” del “restiamo/andiamo via”. Cosa farà con Erdogan se davvero invaderà la Libia nessuno lo puo’ prevedere. Altro punto interrogativo. Ma l’uomo abbiamo visto quanto sia è tenace e dannatamente realista, quanto sia abile nel suo minacciare, se occorre colpire e di seguito se occorre, blandire e continuare a negoziare. Ha obbligato i sauditi a tagliare ogni rapporto diretto con i terroristi obbligandoli anche a varare un legge specifica molto severa e i risultati si vedono anche in Europa visto che le fonti di finanziamento ai gruppi radicali provenienti dall’Arabia Saudita sono in discreta crisi, sul fronte del terrorismo ha fatto uccidere molti terroristi tra i quali due pesi massimi, Abu Bakr Al Baghdadi e Qassem Soleimani. A questo va aggiunto lo stato dell’economia americana che funziona molto bene e non è certo un dato secondario. Tutto questo seppur tra mille e mille contraddizioni potrebbe anche bastargli per succedere a se stesso. Specie se i Democratici insisteranno a volerlo eliminare della scena politica per via giudiziaria anziché politica.

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Stefano Piazza

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