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Informazione Corretta Rassegna Stampa
09.12.2019 IC7 - Il commento di Giovanni Quer: Israele alla ricerca di un governo in un Medio Oriente che cambia
Dal 2 al 7 dicembre 2019

Testata: Informazione Corretta
Data: 09 dicembre 2019
Pagina: 1
Autore: Giovanni Quer
Titolo: «IC7 - Il commento di Giovanni Quer: Israele alla ricerca di un governo in un Medio Oriente che cambia»
IC7 - Il commento di Giovanni Quer
Dal 2 al 7 dicembre 2019

Israele alla ricerca di un governo in un Medio Oriente che cambia

Risultati immagini per gantz netanyahu+
Benny Gantz, Benjamin Netanyahu

Con la scorsa settimana si è quasi concluso il periodo che Netanyahu e Gantz avevano per la formazione di un nuovo governo. Il presidente di Shas (Il partito ortodosso sefardita) Arieh Dery Aveva proposto il mese scorso la possibilità di eleggere direttamente il Primo Ministro. Ora è lo stesso Netanyahu che hai ripreso la proposta nella speranza di battere il rivale Gantz. In ogni intervista e in ogni dibattito i membri dei rispettivi partiti si accusano a vicenda di impedire la creazione di un governo di unità nazionale. Anche se dovesse essere eletto un Primo Ministro con elezione diretta rimangono due i problemi da superare: nessuno dei due candidati avrebbe una maggioranza parlamentare su cui contare, pertanto rimarrebbe comunque aperta la questione di come si potrà formare un governo di unità nazionale; il secondo problema riguarda le elezioni in sé, cioè un altro ingente investimento nell’organizzazione della giornata elettorale e soprattutto la bassa volontà dei cittadini ad andare di nuovo alle urne. La situazione è ulteriormente complicata dalle accuse di corruzione che pendono su Netanyahu. Nonostante siano scesi in piazza dei suoi sostenitori due settimane fa, la sua figura e discussa anche all’interno del Likud: una nuova leadership potrebbe ricreare quel consenso ampio su cui contava il partito di centro destra. Gideon Sa’ar, ex Ministro dell’Interno, sta emergendo come prossimo leader del Likud, ma la Sua proposta di organizzare primarie per il partito ha creato un’ulteriore frattura tra i sostenitori di Netanyahu e quelli che vorrebbero un cambiamento alla guida della destra. Tra le conseguenze più gravi del dibattito sulle accuse di corruzione contro Netanyahu vi è la campagna contro il sistema giudiziario, sostenuta da diversi politici e attivisti pro-Netanyahu. Le accuse di attivismo incontrollato, di tentativo di colpo di stato, di politicizzazione dell’azione penale si sommano alla campagna di delegittimazione della Corte Suprema condotta sotto il precedente governo dalla destra religiosa e da parte del Likud. L’ex presidente della Corte Suprema Aharon Barak ha pronunciato delle parole di critica alle esternazioni dei politici contro il sistema giudiziario, sostenendo che le voci populiste si sono fatte sempre più comuni. Il rampante populismo, la frattura di fiducia tra popolazione e autorità giudiziaria potranno far diventare Israele come l’attuale Polonia o Ungheria, mette in guardia Barak. La presidente Esther Hayut ha anche criticato le correnti di delegittimazione contro l’autorità giudiziaria, individuando una crisi dello stato di diritto. Durante la precedente campagna elettorale, Ayelet Shaked e Naftali Bennet avevano adottato lo slogan: “vinceremo la Corte Suprema e vinceremo Hamas”. Chi governa, però, si trova a dover aver a che fare con la realtà, e a dover fare compromessi con la propria agenda ideologica. Naftali Bennet, da quando è diventato Ministro della Difesa, ha smesso i proclami su Gaza, le promesse di invasioni armate o grandi operazioni militari, e per ora continua la politica che l’esercito ha potuto liberamente definire senza Ministro. Una politica decisa e assertiva, con una certa apertura verso Hamas. Bennet ha di recente annunciato che verificherà la possibilità di costruire l’isola artificiale al largo delle coste di Gaza come anche la costruzione di un aeroporto. A Ramallah le parole di Bennet hanno un altro significato: dietro le parole di accusa ad Israele di voler dividere tra Gaza e West Bank, si nasconde il timore dell’Autorità Palestinese che Israele stia conducendo un dialogo segreto con Hamas per arrivare a un accordo di più lungo termine. Forse a Ramallah si teme anche che Israele si stia preparando all’era post-Abu Mazen, che sarà con molte probabilità dominata da Hamas. Dopo l’attacco a Jihad Islamico, l’operazione militare “Cintura Nera”, Hamas non ha partecipato ai lanci di missili ed aveva anche contenuto le dimostrazioni al confine fino allo scorso fine settimana: scontri ai confini il venerdì, 3 missili lanciati su Israele e la risposta militare (tra cui un campo militare di Hamas, una postazione di vedetta, una postazione della marina di Hamas a nord della Striscia di Gaza). Israele ha di nuovo chiarito che ritiene Hamas responsabile di tutto quello che accade a Gaza, mentre è ripreso quello che viene definito in ebraico “tiftuf” (pioggerella, gocciolio), cioè il lancio contenuto ma costante di missili da Gaza. Fatah ha dato ordine ai suoi membri di boicottare gli ospedali e i centri medici in Israele, per dimostrare un po’ di forza - ma non è chiaro come questo possa essere utile nel lungo termine. La paura di un colosso dell’Autorità Palestinese è comune anche alla Giordania, che sia sta allontanando sempre più da Israele. C’è chi sostiene che l’allontanamento sia dovuto alle pressioni interne dei palestinesi e degli islamisti, mentre altro sostengono che sia un’esclusiva conseguenza della frustrazione giordana per la politica israeliana e americana. La Giordania vuole uno Stato palestinese perché lo considera parte della propria sicurezza nazionale. Non è chiaro dove la politica di Trump andrà, né è chiaro se l’accordo del secolo contenga la soluzione due popoli-due stati (che il Congresso ha inserito in una dichiarazione adottata la scorsa settimana in condanna alla politica estera di Trump). Inoltre il piano di annessione della Valle del Giordano, annunciato da Netanyahu forse solo come trovata elettorale, ha inasprito l’ostilità già esistente tra i due Stati. La Giordania teme una massiva immigrazione palestinese, forse anche in conseguenza un’espulsione dei palestinesi da parte di Israele in territorio giordano - che ritiene ancora probabile. Infine, la Giordania non ama esser trattata come un soggetto di poco valore: l’America non ha ancora nominato un ambasciatore, Israele non parla abbastanza con Amman, nessuno la coinvolge nelle grandi discussioni. Un deterioramento delle relazioni con la Giordania sarebbe un disastro per Israele, in particolare per la cooperazione tra i due stati nel campo della sicurezza che ha dato ottimi risultati negli ultimi quindici anni.

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Terroristi di Hamas

Un altro focolaio di preoccupazione è l’esercitazione che Israele ha effettuato questa settimana - il lancio di un missile da una base militare nel centro di Israele - di cui nulla si sa (di solito il Ministero della Difesa dà dettagli). L’Iran ha interpretato l'evento come una prova di lancio di missile balistico ed ha invitato gli stati occidentali a condannare la forza militare e nucleare israeliana. A Teheran si annunciano le riprese del progetto nucleare, mentre Europa, Cina e Russia studiano la possibilità di altri incentivi economici per fermare Teheran e contenere le conseguenze della politica americana. L’Iran persiste la politica militare di egemonia locale: mentre Israele è capace di contenere le azioni iraniane in Siria, cosa potrebbe accadere se Teheran avesse già armato le milizie Houthi che controlla in Yemen trasferendo missili balistici e a lunga gittata?  Il Ministro Katz in un’intervista al Corriere della Sera sostiene che un attacco a Teheran non è da escludersi, assieme all’Unione degli Emirati e all’Arabia Saudita, con cui la cooperazione si starebbe intensificando. La politica di controllo regionale dell’Iran attraverso gruppi e milizie controllate e finanziate da Teheran incomincia a vacillare. In Libano le proteste contro la dirigenza politica corrotta e la crisi economica sono anche dirette contro Hezbollah le cui istituzioni pesano sull’economia libanese. In Iraq la situazione è ancora più grave. Solo negli ultimi giorni una ventina di persone sono morte in un attacco ai manifestanti che è stato attribuito alle milizie pro-iraniane. Il primo ministro iracheno, legato a Teheran, si è dimesso dopo l’inizio delle proteste, che in due mesi hanno fatto più di 430 morti. Teheran considera l’Iraq una provincia sciita, ma non sempre l’identità religiosa o culturale prevale nella definizione degli orientamenti politici. In Iraq i leader sciiti si sono espressi contro l’influenza iraniana e il popolo dimostra un minimo di identità di Stato nelle proteste contro il governo. La guida religiosa al-Sistani ha condannato la violenza contro i dimostranti, ha chiamato alla continuazione delle proteste e ha denunciato le influenze straniere. Anche Moqtada al-Sadr, più legato a Teheran, ha da quasi due anni rotto i rapporti e appoggiato una politica di indipendenza, chiedendo alle forse di sicurezza di proteggere i dimostranti e sostenendo le proteste. Con lo slogan “al-Sistani, siamo i tuoi soldati”, le proteste continuano e Teheran non è ben voluta in Iraq. Non solo Baghdad, anche Tehran è sotto sopra, ma poco si sa di quel che accade dopo l’interruzione dei servizi accesso a internet e l’isolamento dal web. Esser un “super power”  non è facile e finanziare generosamente milizie per garantirsi il controllo del territorio non basta. Bisogna fare i conti con la popolazione locale, con le amministrazioni e i governi, con la crisi economica che alle volte sono fattori molto più forti dell’identità settaria. Non significa però che l’Iran intraprenderà una politica più mite, anzi, Teheran ha dimostrato di reagire in maniera più aggressiva alle politiche assertive.


Giovanni Quer (1983), direttore del Centro Kantor per lo studio dell'Ebraismo Europeo Contemporaneo e dell'antisemitismo, Università di Tel Aviv.

takinut@gmail.com

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