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Informazione Corretta Rassegna Stampa
30.11.2019 'Le diciotto frustate', di Assaf Gavron
Recensione di Giorgia Greco

Testata: Informazione Corretta
Data: 30 novembre 2019
Pagina: 1
Autore: Giorgia Greco
Titolo: «'Le diciotto frustate', di Assaf Gavron»
Le diciotto frustate
Assaf Gavron
Traduzione di Shira Katz
Revisione di Shulim Vogelmann
Giuntina
Euro 18

Risultati immagini per 'Le diciotto frustate', di Assaf Gavron

Ha raccontato il terrorismo con il primo romanzo “La mia storia, la tua storia” (Mondadori, 2009) mettendo in scena, in un racconto intriso di humour nero, due personaggi credibili: l’israeliano Eitan Enoch sfuggito a tre attentati terroristici e il palestinese Fahmi con l’intento di rappresentare due punti di vista opposti e inconciliabili. Ha raccontato un Israele proiettato nel 2067 in un libro intitolato “Idromania” (Giuntina, 2013), a metà strada fra fantascienza e iperrealismo, per invitarci a riflettere sulla necessità di un’educazione al risparmio idrico e sui rischi di un mondo ipertecnologico che può annullare la creatività e la libertà delle persone. Ci ha portato a conoscere gli insediamenti in Cisgiordania ambientando il suo terzo romanzo “La collina” (Giuntina, 2015) nell’insediamento immaginario di Maalè Chermesh in un racconto corale centrato sulle vicende di due fratelli che simboleggiano i due volti complementari di Israele: l’atteggiamento laico e quello religioso. Assaf Gavron, talentuoso scrittore israeliano nato ad Arad nel 1968, traduttore in ebraico di autori del calibro di Philip Roth e Safran Foer, giornalista, appassionato di calcio e cantante in gruppo rock torna in libreria con un romanzo originale “Le diciotto frustate” (Giuntina) per riportare alla luce una vicenda dimenticata accaduta negli anni Quaranta, quel periodo storico che segnò la transizione dal Mandato britannico alla nascita dello Stato d’Israele.

Con il ritmo incalzante del thriller l’autore mette in scena la fragilità degli esseri umani, spesso vittime delle proprie passioni e destinati a soccombere all’incalzare di eventi imprevedibili. Siamo nel 1946 in Palestina quando due soldati dell’esercito britannico, James Whilshere, detective, e Edward O’Leary, camionista nella Sesta Divisione Aerea incontrano a Haifa due giovani ebree, Lotte Pearl e Rutie Spielberg. Tra i quattro si crea un’amicizia sulla base comune dell’amore proibito tra coppie miste. Dopo più di mezzo secolo quei giovani amanti ormai ottantenni e con qualche acciacco di salute si ritrovano a Tel Aviv per l’evolversi di una vicenda dai tratti misteriosi e inquietanti che mostra come il passare del tempo non abbia assopito le passioni di gioventù. Nonostante il trascorre degli anni e un segreto doloroso che viene alla luce dopo tanto tempo, Edward O’Leary che ha avuto una carriera di successo nel commercio dei diamanti e Lotte Pearl si riscoprono innamorati come ragazzini “….Se ci amavamo a diciassette anni, perché non farlo ora? Eravamo di nuovo come dei bambini. Ingenui innamorati, due persone che dopo tutto il lungo giro della vita hanno capito che insieme si sentono a casa. Lo sentivamo nel profondo delle nostre vecchie ossa…erano delle emozioni e delle sensazioni che non sentivo da decenni…” Dopo una settimana di idillio Edward muore in circostante misteriose: troppi sono i punti oscuri per pensare a un decesso naturale. Con il cuore gonfio di angoscia e la mente pervasa dai ricordi Lotte sale sul taxi che la porta al cimitero di Trumpeldor per il funerale dell’uomo che ha amato. Con un’originale intuizione letteraria l’autore fa entrare in scena un personaggio già conosciuto dai lettori: Eitan Einoch, detto Tanin. Vi ricordate l’israeliano del romanzo “La mia storia, la tua storia”, quello che scampa a ben tre attentati terroristici? Ora fa il tassista, è separato da Duci, di professione avvocato divorzista, ha una bimba Noga di cinque anni e un amico di lunga data, Bar. Fra l’anziana signora dai modi eleganti e raffinati e il giovane tassista, appassionato di pugilato e con velleità da investigatore nasce una solida amicizia basata sulla reciproca fiducia e quando Lotte chiede a Eitan di investigare sulla morte di Edward temendo anche lei di essere assassinata prende avvio un’indagine dai contorni sfumati che vede coinvolti non solo Rutie Spielberg e James Whilshere ma anche una nipote di Lotte dal passato oscuro e un nipote di Edward giunto in Israele, a suo dire, per aiutare il nonno in questioni burocratiche. Con l’aiuto di Bar, l’amico che lavorava con lui alla Time’s Arrow negli anni degli attentati, Eitan, destreggiandosi fra impegni familiari, allenamenti di pugilato e corse col taxi per accompagnare i clienti da un capo all’altro di Israele, inizia un’indagine che finirà per portare alla luce una vicenda dolorosa i cui contorni, seppur sfocati dal fluire del tempo, tornano a far soffrire come allora. Pagina dopo pagina, ascoltando i protagonisti rievocare i fatti dell’epoca, seguendo le indagini dei due investigatori dilettanti si compone il puzzle della storia mentre l’autore ci conduce per mano nella Palestina degli anni Quaranta. Dopo alcuni scontri fra le organizzazioni di Resistenza ebraiche e i soldati dell’esercito britannico alcuni combattenti ebrei sono catturati e condannati all’impiccagione mentre a un giovane di sedici anni, scampato alla morte, sono comminate diciotto frustate: una pena molto umiliante per i membri dell’Etzel, destinata ad avere gravi ripercussioni per gli Inglesi. Perché alla fine di una piacevole giornata trascorsa in compagnia di Rutie e Lotte i due giovani ufficiali dell’esercito britannico, James ed Edward, vengono prelevati dai membri dell’Etzel e sottoposti alla medesima punizione delle frustate! Come avevano fatto i membri dell’Etzel a conoscere i loro spostamenti? E’ possibile che chi diceva di amarli avesse tradito la loro fiducia e voltato le spalle all’amore? Non è possibile raccontare di più della trama senza incorrere in uno spoiler perché il romanzo dal ritmo incalzante e con la suspense del giallo riserva ad ogni pagina una nuova sorpresa fino all’epilogo inatteso. Ben delineati i protagonisti nei quali Gavron coglie con rara sensibilità le mille sfaccettature della psicologia umana e noi lettori camminiamo a fianco dei personaggi appassionandoci di vite che non sono le nostre ma in cui troviamo qualcosa di noi che è esattamente quanto ci aspettiamo da un romanzo di qualità. Lotte, sotto un’apparente leggerezza e sensualità, nasconde una tenace volontà di proteggere la nipote invischiata in loschi affari ma anche un oscuro segreto che solo nelle ultime pagine sarà svelato; Rutie da giovane donna brillante, pronta a mordere la vita, si è trasformata in un’anziana ombrosa, preda dei fantasmi del passato; James, colpito nel fisico da un’ invalidità permanente, amareggiato da ciò che scopre sul passato della donna amata in gioventù, è ora un anziano emotivamente instabile e incapace di affrontare l’ennesimo sgarbo del destino; Eitan, il personaggio più accattivante e la cui fragilità suscita immediata empatia nel lettore, è un giovane uomo che si interroga sulle scelte della vita, alla costante ricerca di se stesso e di un giusto equilibrio nel ruolo di genitore e di compagno. In quest’ultima opera Gavron si cimenta con un pezzo di Storia israeliana molto discussa e invita alla riflessione su quel periodo storico perché – pare dirci – i torti non sono mai tutti da una sola parte. Del resto l’autore israeliano si distingue per l’empatia nei confronti dei suoi personaggi, oltre che per la capacità di assumere il punto di vista di chi è diverso, senza mai ergersi a giudice. Nel romanzo “Le diciotto frustate” Assaf Gavron affronta in modo magistrale e con un pizzico di umorismo il tema della vecchiaia e dei ricordi che porta con sè, dell’amore che può nascere o rinascere a qualsiasi età sconvolgendo vite sino ad allora monotone, della solitudine e dell’assenza di emozioni in cui spesso vive l’anziano, della difficoltà per un genitore single di conciliare i problemi di lavoro con le esigenze emotive dei figli in situazioni di crisi coniugale. Sono tutte tematiche dal respiro universale che riguardano ogni persona indipendentemente dal paese o dalla condizione in cui vive perché la fragilità è una delle caratteristiche dell’essere umano a cui si può opporre la forza dei sentimenti e la fiducia in un futuro migliore, anche se può essere di breve durata.


Giorgia Greco

takinut@gmail.com

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