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Informazione Corretta Rassegna Stampa
09.10.2019 Gli USA abbandonano gli alleati?
Analisi di Giovanni Quer

Testata: Informazione Corretta
Data: 09 ottobre 2019
Pagina: 1
Autore: Giovanni Quer
Titolo: «Gli USA abbandonano gli alleati?»

Gli USA abbandonano gli alleati?
Analisi di Giovanni Quer

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Il sultano Erdogan

Cosa significa per Israele Ron Ben Ishay scrive oggi su Ynet un articolo intitolato: “Sola di fronte una sorpresa iraniana”. Non solo Israele teme un prossimo attacco iraniano, ma anche le decisioni di Trump fanno aumentare i dubbi sul prossimo futuro della regione. I primi a reagire alla politica isolazionista di Trump sono l’Arabia Saudita e dagli Emirati. Dopo l’attacco in territorio saudita, gli USA non hanno reagito. L’Arabia Saudita non è una potenza militare, e la continua lotta contro le milizie Houti in Yemen ha indebolito l’apparato di difesa. L’Iran continua le proprie azioni militari anche nel Golfo Persico, senza incontrare una reazione da parte di USA e alleati. Le minacce di Trump si limitano alla politica di sanzioni economiche, e così anche verso la Turchia. Finora le sanzioni non hanno fermato l’Iran, che ha continuato ad agire militarmente contro tutti gli alleati USA. Anche se la strategia iraniana di colpire Israele dalla Siria non ha finora funzionato grazie all’intelligence israeliana e agli attacchi a depositi di armi e basi militari, ciò non vuol dire che il regime iraniano abbia abbandonato l’obiettivo di attaccare Israele. Al contrario, gli attacchi iraniani in Arabia Saudita e le azioni nel Golfo Persico hanno fatto capire al regime che può agire indisturbato senza contromisure - non dagli Stati Uniti e di sicuro non dagli alleati nella regione, cui l’America dà armi ma non un reale sostegno militare.

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Peshmerga kurdi siriani

Così Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti hanno accolto le proposte di mediazione prima del Pakistan, fallita, e poi dell’India, per arrivare a un accordo con l’Iran. Se questo fosse lo sviluppo politico nella regione, allora l’avvicinamento tra Israele e i Paesi arabi si annullerebbe nel mare di ostilità ideologica temporaneamente messa da parte solo per questioni strategiche - cioè la comunanza dell’interesse anti-iraniano. Il Capo di Stato Maggiore Aviv Kochavi, in una cerimonia militare, ha parlato per la prima volta della possibile escalation contro l’Iran, assicurando che “Israele reagirà con forza”. Secondo ben Ishay un possibile attacco durante la giornata di Kippur, come nel 1973, non sarebbe possibile, ma si sta avvicinando la possibilità di uno scontro diretto tra forze iraniane e israeliane. In questa direzione anche le dichiarazioni di Netanyahu, che starebbe preparando le condizioni per un aumento del budget militare con il prossimo Gabinetto di Sicurezza. I curdi già conoscono il ritiro americano e hanno dichiarato che sono pronti a combattere dovesse la Turchia incominciare una guerra nel Nord della Siria. Il Kurdistan iracheno si è già mosso, incontrando il Ministro degli Esteri russo, nella speranza che sia Mosca a contenere la volontà turca di combattere i curdi. Anche l’Iran sarebbe contraria a un’azione turca, che secondo fonti curde sarebbe già iniziata con bombardamenti a villaggi presso il confine. Il problema è che l’Europa non agirà per non dover affrontare un’altra ondata di immigrazione incontrollata dovesse Erdogan aprire di nuovo le frontiere, e soprattutto liberare i combattenti di Daesh che gli USA passeranno al controllo di Ankara. Le SDF (Syrian Democratic Forces) hanno lanciato un appello a tutti i curdi, agli assiri e ai siriaci (cioè i cristiani) e agli arabi di unirsi per difendere il territorio contro le mire turche. Per quanto siano struggenti le parole della leadership curda che di sicuro incontra la volontà di assiri e siriaci a unirsi contro le truppe di Ankara, il problema è quale capacità militare abbia la colazione curda per opporsi all’esercito turco e ai suoi aerei. Trump punta tutto sulle sanzioni economiche, che finora non hanno dato grandi frutti. Gli alleati arabi cosiddetti “moderati” hanno capito che non possono fare affidamento su Washington e non potendo far fronte alla potenza militare iraniana, non rimane che cercare un accordo. Se dovessero spostarsi sull’asse iraniano, con un’America dalla politica imprevedibile, significherebbe il completo isolamento di Israele. Gerusalemme sa di essere completamente sola nella regione, nonostante il timido avvicinamento ad alcuni Paesi arabi, ma ora lo è ancora di più.

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Giovanni Quer (1983), direttore del Centro Kantor per lo studio dell'Ebraismo Europeo Contemporaneo e dell'antisemitismo, Università di Tel Aviv.


takinut@gmail.com

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