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Informazione Corretta Rassegna Stampa
11.09.2019 La corsa dell’Iran al nucleare e i piani di Trump
Analisi di Giovanni Quer

Testata: Informazione Corretta
Data: 11 settembre 2019
Pagina: 1
Autore: Giovanni Quer
Titolo: «La corsa dell’Iran al nucleare e i piani di Trump»
La corsa dell’Iran al nucleare e i piani di Trump
Analisi di Giovanni Quer

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Lunedì in un attacco aereo tra la cittadina siriana di Albukamal e la cittadina irachena Hit, sono state distrutte almeno 10 costruzioni in una base militare delle PMF (hashd a-shab, forze di mobilizzazione popolare), milizie sciite irachene. Secondo l’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani, con sede a Londra, sono stati uccisi 18 miliziani, compresi degli iraniani - secondo fonti locali i morti sarebbero 21. L’area della struttura militare è strategica, perché sarebbe nella fascia territoriale su cui l’Iran tenta di stabilire il proprio controllo per avere un corridoio diretto da Teheran a Beirut. Le PMF sono una struttura paramilitare ben organizzata, con forti legami con la presidenza irachena, le Guardie della Rivoluzione iraniane e Hezbollah. Comprendono per la maggior parte milizie sciite di diversa ispirazione, ma anche una minoranza di sunniti, cristiani e yazidi che si sono uniti per combattere Daesh nel governatorato di al-Anbar. Intanto Netanyahu rivela un altro sito nucleare segreto ad Abadeh, in una conferenza stampa simile a quella di un anno e mezzo fa, quando Netanyahu aveva rivelato il sito nucleare di Turquzabad (dove l’Agenzia per l’Energia Atomica avrebbe trovato tracce di uranio nell’analisi di campioni di terreno). Anche in questo caso le immagini satellitari mostrano costruzioni successivamente distrutte, evidentemente dopo che gli iraniani hanno capito di esser sotto osservazione (tra giugno e luglio 2019). Il sito non sarebbe distante dalla centrale nucleare di Natanz, dove l’Iran arricchiva uranio prima dell’accordo JCPOA del 2015. La rivelazione arriva una settimana prima delle elezioni in Israele, e in molti criticano Netanyahu di utilizzare la questione iraniana per la propria campagna elettorale. Il tempo è anche “propizio” come messaggio agli Stati Uniti. Trump ha sempre detto che vuole parlare con l’Iran. Il ritiro dall’accordo del 2015, le sanzioni imposte all’Iran, la pressione politica (strategia di Pompeo) hanno convinto Israele che il cambiamento politico rispetto alla presidenza Obama fosse netto.

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Da qualche mese però, Israele non è più sicura. Trump vuole parlare con Rouhani, e la Francia sta dando una mano. Gli USA vogliono un accordo che sia migliore del JCPOA, mentre l’Europa vuole per forza un nuovo accordo. Rouhani sarebbe fors’anche disposto a parlare con Trump, ma ha due maggiori impedimenti: la Guida Suprema Khamenei e Qassam Suleimani, a capo delle forze speciali Quds, i cui piani geopolitici non comprendono il dialogo. A Gerusalemme si teme che l’imprevedibilità di Trump possa nuocere a Israele dovesse esserci un accordo con l’Iran. Non sembra esser cambiata la politica americana verso l’Iran che continua a esercitare pressioni sempre più forti. Alcuni leggono nella politica USA un cambiamento: apparentemente sono state fonti statunitensi ad attribuire a Israele l’attacco in agosto a basi militari pro-iraniane in Iraq. Per ora però deve esserci una ragione straordinaria perché Khamenei accetti di aprire un canale di dialogo con gli USA. Il comandante in capo delle Guardie della Rivoluzione, Hossein Salami, ha parlato in occasione della Ashura, la commemorazione del martirio di Hussein, momento centrale dell’Islam sciita, citando la centralità della jihad nella versione politica sciita, cioè l’opposizione contro l’oppressione e l’arroganza (incarnati negli Stati Uniti e in Israele). La testata iraniana JameJam riporta che, ricordando la rivoluzione khomeinista e l’umiliazione imposta ai nemici, Salami ha aggiunto: “i nemici sono in ritirata e in fuga” e ha aggiunto che “la sconfitta, la resa e il compromesso non sono il nostro linguaggio", mentre “della nostra cultura fanno parte l’azione, il dominio e la soluzione dei problemi”.

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Giovanni Quer (1983), direttore del Centro Kantor per lo studio dell'Ebraismo Europeo Contemporaneo e dell'antisemitismo, Università di Tel Aviv.

takinut@gmail.com

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