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Informazione Corretta Rassegna Stampa
12.08.2019 Breve elenco estivo dei zig zag della Storia
Commento di Diego Gabutti

Testata: Informazione Corretta
Data: 12 agosto 2019
Pagina: 1
Autore: Diego Gabutti
Titolo: «Breve elenco estivo dei zig zag della Storia»
Breve elenco estivo dei zig zag della Storia
Commento di Diego Gabutti

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Espressione che in altri tempi era l’equivalente, in politica, delle scene più terrificanti dell’Esorcista, «pieni poteri» è oggi un motivetto da spiaggia, tipo la colonna sonora del Sorpasso di Dino Risi, quando Vittorio Gassman balla il twist tra gli ombrelloni con Catherine Spaak. Altrove c’è forse da temere il peggio, ma da noi, nell’Italietta del sovranismo odoroso d’olio solare, gli aspiranti leader forti non hanno per inno «giovinezza, giovinezza, primavera di bellezza» ma «noi siamo i giovani / i giovani più giovani / siamo l’esercito / l’esercito del surf».
A mixare l’inno sovranista, circondato da vacanzieri festanti, ciascuno con un bicchiere nel quale campeggia un ombrellino di carta, non c’è un ex socialista calvo come una boccia che ha diretto l’Avanti e Il popolo d’Italia ma un deejay fuori forma che ha raggiunto soltanto il quaranta per cento del suo fisico da tintarella. Non che il deejay abbia le idee poi così chiare a proposito di pieni poteri. Con «pieni poteri», conoscendolo, non intende chissà quali Leggi di Norimberga. Intende, più in piccolo, deficit a manetta, tassazione dadaista e lavori forzati a vita agli assassini (qui siamo all’equivalente della «frittatona di cipolle, tifo indiavolato e rutto libero» degli orribili film di Fantozzi, che mi vanto di non aver mai visto per intero). Pieni poteri significa «sfanculare» (direbbe lui, che ha studiato a Oxford) divi hollywoodiani in tonaca arancione da buddhisti rinati e politici stranieri (esclusi naturalmente Putin e Trump, ma soprattutto Putin). «Descamisado» naturale, peronista soprattutto nel look, il pittoresco disk jockey del Papeete di Milano Marittima, vuole esercitare, più che un potere pieno, un potere scravattato: ruspe, Madonne e rosari, «fuori dal paese chi rompe i coglioni», agire «da papà». Pieni poteri è parlare come si mangia, badando a mangiare soltanto cibi grassi e fritti (quelli che normalmente un «papà», volendo agire come tale, nega ai propri figli, e di cui non posta le foto su Facebook). Ma niente paura. Parlare come si mangia, nel paese dei campanelli e dei Toninelli, è solo un modo colorito di parlare a vanvera. Alle parole grosse («galera a vita senza attenuanti», «calci nel sedere», porti chiusi) e agli spropositi («minibot» a copertura del deficit) non seguono dei fatti. Seguono, al più, dei fattoidi. Prendete lo slogan «basta con la droga». Non è una dichiarazione di guerra a camorre e cartelli colombiani, come nei serial televisivi d’azione, ma un ultimatum alle botteghe che vendono cannabis light, come nella Batrocomiomachia, o guerra dei topi e delle rane, che una tradizione attribuisce a Omero (il nostro deejay, che non chiude mai il becco, è perfetto nella parte di Gonfiagote, il re delle rane). Matteo il disk jokey s’intesta la TAV, che solo pochi anni fa la Lega, di cui è oggi il Conducator, fieramente avversava? Meglio così, naturalmente, ma anche qui niente fatti: fattoidi. Com’è un fattoide, per quanto diventato legge, anche il decreto sicurezza bis, che difficilmente supererà la prova finestra della Corte costituzionale. Millantate come fatti, si sono rivelate fattoidi anche le altre vanterie da spiaggia: l’Europa (corna facendo) non è diventata una democrazia illiberale, il pecorino sardo continua a essere venduto sottocosto, «vaccini sì, obbligo no» resta (deo gratias) una chimera populista, le accise sui carburanti non sono calate nemmeno d’un copeco e le navi ONG continuano a sbarcare «negher» a Lampedusa, come pure i motoscafi delle gang malavitose sulle spiagge italiane fuori vista (soltanto il contratto di lavoro dei poliziotti è ancora in alto mare, senza che nessun ministro del cambiamento gli venga in soccorso). Quanto infine «a St. Tropez», be’, «a St. Tropez» – in questa interminabile estate italiana – «la gente» non la smette di chiedersi «perché / tu balli il twist / portando un vestito in lamé». È sempre possibile, naturalmente, che Re Gonfiagote, signore delle rane, si trasformi nel sommo batrace dei Pieni Poteri e che i ratti suoi nemici, compreso il partito delle mezze pippe fino a ieri suo alleato, debbano lasciare la nave per salvare la pelle. È quel che sembra temere l’Economist, che paventa per l’Italia «un governo più a destra di qualsiasi altro visto in Europa occidentale dalla caduta delle dittature iberiche negli anni settanta». Ma l’Economist temeva anche il «fascismo» di Silvio Berlusconi, «l’uomo che ha fottuto un intero paese», «indegno di governare l’Italia» ¬– ed erano tutte cazzabubbole da giornalismo allarmista e vanesio. Vero che «il socialismo degl’imbecilli», com’era sprezzantemente chiamato l’antisemitismo nell’Austria della Krisis e della secessione viennese, crebbe rapidamente a hitlerismo e genocidio, e che in fondo non si può mai sapere dove ci porteranno (malasorte aiutando) gli zig e gli zag della storia. Ma quello del fascismo e della caccia al giudeo era il pianeta delle psicosi di guerra, delle rivoluzioni e delle controrivoluzioni, delle camicie nere e dei bolscevichi, mentre questo è il paese del festival bar e delle rotonde sul mare. È l’Italia in cui «calienda il sol» e dove «con le pinne, il fucile e gli occhiali / quando il mare è una tavola blu / sotto un cielo di mille colori / ci tuffiamo con la testa all’ingiù». Niente fatti: fattoidi. E niente Duci né Führer: Gonfiagote.


Diego Gabutti

takinut@gmail.com

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