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Informazione Corretta Rassegna Stampa
17.06.2019 IC7 - Il commento di Giovanni Quer: Israele e i suoi nemici
Dal 9 al 15 giugno 2019

Testata: Informazione Corretta
Data: 17 giugno 2019
Pagina: 1
Autore: Giovanni Quer
Titolo: «IC7 - Il commento di Giovanni Quer: Israele e i suoi nemici»
IC7 - Il commento di Giovanni Quer
Dal 9 al 15 giugno 2019

Israele e i suoi nemici

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Il nuovo ministro della giustizia, Amir Ohana (a destra), con la famiglia

In attesa delle prossime elezioni Israele ha dei nuovi ministri ad interim, tra cui Amir Ohana, nominato Ministro della Giustizia questa scorsa settimana. Durante un’intervista a canale 12, Ohana ha criticato la Corte Suprema, suggerendo che non tutte le decisioni della Corte andrebbero rispettate, citando l’esempio di un attentato del 2004, in cui sono morte Tali Hatuel e le sue quattro figlie in quella che allora era Gush Katif a Gaza. Ohana ha sostenuto che gli attentatori si erano nascosti in edifici la cui demolizione sarebbe stata impedita da una decisione della Corte Suprema di due anni prima. La Presidente della Corte Suprema, Esther Hayut, ha reagito duramente, accusando il neo-Ministro di irresponsabilità, perché se ognuno fosse libero odi decidere quali pronunce rispettare, si arriverebbe all’anarchia. Una serie di analisi ha anche chiarito che è stato lo stesso Governo d’allora assieme alle forze di sicurezza a revisionare l’iniziale decisione di eliminare quegli edifici. 


La Corte Suprema

La critica di Ohana si inserisce in una più ampia polemica contro la Corte Suprema, accusata di essere “attivista” e di imporre una politica liberale contraria a quello che sarebbe il “volere del popolo”. La polemica era arrivata all’apice durante la precedente campagna elettorale, quando il gruppo politico di Naftali Bennet e Ayelet Shaked aveva coniato lo slogan “vinceremo Hamas e vinceremo la Corte Suprema”. In molte analisi emerge come la Corte Suprema israeliana non sia poi così attivista come si crede, quanto invece si sia pronunciata contro quattro leggi proposte dal precedente governo in un solo anno (su 19 leggi che ha dichiarato parzialmente incostituzionali o incostituzionali in 27 anni). 

Mentre non c’è un governo e con Netanyahu in posizione di relativa debolezza, Hamas si sente più forte. Solo mercoledì sono stati lanciati 12 palloncini incendiari verso Israele, e la risposta di Israele è stata diminuire e poi bloccare l’area navigabile a largo di Gaza. La situazione, assieme al ritardo nell’arrivo dei soldi dal Qatar (i 15 milioni di dollari mensili che vengono spediti a Gaza) ha portato a una nuova escalation: un missile lanciato da Gaza e la risposta israeliana (che ha colpito due sedi di Hamas nel sud e vicino a Gaza City). Venerdì, Halil al-Haya, portavoce di Hamas, ha comunicato all’ONU di non sapere chi sia l’autore degli attacchi chiarendo anche che Israele non rispetta gli accordi di cessato il fuoco dello scorso mese. Lo stesso giorno, la Commissione congiunta che organizza le proteste alla frontiera ha annunciato che incomincerà proteste notturne - che mettono in particolare tensione le forze israeliane che proteggono il confine. Senza un governo, e soprattutto senza una chiara politica su Gaza, Israele è più esposta a una nuova ondata di violenza da Gaza e Hamas sembra voler avvertire Israele che sfrutterà questa situazione per un nuovo accordo con migliori condizioni. 

L’Autorità Palestinese è sempre più isolata. Il rifiuto di parlare con gli Stati Uniti sta portando Ramallah a una crisi politica i cui esiti sono difficili da immaginare. Il boicottaggio degli Stati Uniti, compreso il prossimo summit in Bahrain per il futuro dell’economia palestinese, sta causano una profonda crisi economica che aggrava la bassa popolarità di Abu Mazen. Le incarcerazioni di blogger e caricaturisti, la crisi economica e la linea non sufficientemente dura con Israele (così almeno agli occhi di molti) può costare a Fatah un ulteriore calo dei consensi, che aggrava cosìla linea politica dell’anti-normalizzazione, cioè dell’assenza di qualsiasi legame con Israele. Qualsiasi vicinanza a Israele può costare caro, come ad esempio quello che è successo a Naser Radi, sindaco di Dir Qadis, che si trova vicino a Ramallah. Radi è stato espulso ieri da Fatah perché al matrimonio del figlio c’erano ebrei ortodossi (haredim). Nei video del matrimonio circolati in rete si vedono dei haredim danzare con gli altri invitati. Alle prime reazioni di condanna, Radi ha risposto che non era a conoscenza del fatto, puntando il dito contro altri invitati che lavorano anche per israeliani (evidentemente gli invitati ebrei abitano in comunità israeliane in Cisgiordania). Ma la scusa non è bastata. La posizione dell’ANP può essere riassunta come segue. In un’intervista al giornale libanese al-Akhbar il membro di Fatah e diplomatico palestinese Azzam Al-Ahmad spiega che “chiunque accetti il deal of the century (l’accordo del secolo di Trump) è un traditore, sia palestinese o arabo”, esortando anche i fratelli arabi a sostenere militarmente l’ANP perché “non abbiamo bisogno delle vostre lingue, bensì delle vostre spade”. Nella stessa intervista, al-Ahmad ha assicurato che non c’è una cooperazione in campo di sicurezza come si crede e ha anche detto che la situazione in Siria è quello che Ben Gurion aveva stabilito come politica estera di Israele, insinuando forse a un piano israeliano per indebolire gli stati confinanti. Su Hamas ha speso parole di critica, “non vogliamo il Califfato Islamico” e di vicinanza nella resistenza all’occupazione. In questo clima si inserisce l’Iran. Al quinto summit del CICA (Conference on Interaction and Confidence-Building Measures in Asia) il presidente iraniano Rouhani ha annunciato che L’Iran non può sostenere da solo l’accordo sul nucleare e che provvederà a un ulteriore ritiro se non ci sarà una giusta risposta da parte degli altri firmatari. La dichiarazione aggrava la situazione nello stretto di Hormuz dopo l’attacco a due petroliere, attribuito all’Iran, e il fallito tentativo di abbattere un drone americano da parte degli iraniani. Lo stretto di Hormuz è strategico perché da lì passa circa un terzo del petrolio che arriva nel resto del mondo ed è interesse iraniano creare uno stato di tensione per reagire alla politica americana e far alzare i prezzi del petrolio, anche se secondo alcuni analisti non è interesse iraniano arrivare ad una guerra. Se si alzano i prezzi del petrolio, l’Iran avrà più entrate, necessarie per sostenere alle perdite dovute alle sanzioni americane. In un video rilasciato dagli USA si vede uno scafo iraniano operare su una delle petroliere attaccate, e secondo gli americani le forze iraniane stavano rimuovendo una mina inesplosa. Nelle varie domande ancora da chiarire, c’è il pericolo che un qualsiasi segnale o comportamento non correttamente interpretato possa precipitare in una guerra. 


Lo stesso vale per le estensioni iraniane in Siria e Libano, e in particolare per quanto riguarda Hezbollah. In una nota positiva, una voce islamica contro le posizioni anti-israeliane arriva dalla Francia in Samaria. Il leader islamico francese Hassen Chalghoumi ha visitato questa settimana con altri 40 leader, compreso lo Shekh palestinese Abu Khalil Tamimi, delle comunità israeliane in Samaria, esponendosi contro l’anti-normalizzazione e contro il boicottaggio di Israele. Chalghoumi, noto per la vicinanza alla comunità ebraica in Francia, ha anche criticato l’ANP per il boicottaggio del summit in Bahrain. Chaghloumi, a capo dell’organizzazione Conferenza degli Imam di Francia, si è pronunciato a favore della legge contro il burqa, a favore della libertà delle donne e contro il sostegno occidentale ai movimenti fondamentalisti. 


Giovanni Quer (1983), ricercatore presso il Centro Kantor per lo studio dell'Ebraismo Europeo Contemporaneo, Università di Tel Aviv.

takinut@gmail.com

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