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Informazione Corretta Rassegna Stampa
11.03.2019 IC7 - Il commento di Claudia De Benedetti: Beit Hatfutsot, il museo del popolo ebraico cambia volto
Dal 3 al 9 marzo 2019

Testata: Informazione Corretta
Data: 11 marzo 2019
Pagina: 1
Autore: Claudia De Benedetti
Titolo: «IC7 - Il commento di Claudia De Benedetti: Beit Hatfutsot, il museo del popolo ebraico cambia volto»

IC7 - Il commento di Claudia De Benedetti
Dal 3 al 9 marzo 2019

Beit Hatfutsot, il museo del popolo ebraico cambia volto

La settimana scorsa Enia Kupfer Zeevi, responsabile europeo di Beit Hatfutsot, il Museo del popolo ebraico di Tel Aviv, ha trascorso alcuni giorni a Torino. È stata un’ottima occasione per incontrare alcuni amici che ricoprono incarichi nelle principali realtà museali italiane e presentare il nuovo progetto “Andrew e Ann Tisch Center for Jewish Dialogue”. Si tratta di un’iniziativa di Beit Hatfutsot ideata per creare uno spazio di dialogo e confronto sia fisico che virtuale, di scambio di opinioni, nel rispetto reciproco, per affrontare le sfide più importanti della vita ebraica contemporanea ed elaborare progetti condivisi.

Tra le caratteristiche più affascinanti di Israele vi sono i suoi musei, numerosi (oltre un centinaio in un paese di 8 milioni di abitanti), ben organizzati, molto visitati, talvolta di assoluto rilievo internazionale, come l’Israel Museum di Gerusalemme e il Tel Aviv Museum of Art. Vi sono musei archeologici, musei del territorio, musei biblici, musei scientifici, luoghi di documentazione e riflessione dedicati alla Shoah. Ma il più originale di tutti, quello che poteva sorgere solo in Israele è il museo del popolo ebraico di Beit Hatfutsot, che ha sede nel campus dell’Università di Tel Aviv. Quel che rende unico questo museo è il suo oggetto, il popolo ebraico, la sua storia e la sua geografia. Le Scritture ne fanno risalire l’origine a 3700 anni fa circa, quando un esule dalla Mesopotamia di nome Abramo fondò il suo clan e lo spostò fra le colline della Giudea e i confini del deserto, spostandolo in Egitto in caso di carestia. Le tracce documentarie più antiche sono solo di qualche secolo successive, come la stele del faraone Maremptah che si vanta di aver distrutto il popolo di Israele nel 1212 prima della nostra era. Da allora, in mezzo a invasioni, deportazioni, esili, ritorni, ricostruzioni e catastrofi, il popolo ebraico è giunto fino alla riedificazione del suo Stato, settant’anni fa, senza perdere mai la sua identità, il senso di appartenenza della sua storia, la sua lingua, la sua religione, la sua memoria storica. Nessun altro popolo si porta dietro una continuità anche lontanamente paragonabile a questa. Qualcosa di altrettanto meraviglioso accade per la geografia e l’antropologia. Il popolo ebraico, nato nomade, non ha mai smesso di esplorare nuovi luoghi di residenza e nuove rotte, anche dopo essersi stabilito nella sua terra e restandogli sempre legato. Nell’antichità vi erano colonie ebraiche importanti in Mesopotamia, in Siria, in Egitto, in Yemen e in Arabia, a Roma, in Grecia, in tutto il bacino del Mediterraneo fino alla Spagna da un lato e all’Armenia dall’altro. Dopo la distruzione di Gerusalemme, durante la tarda antichità e nel Medioevo le comunità ebraiche arrivarono in Germania, in Polonia e nell’attuale Ucraina, in India e in Cina. Oggi fuori da Israele gli ebrei vivono soprattutto negli Stati Uniti, in Francia e Germania, in Sudafrica e in Sudamerica. A questo irraggiamento mondiale hanno corrisposto forme di integrazione e di scambio culturale, con lingue locali come l’Yiddish e il Ladino, architetture, costumi, cibi, abitudini rituali assai diverse. La cosa straordinaria è che tutta questa moltiplicazione geografica e questo irraggiamento culturale non ha comportato una divisione, una perdita di identità. Gli ebrei yemeniti e quelli polacchi, gli italiani e gli iracheni si sono sempre riconosciuti come un unico popolo, pur tenendo moltissimo alle loro particolarità.

Di tutta questa incredibile varietà Beit Hatfutsot è il museo. Vi sono le mappe degli spostamenti e delle comunità, plastici di sinagoghe ed edifici comunitari dei luoghi più diversi, documenti storici, storie individuali, vicende di piccole e grandi comunità. L’idea di base è di disegnare un ritratto complessivo dell’identità ebraica attraverso tutti i frammenti che la compongono, come nel logo del museo, una stella di Davide realizzata da tessere multicolori di mosaico. Beit Hatfutsot non custodisce materiali originali, come si trovano per esempio al Museo di Israele di Gerusalemme ma è una straordinaria e documentatissima macchina didattica, che sarà ancora più completa e attraente l’anno prossimo quando riaprirà la “Mostra centrale” che è stata completamente riprogettata.

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In queste poche righe spero di aver fatto venire a voi lettori di IC7 il desiderio di dedicare qualche ora a Beit Hatfutsot in occasione del vostro prossimo viaggio a Tel Aviv. Per ingannare l’attesa, incontrerò alcuni di voi martedì a Torino alla cena annuale dell’Associazione Italia Israele, ospite d’onore sarà il grande archeologo israeliano Dan Bahat. Ascolteremo i racconti di un uomo affascinante che ha trascorso la vita a scavare e scoprire il tunnel sotterraneo del Kotel che oggi possiamo visitare. Con Ygal Yadin a Masada aveva trovato, negli anni Sessanta, le iscrizioni dei nomi degli ultimi dieci zeloti che erano stati incaricati di uccidere i compagni e si erano poi tolti la vita per non consegnarsi alla X Legione romana che assediava Masada. Dan, con grande chiarezza spiegherà l’essenza del Monte del Tempio, dell’ Har Habayit, centro geografico e cuore della storia del popolo ebraico, facendo venire a tutti noi un grande desiderio di ritornare a Gerusalemme.


Claudia De Benedetti 
Presidente Sochnut Italia – Agenzia Ebraica per Israele


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