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Informazione Corretta Rassegna Stampa
11.01.2019 'La ragazza cancellata', di Bart Van Es
Recensione di Giorgia Greco

Testata: Informazione Corretta
Data: 11 gennaio 2019
Pagina: 1
Autore: Giorgia Greco
Titolo: «'La ragazza cancellata', di Bart Van Es»

La ragazza cancellata
Bart Van Es
Traduzione di Elisa Banfi
Guanda euro 18,50

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A metà fra memoir e saggio storico l’esordio narrativo di Bart van Es che la casa editrice Guanda pubblica con il titolo “La ragazza cancellata” è un tuffo nell’Olanda della Seconda Guerra Mondiale e della successiva ricostruzione nel periodo post bellico. Uno scenario di grandi conflitti, di traumi irrisolti, di tragedie come la Shoah su cui si innesta la storia incredibile mai raccontata di Hesseline de Jong, detta Lien, che l’autore fa emergere dal passato della sua famiglia: durante la guerra i nonni paterni dell’autore appartenenti alla resistenza accolsero Lien, una bambina ebrea, crescendola come propria insieme ai loro figli e ad altri bambini rimasti orfani. Tuttavia molti anni dopo la fine della guerra i rapporti con Lien si interruppero misteriosamente, senza un motivo apparente.

Che cosa aveva provocato quello strappo? Cosa era accaduto a Lien e perché nella famiglia van Es non si poteva neppure pronunciare il suo nome? L’autore, figlio di Henk van Es cresciuto nei Paesi Bassi con Lien, inizia a esplorare il passato della sua famiglia ricostruendo frammenti di vita familiare e ripercorrendo la storia del paese in cui è nato, l’Olanda, dagli anni bui della seconda guerra mondiale fino ai conflitti che serpeggiano nella società olandese contemporanea. Un lungo viaggio quello intrapreso da Bart van Es che lo ha condotto, dopo aver scoperto che Lien ormai ottantenne è viva e abita ad Amsterdam, a un incontro emozionante da cui è scaturita un’amicizia speciale e profonda. “Senza le famiglie, non ci sarebbero storie”. Con queste parole Lien, una donna che nonostante l’età conserva ancora una bellezza semplice con una carnagione luminosa priva di trucco, si rivolge a Bart van Es, professore di letteratura inglese all’Università di Oxford che nel loro primo incontro del dicembre 2014 le manifesta l’intenzione di scrivere un libro sulla famiglia. “Le mie motivazioni? Non saprei. Secondo me la sua potrebbe rivelarsi una storia complessa e interessante. Documentare queste cose è importante, soprattutto adesso, nelle condizioni in cui versa il mondo, con l’estremismo di nuovo in ripresa. E’ una storia mai raccontata, e non voglio che vada perduta”. Seppure un po’ perplessa all’inizio, dopo qualche minuto di conversazione Lien si pronuncia una volta per tutte: “Sì, mi hai convinto. Vogliamo sederci a tavola? Hai carta e penna?” Da questo momento Lien apre il suo scrigno di ricordi, alcuni molto dolorosi, mostrando a Bart fotografie, album di poesie, lettere, raccontando episodi e aneddoti della sua infanzia e adolescenza in un paese in cui nel giro di pochi anni per gli ebrei diventa pericoloso vivere. Una sera nell’agosto del 1942 la mamma di Lien dopo averle cucito sugli abiti la stella con la scritta “Jood” le comunica con il cuore gonfio di angoscia che presto dovrà lasciare la sua casa in Pletterijstraat all’Aia “per andare a stare da un’altra parte”. La signora Heroma, assistente sociale e impegnata con il marito medico a contrastare le misure antisemite mettendo in salvo gli ebrei, l’accompagna a Dordrecht in una famiglia, i van Es, disposta ad accoglierla. Come ricorda l’autore, in tutta l’Olanda man mano che l’occupazione si intensificava si creavano reti di resistenza, delicate linee di fiducia che collegavano coppie come gli Heroma di Dordrecht con altre, lontane, che non avevano mai incontrato. Queste reti spesso si appoggiavano ai capisaldi della società prebellica, come le associazioni mediche, le confraternite studentesche e i gruppi politici.

L’autore che si è avvalso di ricerche d’archivio, di interviste a testimoni ancora in vita oltre che di sopralluoghi nei paesi coinvolti nella vicenda, indispensabili per colmare alcuni vuoti nella memoria di Lien, dimostra un grande equilibrio nel descrivere i nonni van Es, di cui non nasconde le contraddizioni e gli aspetti meno nobili: Jan dedita alla famiglia con una mentalità pratica, Henk, montatore meccanico con una prodigiosa sete di conoscenza, è un uomo duro e inflessibile che crede nel progresso dell’umanità e si impegna attivamente nel sociale. Entrambi poco romantici “si fanno in quattro per gli altri, ma i ringraziamenti vengono liquidati con un’alzata di spalle imbarazzata, se non addirittura infastidita”. Col tempo Lien si inserisce nella nuova realtà con la sete di affetto e calore che caratterizza i bambini privati della propria famiglia e si adatta alle nuove regole che governano la casa condotta con piglio burbero dalla “Zia” così le viene detto di chiamare la madre della nuova famiglia. Assaporando la libertà come solo i bambini sanno fare Lien insieme a Kees, Ali e Marianne, gli altri bambini che vivono nella casa, si diverte nella campagna circostante che diventa il loro parco giochi. Dopo aver ricevuto dai genitori gli auguri per il suo nono compleanno, il 7 settembre 1942, Lien è sopraffatta da un dolore profondo, che la investe come una malattia, una grande onda cupa. E’ forse un presagio della fine terribile cui andranno incontro mamma e papà? La percentuale di ebrei olandesi morti in tempo di guerra, pari all’80%, è stata molto più alta rispetto ad altri paesi occidentali, Francia, Italia, Belgio e ciò è ascrivibile – ricorda van Es – oltre al fatto che la popolazione viveva perlopiù in città e che fuggire oltre confine era quasi impossibile anche alla partecipazione attiva dei cittadini olandesi che denunciarono i vicini causandone l’arresto, la reclusione e poi la deportazione. Fra l’altro sulla testa di ogni ebreo c’era una taglia di sette fiorini e mezzo, soldi che poliziotti, informatori e civili ricevevano di persona, in contanti. E’ in questo scenario che nella primavera del 1943 due poliziotti si presentano al numero 10 di Bilderdijkstraat, la casa di Jans e Henk van Es. Lien fa appena in tempo a rifugiarsi dalla vicina e, dopo aver cambiato indirizzo molte volte, è costretta a lasciare Dordrecht. L’arrivo a IJsselmonde presso una famiglia di membri del Partito socialdemocratico dei lavoratori è avvolto dalla nebbia nel suo ricordo cui segue un periodo in cui per lei “è sempre più difficile restare connessa con il mondo esterno”.

Un nuovo rifugio questa volta a Bennekom, un paese nel centro dell’Olanda, attende la piccola Lien che deve adeguarsi ai ritmi e alle consuetudini della famiglia Van Laar: l’accensione del fuoco al mattino, le pulizie, le faccende di cucina e la lettura della Bibbia alla sera. I rapporti in quella famiglia non sono facili, spesso cova tensione fra Lien e la madre e anche con il figlio Jaap non c’è sintonia. Ad aggravare una situazione già conflittuale contribuisce un grave episodio di stupro da parte di un parente, lo zio Evert, avvenuto nella casa di Ede dove la famiglia era sfollata nell’ottobre 1944 per sfuggire ai bombardamenti. Con l’arrivo dei soldati alleati Lien partecipa alla follia dei festeggiamenti anche se per lei la liberazione non ha senso. Ma alla fine della guerra Lien chiede di poter tornare con i van Es, l’unica famiglia che ha sentito come un vero rifugio. Lien però è molto cambiata, ha sofferto e vissuto esperienze traumatizzanti; alcuni equilibri si sono incrinati dando spazio a incomprensioni e screzi che minano poco a poco la serenità dei rapporti. Nelle ultime pagine l’autore ritrae Lien nella sua vita adulta, dalla scelta degli studi ai primi anni felici del matrimonio con un ebreo osservante di origini sefardite, dall’arrivo dei figli, al lavoro di assistente sociale, dal doloroso divorzio fino al drammatico e inspiegabile strappo che portò la nonna dell’autore a cancellare la memoria di quella figlia adottiva che aveva accolto negli anni bui della guerra. Cosa era accaduto di così grave? Il lettore che avrà la fortuna di incontrare il libro di Bart van Es non solo scoprirà questo risvolto familiare in una storia commovente narrata con magistrale bravura, ma si immergerà in un’opera di indubbio valore storico per la meticolosa ricostruzione degli eventi accaduti in Olanda durante la Seconda Guerra Mondiale, per il quadro esaustivo sulla resistenza olandese che salvò molti ebrei dallo sterminio, per l’approfondimento sui traumi che dovettero affrontare i bambini affidati a nuove famiglie da cui derivarono gravi ripercussioni emotive con perdita della propria identità e spesso delle proprie radici culturali e religiose. A Lien che ha vissuto esperienze così traumatiche sono occorsi anni per ridare un significato alla sua esistenza e riuscire, dopo una lunga esperienza di psicoterapia e con l’affetto di alcune persone, a sentirsi di nuovo parte del mondo superando quella terribile sensazione che l’aveva portata a dire “Non dovrei essere qui, dovrei essere morta ad Auschwitz”.

Nel suo esordio narrativo Bart van Es orchestra con equilibrio e maturità il filo del racconto, coinvolgendo il lettore in una storia autentica, capace di illuminare il passato e di trarre insegnamento dalle esperienze vissute, anche quelle dolorose, per guardare al futuro con occhi colmi di fiducia. Sul tema della resistenza olandese merita di essere conosciuto anche il libro della scrittrice israeliana Tami Shem Tov “Ci vediamo a casa, subito dopo la guerra” (Piemme, 2010) basato sulla storia vera di Jacqueline Van Der Hoeden che oggi si chiama Nili Goren e abita a Haifa, una bambina ebrea sfuggita alla Shoah grazie alla rete della resistenza e al coraggio di tre famiglie cristiane che a rischio della propria vita la tennero nascosta: una piccola storia dentro alla Grande Storia che conferma il valore straordinario della “memoria del bene”.

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Giorgia Greco


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