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Informazione Corretta Rassegna Stampa
28.07.2017 Come si inventa la 'Storia' palestinese
Analisi sempre più attuale di Nadav Shragai

Testata: Informazione Corretta
Data: 28 luglio 2017
Pagina: 1
Autore: Nadav Shragai
Titolo: «Come si inventa la 'Storia' palestinese»

Come si inventa la 'Storia' palestinese
 Analisi di Nadav Shragai

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Nadav Shragai

(Traduzione di Yehudit Weisz)

A destra: Saeb Erekat: Bugiardo

 Saeb Erekat, il principale negoziatore dell’Autorità Palestinese, che la settimana scorsa aveva affermato che i palestinesi discendono dai cananei, non è il primo palestinese a reinventare la Storia. Uno studio della Storia dimostra che le radici degli attuali palestinesi sono ben diverse.
 Anthony Smith, studioso dei movimenti nazionalisti, aveva stabilito una netta differenza tra due tipi di metodi nella costruzione dell’identità nazionale: il primo è definire un raggruppamento nazionale sulla base di una cultura e di una Storia condivise; il secondo metodo è quello utilizzato da nazioni che non hanno una Storia in comune e quindi devono inventare tutto di sana pianta.

Nel suo libro “Da Gerusalemme alla Mecca e ritorno”, il Professor Yitzhak Reiter osserva che la Storia non sempre è veritiera. Nei casi più estremi, è pura invenzione: il caso di Saeb Erekat, capo della diplomazia palestinese, ne è un esempio. Erekat, che la scorsa settimana aveva fatto la predica al Ministro della Giustizia, Tzipi Livni, sostenendo che lui ed i suoi antenati cananei vivevano a Gerico già 3000 anni prima dell’arrivo di Giosué con il popolo d’Israele, non è il primo palestinese che si inventa la Storia tracciando una linea retta che unisce i cananei della Bibbia ai palestinesi di oggi.
Molti palestinesi che l’avevano preceduto, si consideravano discendenti dei gebusei, altri ancora pretendevano di discendere da antichi filistei.

E’ da anni che il nocciolo della propaganda araba si basa sull’affermazione che il popolo palestinese viveva nella Terra d’Israele di oggi da millenni, già ben prima che gli ebrei arrivassero come “occupanti”. Partendo da qui si arriva a sostenere che i palestinesi, in virtù del fatto di essere discendenti dei cananei, o dei filistei, o dei gebusei, sono i veri indigeni di questa Terra.
In seguito, cioè oggi -così sostiene la tesi- sono stati occupati dagli ebrei. I palestinesi non solo negano, cancellano e distorcono la Storia ebraica, talvolta imbarcandosi in assurde lungaggini, arrivando a inventarsi migliaia di anni di una nuova propria Storia. Così può essere che all’improvviso i biblici cananei sono arabi, Gesù è un palestinese che ha predicato le virtù dell’Islam e non il cristianesimo; e Mosè? Ma certo, Mosè era sicuramente un musulmano.

Una breve e concisa descrizione di documenti storici, testimonianze di esperti, vecchie e nuove pubblicazioni, nonché citazioni che si trovano su Internet da fonti arabe israeliane e palestinesi, è tutto ciò che serve per sapere che le radici delle famiglie palestinesi di oggi sono ben lontane da quanto affermano, e che la narrativa palestinese che Erekat ha assunto come fonte, è assolutamente pura fantasia.
Prendiamo ad esempio il caso di Salma Fayumi, una residente di Kafr Qasim, che ha dimostrato le sue prodezze culinarie nel reality show di “Master Chef”. Sicuramente Fayumi non intendeva impelagarsi in un tumultuoso dibattito sull’origine dei palestinesi, ma senza volere lo ha fatto, mostrando con orgoglio il piatto di Koshari che aveva preparato, tipico della cucina egiziana con riso e lenticchie. “La mia famiglia è venuta da Faiyum, in Egitto, ed io sono Salma Fayumi da Faiyum” ha detto la cuoca di Kafr Qasim.

Fathi Hamad, Ministro degli Interni nel Governo di Hamas nella Striscia di Gaza, che nel marzo del 2012, aveva richiesto assistenza all’Egitto durante le operazioni dell’IDF nell’area, è un altro che sicuramente non aveva intenzione di rovinare le teorie di Erekat sulle rivendicazioni della terra d’origine cananea. Tuttavia, non si può dire che le sue recenti affermazioni siano state male interpretate. Infatti ha detto: “Quando chiediamo il vostro aiuto, è solo per poter continuare il jihad. Allah sia lodato, tutti abbiamo radici arabe e ogni palestinese a Gaza e in tutta la Palestina può dimostrare le proprie radici arabe, siano esse in Arabia Saudita e in Yemen o in qualsiasi altro luogo. Noi abbiamo dei legami di sangue. Per quanto mi concerne, metà della mia famiglia è egiziana”.
Ha poi proseguito. “Dov’è la tua misericordia? Nella Striscia di Gaza ci sono oltre 30 famiglie con il cognome Al-Masri, ‘egiziano’. Fratelli, metà dei palestinesi sono egiziani, e l’altra metà sono sauditi. Chi sono i palestinesi? Abbiamo molte famiglie che si chiamano Al-Masri le cui radici sono egiziane! Esse provengono da Alessandria, dal Cairo, e da Assuan. Noi siamo egiziani. Noi siamo arabi. Noi siamo musulmani”.

Chi ha più urgentemente cercato di porre fine al dibattito sulle origini cananee dei palestinesi è l’ex membro della Knesset Azmi Bishara, arabo cristiano israeliano, fondatore del partito Balad. Fuggì da Israele dopo che era stato sospettato di spionaggio e di aver sostenuto Hezbollah. Nella prefazione al testo di Benedict Anderson “Comunità immaginate”, Bishara scrive: “Il nazionalismo arabo moderno fa sì che sembri che l’essere stato creato nel 19° secolo come altri movimenti nazionali, sminuisca il suo valore o la sua legittimità”. Prosegue: “Si sente il dovere di nazionalizzare la Storia dei popoli arabi e farla diventare una Storia nazionale che risale da tempi precedenti l’Islam fino all’oggi. Spinto dalla necessità di competere con il sionismo, il movimento nazionale palestinese ha ancorato le sue origini a quelle dei cananei”, ha ancora scritto Bishara, “così facendo, risale al suo punto di origine nel passato che precede quello delle tribù degli ebrei, che il sionismo afferma avere come antenati naturali”.

 Dichiarazioni ancora più sincere le ha rilasciate Walid Shoebat, un ex musulmano ed ex attivista di Fatah, che si convertì al cristianesimo e che divenne un grande e fervente sostenitore di Israele e del cristianesimo. Shoebat, che dalla Giordania emigrò negli Stati Uniti, afferma che tutti quelli che lui aveva incontrato in Palestina”hanno saputo tracciare le radici delle loro famiglie nel Paese da cui sono venuti i loro bisnonni. "Sapevamo perfettamente che le nostre origini non erano cananee, nonostante tutto quel che cercavano di inculcarci. Mio nonno ci ricordava sovente che il nostro villaggio, Beit Sahour, vicino a Betlemme, era vuoto quando suo padre arrivò là con altre sei famiglie. Oggi nel villaggio ci sono oltre trentamila residenti”.

Cercalo nel Corano
Il professor Rafi Israeli, studioso del Medio Oriente ed esperto di Islam all’Università Ebraica di Gerusalemme, ha scritto oltre 20 libri sugli arabi e l’Islam. Secondo lui, il legame che i palestinesi hanno creato con gli antichi cananei, è assurdo. “Gli arabi che sono arrivati in questo Paese hanno avuto le loro prime origini nella Penisola arabica” ha scritto. “I primi sono venuti da là. Invece di dire di essere arabi che immigrarono in Cananea e che la trasformarono in un Paese musulmano, dicono di essere indigeni della Cananea.  Anche i loro cognomi arabi offrono chiari indizi che sono immigrati . A Umm al-Fahm ci sono quattro grandi clan di origini egiziane. Nella Città Vecchia di Gerusalemme si trova il quartiere marocchino, dove abitavano i musulmani che provenivano dal Nord Africa e dal Maghreb, che poi si sono stabiliti nella Terra di Israele. Inoltre, l’Impero ottomano aveva trasferito popolazioni da un luogo all’altro al fine di controllare quelle zone. Ne sono un esempio i circassi, musulmani provenienti dal Caucaso, che sono stati portati qui e che da allora qui vivono. I palestinesi non hanno assolutamente alcuna radice qui”, prosegue il professor Israeli. “E lo sanno molto bene, è per questo che cercano di inventarsi delle origini. Ogni volta che si muovono critiche su basi storiche o archeologiche a queste loro assurdità, da tutto il mondo insorgono voci di esperti che immediatamente insistono sul fatto che “si deve rispettare la narrativa”: a costoro non interessa minimamente che non ci sia alcuna verità storica. Se non li smentiamo subito, la loro versione verrà accettata come vera. Se si ripete una menzogna migliaia di volte, finirà per essere accettata come verità. Ecco perché non dobbiamo tacere”.

Il titolo del nono libro del professor Nissim Dana, pubblicato di recente e teso a contrapporre la nostra narrativa religiosa nei confronti di quella palestinese, potrebbe essere tradotto così:”A chi appartiene questa Terra. Un riesame del Corano”.
Per anni Dana è stato a Capo del Dipartimento non ebraico del Ministero degli Affari religiosi. Oggi è responsabile del Dipartimento Multidisciplinare per gli Studi Sociali e Umanistici all’Università di Ariel. Per chi non conosce il Corano, le conclusioni di Dana potrebbero essere una sorpresa.
“Nel Corano, che per l’Islam è la parola di Allah, la cui santità non può essere né minimizzata né superata, ci sono dieci passaggi dove si legge che Allah ha dato la terra al popolo ebraico”, ha detto Dana. “In tutti questi passaggi è scritto che ereditare la terra non è solo un diritto, ma un obbligo imposto ai Figli di Israele. Ne è riprova il fatto che nel Corano non si menziona mai di lasciare la terra ai musulmani, ai palestinesi, né a qualunque altra nazione che non sia quella del popolo ebraico”. “Inoltre, l’attuale affermazione che sostiene che i popoli a cui il popolo ebraico aveva conquistato la terra - i cananei, i gebusei - fossero ‘arabi’ non quadra con il fatto che, secondo l‘Islam stesso, gli israeliti avevano ricevuto l’ordine da Allah di conquistare la terra da quei popoli che avevano adorato gli idoli”. In questo libro Dana cita il testo arabo originale e ne include la propria traduzione e interpretazione; inoltre offre la sintesi di decine di opere scolastiche dedicate alla conoscenza del Corano. Secondo il professore, la maggior parte di questi lavori conferma il legame storico tra il popolo ebraico e la Terra di Israele. “Anche Muhammad ibn Jarir al-Tabari – il suo nome in quanto ebreo è Rashi - è uno degli esegeti più distinti della storia del Corano, accoglie questo approccio e delinea anche i confini della terra d’Israele, che si estendeva dal fiume Eufrate alla riva orientale del Nilo”. “Per quanto riguarda Gerusalemme ( capitolo 2, versetto 142, del Corano ), la città è stata menzionata per indicare in quale direzione ci si deve rivolgere per pregare” ha detto Dana. "Ma questo era stato fatto per invogliare gli ebrei a convertirsi all’Islam, poiché la giusta direzione per i musulmani di pregare è la Kaaba a La Mecca. Per quanto riguarda il famoso episodio della salita in cielo del profeta Maometto, nella notte dopo il suo viaggio da La Mecca a Gerusalemme in groppa ad un animale selvatico noto come 'al Burak', il Corano ha qualcosa da dire in merito”.
Scrive Dana: "Il Corano menziona la testimonianza di Aisha, amata moglie del profeta, lei e suo marito, rimasero insieme per tutta quella notte in cui, presumibilmente, saliva in cielo". "Quindi, secondo Aisha, l’intero episodio non era altro che un sogno fatto una notte. Non era stata una vera ascensione in cielo".
Dana aggiunge: "Ibn Taymiyyah, scienziato, filosofo e teologo islamico morto nel 1328, ha denunciato come una menzogna l’affermazione ingannevole che Maometto aveva lasciato la prova della sua visita al Monte del Tempio. Le scuderie di re Salomone, che i musulmani della nostra generazione hanno trasformato in una moschea, sono specificatamente citate da uno dei più grandi studiosi islamici, Ibn Khaldun, come parte del Tempio".
Il riesame di Dana del Corano, lo riporta nella conclusione. “ Non esiste alcun fondamento per la pretesa palestinese di identificarsi come discendenti dei cananei", i musulmani che vivono qui attualmente sono coloro i cui antenati sono diventati musulmani nel 622 nella Penisola araba.
L'affermazione che sono i discendenti dei cananei è simile a un “autogol” nel calcio, poiché il Corano dice che i cananei sono stati espulsi dalla Terra Santa da Allah per aver contaminato la terra”.

 La narrativa palestinese com’è definita da Erekat - quella che sostiene una presenza continua palestinese, sin dal periodo cananeo - non è sostenuta né da prove storiche né da testimonianze. Il dottor Shaul Bartal,  studioso del Medio Oriente che insegna all’Università Bar-Ilan, afferma che in molti libri di storia palestinese, è stata posta una forte enfasi sulla " conquista araba della Palestina” del 638, “una conquista che per 1.300 anni ha reso la Palestina territorio islamico “.
Bartal ha affermato che le ondate migratorie dalla Penisola araba e i successivi arrivi degli arabi dalla Transgiordania e dalla Siria sono ciò che ha portato al progressivo insediamento degli arabi in questo Paese. “Anche a Ramallah, la capitale amministrativa dell'Autorità Palestinese, le origini delle famiglie arabe risalgono a coloro che sono venuti qui dalla Giordania alla fine del XV secolo”.
Uno studio che Bartal ha eseguito in collaborazione con la Dott.ssa Rivka Shpak Lissak, mostra che i quattro principali clan che compongono la popolazione di Umm el-Fahm - Makhagna, Jabrin, Mahamid e Aghbariya - traggono le loro radici dalle famiglie che sono immigrate In Palestina dal XVII secolo in poi da Arabia Saudita, Yemen e Siria. Fu solo dopo, nel XIX secolo, che si giunsero molte famiglie provenienti da Egitto e Transgiordania.
Un certo numero di fonti storiche indicano che nei secoli precedenti, ampie zone della Terra d’Israele sono state abbandonate e lasciate nella più totale desolazione. Bartal e altri concordano con questi studi.

Charles William Eliot, Presidente della Harvard University, aveva visitato il Paese nel 1867. Durante il suo viaggio, descrisse la Galilea come “ un luogo di vuoto e miseria”. Nel suo famoso libro “Gli innocenti all'estero”, Mark Twain ricorda di non aver visto anima viva durante il suo viaggio. Nel 1874, il reverendo Samuel Manning scrisse: “Ma dove erano gli abitanti?” Nel 1857, James Finn, che è stato Console britannico a Gerusalemme, ha osservato che in gran parte del Paese non vi erano abitanti.
Anche un'enciclopedia tedesca pubblicata nel 1827 descrive il Paese come “una terra deserta in cui bande di predoni arabi vagano in ogni parte”.
“I palestinesi”, afferma Bartal, “non sono ‘gli agricoltori che hanno vissuto in Palestina per generazioni ‘, ma piuttosto gli immigrati arrivati ​​solo di recente. Solo verso gli ultimi anni del XIX secolo il Paese cominciò a fiorire grazie all’emergere di una nuova presenza - il sionismo – e con risultati sorprendenti: nel 1878 la popolazione del Paese contava 141.000 musulmani che vi abitavano in modo permanente, con almeno il 25 per cento di loro considerati nuovi immigrati provenienti principalmente dall'Egitto”.
“Vari studi condotti da Moshe Brawer, Gideon Kressel e altri studiosi mostrano chiaramente che la maggior parte delle famiglie arabe che si stabilirono nei villaggi lungo la pianura costiera e la zona che sarebbe diventata poi lo Stato di Israele, proveniva da Sudan, Libia , Egitto e Giordania”, ha scritto Bartal.
“Altri studi dimostrano che le ondate di immigrati sono venute qui in seguito a spostamenti provenienti dai paesi arabi durante il periodo del Mandato britannico".

 Uno dei libri più importanti sul tema, “ Da tempi immemorabili”, di Joan Peters, ha dimostrato che “non c'era una situazione in cui una nazione araba è esistita da ‘tempo immemorabile’, ma piuttosto una situazione totalmente contraria: una nazione - il popolo ebraico - la cui presenza ha attirato gli arabi nel Paese e la terra degli ebrei, destinata a essere la loro casa, è stata portata via loro dall’arrivo di immigrati arabi”, attratti in questa terra perché l’insediamento ebraico ha portato sviluppo e quindi opportunità economiche, nonché il miglioramento della sanità e della medicina.
Nel 1948, gli arabi della Palestina Mandataria erano 1,3 milioni di persone, mentre la comunità ebraica contava solo 600.000 persone, nonostante le grandi ondate di aliyah. Nel 1939, l’allora Presidente americano Franklin D. Roosevelt aveva affermato che l’immigrazione degli arabi in Palestina dal 1921 stava superando l’immigrazione degli ebrei nello stesso periodo. Winston Churchill, che sarebbe diventato il Primo Ministro britannico, riguardo alle ondate massicce dell’immigrazione araba nel Paese durante quel tempo, aveva osservato: “Nonostante non siano mai state perseguitate, masse di arabi si sono riversate nel Paese e si sono moltiplicate fino al punto che la popolazione araba è cresciuta tanto che neppure con l’aggiunta di tutti gli ebrei del mondo la popolazione ebraica potrebbe uguagliarla”. In “ Da tempi immemorabili”, Peters cita un'ampia ricerca che ha svolto per dimostrare come tra coloro che hanno dichiarato di essere arabi palestinesi c’erano balcanici, greci, italiani, siriani, egiziani, turchi, armeni, persiani, curdi, afgani, circassi, bosniaci, sudanesi, algerini e tartari.

 Un’istruzione fatta di bugie

Nessuno di questi fatti viene considerato dai palestinesi. Il legame immaginario tra i cananei e i palestinesi come supposta prova di una più forte e più legittima pretesa palestinese alla terra è stato inculcato nelle aule attraverso i libri di testo pubblicati dall’AP.
Ido Mizrahi, un funzionario del Ministero degli Affari Strategici che ha indagato l’incitamento alla menzogna palestinese, ha scoperto che ai bambini delle classi dal secondo grado fino alla scuola superiore in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, è stato insegnato che i cananei erano arabi.
“Gli arabi cananei furono i primi a vivere in Palestina”, si legge in un libro dell’insegnamento di secondo grado nel sistema scolastico palestinese. L’obiettivo della lezione è chiaramente indicato. “Per creare nello studente un legame tra la terra di Palestina e la gente cananea che vi abitava”.
In un libro di testo educativo utilizzato dagli studenti di settimo livello, agli studenti viene insegnato che “i palestinesi cananei sono coloro che hanno inventato l'antico alfabeto”. Secondo Mizrahi, sebbene l’identità cananea non occupi una parte importante del materiale didattico adatto ai bambini, questi brevi e spesso ripetuti messaggi portano a una conclusione: questo Paese è stato fondato dagli arabi molto prima che gli ebrei vi arrivassero.

 Forse un esame dei colori della bandiera nazionale palestinese potrebbe raccontare la vera storia. Bartal nota che “ la bandiera ha perso la sua unicità : Il bianco simboleggia il califfato omayade ( 650-750 d.C. ), il nero rappresenta la dinastia abasside, il verde rappresenta l’islam oltre che il califfato sciita fatimide, mentre il rosso è il colore degli ascemiti, discendenti del profeta Maometto”. “ Molti paesi arabi hanno bandiere identiche o quasi identiche “ -ha poi aggiunto- “ la Giordania, l’ Iraq fino al 1958, i Paesi dell’Ovest del Sahara, il Kuwait e il Sudan ( tutti hanno quasi gli stessi disegni ). La similitudine deriva dal fatto che questa bandiera rappresenta il nazionalismo arabo, mentre non contiene nulla che colleghi i palestinesi con i cananei biblici”.

 (pubblicato su Israel HaYom il 7 febbraio 2014)


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