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Informazione Corretta Rassegna Stampa
16.04.2017 Che fare col terrorismo
Cartoline da Eurabia, di Ugo Volli

Testata: Informazione Corretta
Data: 16 aprile 2017
Pagina: 1
Autore: Ugo Volli
Titolo: «Che fare col terrorismo»

Che fare col terrorismo
Cartoline da Eurabia, di Ugo Volli

Cari amici,

La storia è sempre la stessa: qualcuno esce di casa, un uomo o una donna, un ragazzo o una persona matura, immigrato o nato sul posto, armato di coltello, di cacciavite, di armi da fuoco, di un automobile o di un camion, di sassi o di una bottiglia piena di benzina.
Va dove c’è della gente che non c’entra nulla con lui, cui non può imputare nessuna colpa personale. Li odia non per quello che hanno fatto, ma per quello che sono: infedeli, estranei. E cerca di ammazzarli, con la tranquilla coscienza dell’approvazione dei suoi simili, del riscatto e della promozione sociale della sua famiglia.
Che ce la faccia o no, che uccida o sia bloccato o addirittura ammazzato a sua volta, non fa differenza. Per il fatto di aver cercato di assassinare degli sconosciuti innocenti e disarmati diventa comunque un “martire”. Tutti i suoi peccati sono lavati, e magari anche i suoi debiti, il “disonore” (se si tratta di una donna) di aver avuto rapporti sentimentali proibiti.

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Le ragioni soggettive del gesto, se guardiamo complessivamente il fenomeno, sono variabili e non sono importanti: può essere la sfortuna economica o la volontà politica di “lotta”, la vendetta o la fede religiosa, la ricerca dell’onore o l’imitazione di una moda, un ricatto subito da chi cerca nuovi “martiri” o un gioco incosciente. Quel che conta è l’approvazione sociale, l’appoggio economico, la sanzione religiosa. E’ importante capire che quel che noi chiamiamo terrorismo e loro martirio è innanzitutto un fatto sociale, collettivo: sia nel suo progetto che nella sua realizzazione ma soprattutto nella sua motivazione.
Chi parla di “squilibrati” o pensa a un processo tutto soggettivo di “radicalizzazione”, perde di vista il cuore del fenomeno, come chi pensa che il nazismo sia colpa della “follia” di Hitler. Il terrorismo, in particolare questo terrorismo indiscriminato, che è diverso da quello anarchico dell’Ottocento, che mirava ai sovrani o da quello delle Brigate Rosse e simili, che voleva “disarticolare” il capitalismo colpendo giornalisti, magistrati e industriali, non ha bisogno di organizzazione né di strutture militari, perché colpisce nel mucchio, mira agli obiettivi più facili e meno difesi, usa come armi strumenti quotidiani.
Ciò di cui ha bisogno è l’approvazione collettiva. E questa approvazione c‘è; ma non è solo motivata da comuni disagi e ragioni politiche e sociali (la difficoltà di essere comodamente mantenuti in un posto dove non si è stati invitati né richiesti per gli immigrati in Europa, una guerra contro i nemici, come in Israele, in Siria, in Iraq, in Nigeria).
Vi è uno strato più profondo, una motivazione più fondamentale che consiste nel diritto accordato, anzi nel dovere imposto da una certa cultura e solo da questa a conquistare il territorio degli estranei, a ucciderli se non si assimilano o si sottomettono, a umiliarli e a far sentire loro la propria superiorità.
Ho scritto “estranei” e “cultura” per favi intendere la mostruosa molla collettiva del terrorismo. Ma per essere corretto avrei dovuto scrivere “infedeli” e “Islam”. Fin dall’inizio, dall’insegnamento e dalla pratica di Maometto, che da commerciante si fece guerriero o se volete, capo di bande che depredavano le carovane, il modello islamico si è basato sulla conquista di territori abitati da gente che avevano la sola colpa di non credere al suo insegnamento, e sulla loro uccisione sistematica, se non si convertivano o non assumevano la posizione servile dei “protetti” o dhimmi.
Ammazzare gli infedeli, anche se non sono combattenti, terrorizzarli, umiliarli, distruggerne la cultura e l’identità, oltre che la vita, è la pratica costante dell’Islam.
E’ anche la ragion del loro grande successo imperialista, che in poco più di cent’anni li portò da essere una tribù di poche centinaia di persone a padroni di un impero che si estendeva dalla Spagna ai confini dell’India e della Cina.
Questo imperialismo e il terrorismo che ne fa parte procede a ondate secolari e poi si arresta prima di ripartire, anche per via delle risposte che riceve: la grande spinta iniziale va dal settimo al decimo secolo; poi ci fu una pausa causata dalla risposta europea e dall’invasione mongola, quindi una seconda ondata (turca) dal quindicesimo al diciassettesimo; progressivamente emerse l’egemonia dell’Europa moderna, ma oggi siamo di fronte a un nuovo tentativo di avanzata.
L’approvazione pubblica per i terroristi viene da qui, dal senso collettivo di una missione da compiere e di una rivincita da prendere. L’esperienza mostra che il solo modo di fermarlo non sono trattative o comprensioni o dichiarazioni di amicizia, ma semplicemente la sconfitta del progetto di conquista, la dimostrazione militare che non vi è spazio per l’espansione, che tutti i mezzi, incluso quello che ci colpisce di più, il terrorismo, sono inutili e dannosi.
Capire questo significa anche comprendere che il nemico non è questa o quella etichetta, lo Stato Islamico o Al Qaida, o Hamas o la Jihad o la Fratellanza Musulmana, il salafismo o l’Iran. Sono fenomeni diversi, in lotta anche radicale fra loro (perché si considerano a vicenda eretici, dunque quasi infedeli da distruggere). Il pericolo viene da una grande ondata che coinvolge centinaia di milioni di persone, anche quelli che personalmente non compiono nessun atto terrorista.
E’ un grande fenomeno collettivo, da cui i “martiri” prendono soldi, energie, onore e approvazione. Per combatterlo bisogna innanzitutto capire che c’è, che la stessa spinta muove l’Isis ed Erdogan, gli ayatollah e i terroristi nostrani e per certi versi anche gli immigrati clandestini che si affollano in Europa fra i sorrisi degli sciocchi (o dei demagoghi) che pensano che la guerra sia provocata dai fabbricanti di armi.
Bisogna capire che una vittima del terrorismo a Gerusalemme o a Londra, a Parigi o in Giudea e Samaria hanno lo stesso valore, sono uccise nel nome dello stesso principio imperialista (e infatti gli assassini gridano lo stesso slogan “Allah uakbar”, Allah è grande).
Che è giusto lottare contro tutte le articolazioni del terrorismo islamico, Isis e stato degli Ayatollah, Assad e Hamas, Hizbollah e Boko Aram. Che Israele è da questo punto di vista come da altri l’avanguardia dell’Occidente e che abbandonarlo al suo destino per farsi belli agli occhi dei terroristi, come ha sempre fatto Obama e continua a fare l’Unione Europea, è ancor peggio che un delitto, un errore suicida.

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